Splendida la tavolozza autunnale del mercato centrale: si va da un arancione brillante delle zucche al rosso pastello o cremisi di alcune varietà di mela molto apprezzate, poi dal giallo dorato dell’uva da tavola al marrone scuro delle castagne, dall’arancio pallido dei mandarini al viola striato delle melanzane e dei fagioli, senza contare le prugne, le giuggiole, le pere, i cachi, i peperoncini, le cipolle e le patate dolci che aggiungono alla palette una miriade di tonalità calde distinte che fanno del panorama di piazza del Popolo in ottobre uno spettacolo da godere prima con la vista e poi anche col naso e col palato.
È certamente ricca l’offerta di frutta, ortaggi e fiori al mercato centrale di Pola, ma non è ricca come un tempo, anzi, si vede che vive un momento poco vantaggioso della sua lunga storia. Il mercato di Pola è stato progettato in altri tempi per altri usi e consuetudini, in assenza di agricoltura intensiva, produzione alimentare industriale, reti di distribuzione e centri commerciali disseminati sul tutto il territorio urbano. Se un tempo era la sola possibilità di sfamare una città non molto più densamente popolata dell’attuale, oggi è praticamente un’attività di nicchia, se non proprio destinata all’estinzione. Difficilmente i giovani rilevano l’attività (gli orti, la postazione) dagli anziani e quasi tutte le “venderigole” hanno già superato da un pezzo la soglia del pensionamento. Alcune sono ultraottantenni. Inoltre, coltivare l’orto e vendere al dettaglio poca merce porta i prezzi ben al di sopra di quelli praticati nei centri di distribuzione della periferia. Col potere d’acquisto che si assottiglia per la maggioranza e sale sopra la necessità di spesa per il nutrimento di una ricca minoranza, è chiaro che in piazza del Popolo, oltre all’offerta è in sensibile calo anche la domanda. In realtà, sono le due proverbiali facce della stessa medaglia: la causa e la conseguenza dell’industrializzazione dell’agricoltura e della trasformazione delle catene di approvvigionamento in veri e propri imperi alimentari.
Tuttavia, chi paga caro compra bene e gode di innumerevoli vantaggi. In piazza del popolo la merce è freschissima: ha viaggiato poco dall’orto all’asfalto, non ha passato un secondo nelle celle frigorifere, al massimo ha trascorso una notte in cantina, è stata raccolta solo un giorno prima di essere offerta ai clienti, ed è anche meno trattata con sostanze chimiche, o non lo è affatto. Insomma, è sensibilmente migliore di quasi tutto quello che troviamo in negozio, senza dire che al negozio non troveremo mai il radicchio verde, l’aglio nostrano, i cachi, le varietà rustiche di uva, le cime di rapa, i porcini freschi, insomma, quel tutto ciò che fa del mercato il mercato, quello di una volta per lo meno. D’altra parte i prezzi sono elevati ed è inutile girarci intorno: quando le bietole e i broccoli costano 4 o 5 euro il chilogrammo, è proprio il caso di fermarsi a riflettere. Le giuggiole, che l’anno scorso in questo periodo costavano 4 oggi le paghiamo 6 euro e scusate se torciamo il naso.
I marroni in vendita a 7 o 8 euro, i porcini a 40, il radicchio a 15, i fagioli novelli a 5 o 6 euro e i fagiolini a 8. Insomma, sono spese che svuotano il portafogli all’istante, spese che i più devono riconsiderare, posticipare oppure riservare alle occasioni speciali, non certo da farsi tutti i giorni. Fortunatamente la maggior parte degli ortaggi si mantiene ancora entro la soglia psicologica dei tre euro e vale per le cipolle, le patate, le carote, il cavolo cappuccio, la verza, le mele, le melagrane, i mandarini, le zucche, la barbabietola, il pomodoro, le prugne e le zucchine. Ottobre è dunque la stagione delle zucche e delle castagne al forno, delle vellutate di broccoli, della verza con le patate schiacciate “in tecia”, dei cavolfiori gratinati e dei funghi in padella. Sono sapori che scaldano e nutrono, specie se portiamo in tavola i legumi, secchi o freschi indistintamente, che sono l’alternativa migliore alla carne degli animali allevati con antibiotici negli allevamenti intensivi oltreoceano…
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