Un progetto, un restauro, una metamorfosi del cuore storico, civico e culturale di Pola. Dieci anni tra progettazione ed esecuzione coronati da premi e menzioni internazionali oltre che da un consenso plateale dell’Ordine. Non a caso l’ottava edizione delle Giornata dell’architettura, massimo raduno nazionale di architetti che migra da una località all’altra, ha messo su casa a Pola. Merito dell’architetto, teorico e critico dell’architettura polese Emil Jurcan, già studente dell’Università di Lubiana e oggi dottorando della medesima Alma mater, Premio Bernardo Bernardi, Menzione d’onore del Premio Piranesi e candidato al Premio dell’Unione Europea 2022 per l’architettura contemporanea Mies van der Rohe per l’epica opera di restauro, riqualificazione e rivalorizzazione del Piccolo teatro romano che oggi, rivisitato in chiave moderna, torna in funzione dell’arte e della cultura, più precisamente dello spettacolo, proprio come duemila anni fa ai tempi di Roma antica. Tra i numerosi eventi della tre giorni di architettura, a Jurcan è stato chiesto di commentare la metamorfosi del Castello, e l’interesse della platea è stato accontentato.
Un lavoro appagante
“Ci abbiamo messo dieci anni, praticamente l’intero arco della retrospettiva ai Giardini – ha dichiarato Jurcan –. Essendo consapevoli di tutto ciò che accade in un decennio, col distacco e il senno di poi devo ammettere che è stata un privilegio senza pari questa possibilità di dedicare a una sola opera tutto il tempo necessario per sviluppare, maturare, valutare, mettere e rimettere in questione, avanzare e tornare indietro, cestinare e riprendere da capo il progetto. L’architettura è lenta e richiede i suoi tempi di riflessione, di piccoli passi e di grandi distanze, cosa che l’edilizia e le congiunture economiche contemporanee le negano d’istinto per cui gran parte dei progetti non gode del lusso della maturazione pacata.
Il lavoro al fianco degli archeologi è appagante proprio per questo, trattandosi di una professione che comprende perfettamente il valore della riflessione ponderata, del pensiero capace di emendarsi e purgarsi”.
Archeologia e spettacolo
Dalla riflessione alla prova dei fatti. Il giudizio dei polesi all’atto pratico è stato favorevole, benigno, oppure avverso, riluttante, perplesso? I premi dell’ordine sono sufficienti ad appagare l’amor proprio del progettista capace a dedicare un decennio della propria carriera a un unica opera di restauro oppure è necessaria anche una risposta affermativa del pubblico? “Con l’intervento al Piccolo Teatro Romano incastonato nel colle Castello, il declivio è stato completamente rivoluzionato ed è chiaro che il giudizio del pubblico secondo il criterio della qualità della vita migliore o peggiore di prima non può essere che relativo ai punti di vista”, ha detto Jurcan per proseguire e spiegarsi: “Prima la zona era stata di pubblico dominio, aperta, accessibile, utilizzata come un parco informale che scende dal Castello a ‘valle’. Il suo confinamento a sito archeologico sotto sorveglianza e, in estate, a palcoscenico con accesso a pagamento per l’industria dello spettacolo, è una rivoluzione totale a prescindere dalle soluzioni architettoniche ricercate dall’autore. Sui due piatti della bilancia è stato necessario porre, da un lato, il valore del sito archeologico e dell’industria dello spettacolo come tali, e dall’altro, il valore della fruibilità indiscriminata di uno spazio pubblico urbano: in questo senso i pareri restano divisi quando non apertamente contrastanti.
L’adeguazione ai vincoli
La seconda dicotomia è di natura estetica e riguarda i concetti di bello e brutto, piacevole e sgradevole, questioni di stile, questioni di scelta dei materiali, ‘perché l’acciaio e non la pietra’, e cose di questo genere. Quando dichiarai che l’opera di riqualificazione richiedeva una sintesi tra la concezione architettonica ideale e la realtà amara, intendevo dire che il Teatro romano per sua natura risponde a un ordine matematico perfetto, a uno schema di proporzioni e simmetrie ideali, ispirandosi al taglio aureo e agli studi di Vitruvio che nascono sul terreno fertile della filosofia platonica che vive tra le nuvole, mentre il progetto fattibile deve trovare applicazione nello spazio tangibile di un sito archeologico che oltre ai resti romani contiene anche reperti protostorici (in verità contiene cinque o sei strati di civiltà distinti da preservare). Ma questa è la bellezza della nostra professione. L’architettura esige ordine, universalità, razionalità e astrazione ma allo stesso tempo deve essere fondata nella realtà, nella fisicità dello spazio e degli eventi per cui deve fare i conti con processi pragmatici di adeguazione ai vincoli del mondo fruibile”, ha concluso Jurcan.
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