Futuristica, fantascientifica, distopica. Visualia 2025 ha rotto con certe usanze assodate nel tempo, per esempio i colori sgargianti, le facciate dei palazzi e la torre campanaria utilizzate come tele da pittura, oppure la sovrapposizione di modernità e antichità in un dialogo incessante tra passato e presente promosso dal disegno, dall’animazione, dai colori complementari.
Con un colpo di spugna, l’11esima edizione di Visualia ha spazzato via di scena l’estetica, la metafisica e l’etica delle precedenti dieci rassegne spalancando le porte a un futuro che sa tanto di disastro, di apocalisse, ma senza il beneficio del giudizio universale e senza il sollievo della rivincita dei giusti sugli ingiusti. Sembra proprio che Visualia abbia finito di cantare le lodi al progresso e si sia rassegnata a considerare la storia come una cieca forza distruttrice che agisce senza scopo e senza ragione. Schopenhauer contro Hegel, uno a zero.
Luce bianca e giganti
Piazza Foro non è più quel giardino colorato che sembrava l’Eden della Genesi: l’altra sera per la cerimonia inaugurale le facciate sono rimaste al buio. Al centro della piazza un’installazione che domina la scena e riduce gli spettatori in scala al punto da sembrare delle formiche. Due giganti di luce bianca contemplano un labirinto in cui esseri umani, come topi in laboratorio, circolano senza capirne il motivo e che cosa li spinge a muoversi. Un episodio di ansia esistenzialistica collettiva che non ha bisogno di troppe spiegazioni. Al cospetto di un universo buio, freddo e indifferente, siamo insignificanti come individui e come collettività, anche se abbiamo costruito civiltà che siamo soliti considerare con ammirazione. Se poi al di là del nostro universo visibile c’è qualcuno o qualcosa a osservarci come questi due giganti dell’artista australiana Amanda Parer, a conti fatti importa poco: chi non s’accorge di essere osservato non è osservato. Il problema inizia con la consapevolezza. Insomma con questa sua ultima edizione che chiuderà oggi a mezzanotte, il patron Marko Bolković ha nuovamente stupito.
“Faces”, specchio dei social
Ancora una volta lo staff di Visualia ha rimescolato le carte della rassegna per proporre un festival della luce diverso sia negli itinerari che nell’estetica. Uno dei mapping di quest’anno (un lavoro di Stefan Vidović) è stato proiettato sulla facciata principale del Museo archeologico, mentre la sua facciata del retro con lo schermo gigante che si apre sul Piccolo Teatro Romano è stata usata come sfondo o scenografia di “Faces” (Onda Studio, Italia). Apparizione fugace, solo per la cerimonia inaugurale, quella dei tedeschi, richiestissimi, Giants of Light (Dundu). Altri videomapping sono stati realizzati in piazza Port’Aurea (Iridescence del finlandese Niko Tiaien). Le tappe successive piazza Dante Alighieri e il parco Città di Graz per gli spettacoli “Megaball” e “Tunel portal” del Visualia Group; la Chiesa di San Francesco per “Immersive” dei francesi Jeremy O. & Antoine B. e la sede dell’ECPD per l’installazione “Not yet… a Room!” del tedesco Christian Oettinger. Al fianco del Duomo è stata presentata “Connection” dell’olandese Gertjan Adeema, in Parco Tito “For Peace” degli slovacchi Sedemminut, nel vicino parco Re Petar Krešimir IV “Guardian Angels” dei francesi Dimitri e Maro e “Pallets” del Visualia Group e Stefan Vidović. Ultima tappa il Castello veneziano per gli spettacoli “Flux” dei francesi Collective Scale e “Cursor” dell’olandese Ivo Schoofs e un bonus fuori… strada (il parcheggio dell’AHG in via Ciscutti): “Stairs between Wars” di Petar Sćulac.
Tutti i diritti riservati. La riproduzione, anche parziale, è possibile soltanto dietro autorizzazione dell’editore.
L’utente, previa registrazione, avrà la possibilità di commentare i contenuti proposti sul sito dell’Editore, ma dovrà farlo usando un linguaggio rispettoso della persona e del diritto alla diversa opinione, evitando espressioni offensive e ingiuriose, affinché la comunicazione sia, in quanto a contenuto e forma, civile.









































