S.O.S per Palazzo Jaschi e… compagnia bella. A Pola è emergenza patrimonio architettonico. Ammiragliato a parte – il più imponente e regale della Riva, che grida soccorso e pronto intervento di restauro – vi è il principesco edificio che fa angolo tra via della Specola, alias Stube Jurine i Franine, e via Dobrila, a piangere la signorilità perduta. Non uno, ma ben quattro Atlanti impreziosiscono le sue due facciate più esposte, svolgendo la loro funzione di sostegno analoga alle colleghe femminili, quelle che chiamiamo Cariatidi. Indipendente dal fatto di essere le colonne portanti, parti più caratteristiche della nostra architettura, conferiscono alla medesima un aspetto di decoro e indecenza al tempo stesso. Le due figure muscolose e barbute, i Telemoni di via Dobrila sembrano ancora versare in buona salute, seppur sempre più impastati e anneriti dagli agenti atmosferici, ma le altre due, dall’aspetto più esile, apollonico ed armonioso, posizionate esattamente all’angolo, mostrano mutilazioni subite da pochissimo tempo.
Sculture dalle braccia mutilate: urge chirurgo
Uno dei due divini personaggi, bellissimi, simboleggianti la compostezza e l’equilibrio nel reggere la struttura del balcone sovrastante, sta correndo il rischio di trasformarsi nella Venere di Milo (priva delle braccia oltre che del basamento originale). Se la “frattura”, e la conseguente perdita di un arto superiore di una delle due statue, risale a qualche decennio fa, adesso è ben visibile anche il distacco appena capitato all’altro arto, e non vi è intervento chirurgico che tenga. Potenza della forza di gravità se il braccio, con la giuntura metallica in fase di arrugginimento, sta letteralmente penzolando e cadendo in giù. Un braccio danneggiato mediante un deterioramento di elevazione in senso opposto, verso l’alto, a mo’ di un certo deprecabile saluto da regime dispotico, avrebbe creato profondissimo imbarazzo… E forse sarebbe stato oggettivamente meno pericoloso di questo, perché adesso, qualcuno, passando sotto alla balconata di Palazzo Jaschi rischia di subire bernoccoli e traumi cranici di statuaria provenienza, generati dalla storia di Pola che frana a pezzi.
Deterioramento silenzioso e strisciante
Ma di chi è la colpa? Del tempo, dell’età, degli agenti atmosferici, degli escrementi dei pennuti e soprattutto della pura indifferenza. I restauri costano e le pubbliche priorità sono sempre altre, quelle che fanno tela nei discorsi delle campagne elettorali di qualsivoglia formazione e aprono altri canali preferenziali di fondi. Oltre che del patrimonio antico-romano, invece, il nostro markenting turistico si fregia dabbene dell’immagine cittadina generata dalle epoche austriaca e italiana, facendosi vanto di quanto ereditato, ma non tutelato. Chiaro è che per il lascito patrimoniale Jaschi si renderebbe necessario effettuare dei calchi a titolo di riproduzione delle strutture mancanti (delle belle, identiche “protesi” artificiali), nonché la conservazione dei suoi elementi scultorei, bellissimi quanto fragili, mediante interventi urgenti di restauro per evitarne la perdita definitiva. Non sono manufatti di un Canova dal valore inestimabile, né capolavori d’arte michelangiolesca, ma piccoli pezzi (im)portanti del nostro passato cittadino che si sfalda, ogni giorno quasi in sordina. Bisognerebbe far presto per fermare una crisi silenziosa e strisciante. La Città non ha soldi? Si limiti almeno ad arginare il progressivo distacco dei gruppi scultorei, o forse montare delle fasciature di reti di contenimento che garantiscano la trasparenza e la visione del palazzo, sperando che un giorno si possano recuperare i fondi necessari per il restauro che è fondamentale. Urge imbragatura, affinché qualcuno di sotto non ci rimetta la pelle e acciocché le braccia degli Atlanti, o altri frammenti di balconata o balaustra non finiscano alla discarica invece che in sovrintendenza. A nulla è ancora servita la collocazione dei ponteggi nel 2024, quando erano stati fatti rilevamenti della situazione a livello di facciate, al fine di raccogliere le informazioni necessarie a procedere con un restauro vero e proprio.
Storia di un’identità perduta
Perché tanto parlare di ristrutturazioni rientranti nell’obiettivo di contribuire alla riqualifica dell’immagine di Palazzo Jaschi? Perché non è soltanto architettura o questione di igiene e incolumità. É autentica storia identitaria e memoria cittadina che se la passa per nulla bene, con un edificio che a giudizio di molti architetti costituisce uno dei più bei palazzi austroungarici di Pola. Estetica a parte vi è anche l’eco delle voci della gente che l’ha abitato. Repetita iuvant: la casa appartenne ad uno dei medici più ricchi di Pola, Giuseppe Jaschi e ai suoi fratelli, che fece parte di un team di ben 23 dottori del settore civile. Negli anni della grande guerra si prendevano cura dei cittadini di Pola, sia all’Ospedale della Marina che all’Ospedale provinciale Santorio Santorio. Come annotato da Branko Perović nella sua opera “Le Ville e le case austroungariche di Pola”, il dottor Jaschi, specialista delle malattie femminili e dell’età pediatrica, riceveva i pazienti pure nel suo palazzo dalle ore 15 alle 16. Il padre del medico, Franz Xaver, nato nel 1834 a Gorizia, giunse a Pola circa nel 1850, quando la città venne scelta come principale porto di guerra dell’i.e r. Marina austroungarica. La storia del palazzo è indissolubilmente legata al suo inquilino e alla stessa storia cittadina, dicono anche a legami di parentado con il celebre podestà Ludovico Rizzi, ma subito all’inizio a Franz Xaver che si sposò con Marianna Razzo, figlia di Andrea Razzo, sindaco di Pola, dal 1830 al 1845, da cui ebbe 12 figli, poi emigrati in tutta Europa e spesso reduci a Pola per degli incontri avvenuti anche all’inizio del Duemila. Il palazzo, che fu parte integrante di un importante quartiere cittadino prima zona paludosa, presenta profilo angolare con pianterreno e due piani superiori e un’ancora imponente mansarda quadrangolare in metallo, sovrapposta alla struttura architettonica. Tale fu l’altezza pianificata dell’edificio da aver dovuto richiedere il permesso di costruire anche alla Capitaneria di porto, dal momento che si preparava a superare in metri anche il vicino Istituto idrografico sul colle di Monte Zaro.
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