Ortomercato. Male d’agosto, i costi rincorrono la temperatura

In giro tra le bancarelle col fiato sospeso

Il mercato di Pola

Oltre a far germogliare i semi e maturare i frutti, agosto ha anche il potere magico di far gonfiare i prezzi, e il fenomeno non ha nulla a che fare con la carenza di merce sul mercato. Au contraire, signore e signori. Frutta e verdura non mancano, anzi l’offerta è bella e buona, ricca e variegata, appetitosa e stuzzicante. I prezzi lievitano perché chi vende fiuta l’odore degli euro che i turisti stranieri si portano appresso e perché la brama di guadagno è una brutta bestia. Come spiegare, altrimenti, prezzi che, fuori stagione, nessuno si sognerebbe di proporre agli acquirenti? Come spiegare che i comunissimi fagiolini, verdura di nessun particolare pregio, costano 30 kune il chilogrammo? Come giustificare i costi dell’uva da tavola che raggiungono il prezzo di 40 kune il chilo? Come accettare il fatto che perfino cipolla e peperoni si vendono a 20 kune, mentre i prezzi del radicchio di terzo taglio oscillano spudoratamente dalle 60 alle 80 kune il chilo? Così, dall’oggi al domani ortaggi poveri sono diventati di colpo ingredienti di lusso, venduti a peso d’oro.

Vita dura, di questi tempi, per chi vive di un’occupazione modesta o della pensione. L’industria dell’ospitalità ha certamente il potere d’ingrossare i ricavi della popolazione che campa del settore, ma ha anche il gravissimo inconveniente di ridurre sul lastrico famiglie e anziani costretti a campare di stipendi e pensioni minime. E c’è di che preoccuparsi se anche pomodori, zucchine e cetrioli costano dalle 10 kune in su, senza contare che in alcuni casi il comunissimo “salataro”, il meno pregiato tra i pomodori di stagione, raggiunge l’esorbitante cifra di 16 kune per chilogrammo.
Come siamo messi con i meloni? Anche in questo caso si parla di una media di prezzi che s’attesta sulle 10 kune, mentre una certa misura e un contegno di commerciante onesto vorrebbero questi prezzi ridotti almeno della metà. Per dire: meloni a 5 e pomodoro a 6 e a 8 kune. Certamente ogni pretesto vale e ogni scusa è buona. Chi vive del lavoro della terra si lamenta che i costi della produzione sono eccessivi, che la pressione fiscale è alta, che il tempo è instabile e non dà più le certezze di una volta.
Ci si lagna anche per il fatto che maggio è stato eccezionalmente freddo e che una parte del raccolto è andata a farsi benedire, la prima parte almeno. I prezzi salgono dunque per far quadrare il bilancio, spesso ai danni di chi si fa abbindolare sul posto. Conviene comunque sapere che non tutti i prezzi sono fissi a tal punto da non poterci negoziare sopra. Chi vende “dolcissimo moscato” a 40 kune il chilo, cambia musica non appena ci sente parlare in croato: “Facciamo 35, dai”. Grazie tante. Perché 35 sarebbe un prezzo onesto? Insomma… Se non c’ammazza il caldo, ci lascerà stecchiti il carovita. Fino a settembre almeno, e poi torneremo a respirare.

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