La cucina italiana trionfa nei locali di ristoro e nei botteghini di alimentari polesi? Se domina come l’appariscenza dei cartelli e dei menù esposti in centro città allora stiamo freschi. Non c’è estate senza capolavori da tabellone e di linguistica creativa dove il dizionario muore dal ridere e noi connazionali dal… piangere. Anche il tartufo (reperibile pure in versione “tartufio”) piange in cima a una scritta in via dell’Istria che per adeguarsi dovrebbe chiamarsi “via dell’Istra”. Quando il bilinguismo diventa misti-linguismo abbiamo i “Tartufi dell’Istra” ed è perfetto innesto italo-croato, convivenza mix di parole. In via Kandler poi non è manco un italiano di google traduttore. La “pizza capricciossa” o la versione “picante” trasformano il menu di una pizzeria in un rebus ortografico dove i condimenti non sono gli unici a bruciare. La prima è tripudio di doppie e capriccio d’ortografia, la seconda perde valore fonetico prima ancora di arrivare in tavola a meno che il cameriere non vi aggiunga doppio peperoncino per compensare la consonante dispersa. È una pizza così confusa che anche i funghi potrebbero ribellarsi e le olive perdere il nocciolo dalla disperazione. Se sono crimini grammaticali a danno della lingua, belle e gradite eccezioni a parte, in un bel po’ di locali son anche storpiature culinarie della tradizione gastronomica italiana (impasto e croste che associano al cartone e su tanto di sottofondo, funghi da scatola e polvere “picante” da ipermercato). “Buono, hvala” hanno da dire gli avventori per il menù della crisi gastronomico-grammaticale. Suggerimento ai gestori. Siano più “internazionali” con un “Benvenuti Gaste – Ovdje we speak Italiano/Croatian/English”.

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