D’accordo che il mese è appena iniziato, d’accordo che farà ancora abbastanza caldo per convincerci a tornare in spiaggia (se non altro intorno a mezzogiorno) e d’accordo anche che il pomodoro e i peperoni con le varietà tardive e l’aiuto delle serre hanno vita lunga in tavola, ma è pur vero che in settembre l’orto comincia a tingersi di tinte meno accese per vestire i colori spenti dell’imminente autunno. Certamente sulle bancarelle in piazza del Popolo troviamo ancora il pomodoro da pelare, i cetrioli da conserva, i peperoni da arrostire e naturalmente le melanzane e le zucchine per i piatti più amati come la parmigiana e il risotto, ma è vero anche che si stanno facendo largo i funghi di bosco, le zucche e gli ortaggi tipici della stagione fredda o mite come gli spinaci e le biete. Anche la frutta vive le prime battute del cambio di stagione. D’accordo che si possono ancora gustare delle ottime pesche e nettarine, ma ecco che stanno già rubando loro la scena l’uva dei vigneti istriani, le prugne dei frutteti di Dignano, le mele e le pere del primo raccolto di fine estate delle località settentrionali e naturalmente i frutti di bosco che l’Istria si fa servire dalle regioni montane in mancanza di risorse proprie.

Foto: DARIA DEGHENGHI
Ma vediamo i prezzi. Insomma, è risaputo che in piazza del Popolo la convenienza è un concetto opinabile. Gli ortaggi che comunemente troviamo in vendita nei grandi centri di di distribuzione sono di norma più convenienti che in centro, e non affermiamo proprio niente di nuovo quando ricordiamo che le pesche in piazza del Popolo, in vendita a 4 o 5 euro al chilogrammo, costano almeno il 30 se non addirittura il 40 per cento in più che al centro commerciale di turno. Tuttavia, è noto anche che raramente in piazza abbiamo comprato della frutta di scarso pregio, mentre al supermercato capita occasionalmente di riempire la borsa della spesa con merce di qualità mediocre o scadente. Insomma, le solite considerazioni sul potere d’acquisto e la qualità che siamo o non siamo disposti (o in grado) di pagare in rapporto alle rispettive possibilità economiche.

Foto: DARIA DEGHENGHI
Un altro fatto degno di considerazione è quello per cui al mercato ortofrutticolo la totalità della merce in vendita è di produzione locale, con l’ovvia eccezione delle banane. Di conseguenza le derrate sono minime e le colture caratteristiche della coltivazione agricola a conduzione famigliare. Tra i prodotti di nicchia troviamo diverse varietà di peperoncini (i “più piccanti del pianeta”), ma è ovvio che costano un occhio della testa, in questo caso 20 euro al chilogrammo. Porcini e gallinacci, funghi pregiati di bosco, costano 40 euro al chilogrammo. I fagioli borlotti in baccello? A patto di essere disposti a pagarli 7 euro al chilogrammo, eccoli serviti, e bisogna dire che non hanno paragoni con i fagioli secchi d’oltreoceano che riempiono i sili di derrate alimentari su scala planetaria. Cipolla rossa, melanzane, zucchine, cetrioli, peperoni e rape rosse costano tre euro al chilogrammo. In pratica, il solo ortaggio che costa meno di tre euro sono le patate, ma neanche tutte: il prezzo di quelle “dolci” d’America è di 4 euro a chilogrammo. Le prugne costano due o due euro e mezzo, l’uva quattro. I mirtilli selvatici, ormai rari come le mosche bianche, costano non meno di 36 euro al chilogrammo. Quelli di coltivazione, a quanto pare biologici, costano la metà, una ventina di euro. Ma allora tanto vale fare un salto supermercato e cercare quelli in arrivo dalla Polonia, a dire il vero ottimi, in vendita a 12 euro al chilo. D’altro canto, è l’uva la regina della frutta di settembre: è buona, è sana ed è ancora conveniente per cui è inutile cercare lontano…

Foto: DARIA DEGHENGHI

Foto: DARIA DEGHENGHI
Tutti i diritti riservati. La riproduzione, anche parziale, è possibile soltanto dietro autorizzazione dell’editore.
L’utente, previa registrazione, avrà la possibilità di commentare i contenuti proposti sul sito dell’Editore, ma dovrà farlo usando un linguaggio rispettoso della persona e del diritto alla diversa opinione, evitando espressioni offensive e ingiuriose, affinché la comunicazione sia, in quanto a contenuto e forma, civile.










































