«Donne che hanno costruito le navi»: Pola racconta la sua storia al femminile

Un progetto di ricerca e memoria firmato da Leonida Kovač e Amra Pende restituisce voce e dignità a generazioni di operaie, tecniche e ingegnere del cantiere navale di Scoglio Olivi

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«Donne che hanno costruito le navi»: Pola racconta la sua storia al femminile
Foto: Srecko Niketic/PIXSELL

Donne nell’industria navalmeccanica a Pola: un progetto, una ricerca, un archivio. Ne sono autrici Leonida Kovač e Amra Pende che per oltre due anni sono andate a caccia di operaie, impiegate, ingegnere e tecniche occupate al cantiere navale di Pola nel corso dei decenni realizzando decine di interviste audio per valorizzare il contributo femminile a un’industria tra quelle considerate maschili per definizione. Le autrici hanno presentato al pubblico la prima fase del progetto-archivio denominato semplicemente “Donne che hanno costruito le navi”, una sorta di “storia femminile di Scoglio Olivi”. Le presentazioni si sono svolte nella galleria Novo a cura di Nela Simić, ma la ricerca non è partita da zero.

Via gli stereotipi

Si dà il caso che quel “Libro di Matricola del Cantiere Navale Scoglio Olivi” custodito con cura nell’ufficio quadri dello stabilimento, ha fornito un valido punto di partenza. Ebbene la prima donna impiegata in fabbrica nel 1921 è stata Ana Mazin, assunta per le pulizie. La ricerca è proseguita lentamente ma con tenacia, per cui ora si dà per certo che dal 1954 a oggi al cantiere hanno lavorato esattamente 1.667 donne in 397 professioni distinte, dai mestieri più duri in termini di sforzo fisico a quelli più sofisticati e altamente specializzati della progettazione navale e della gestione dei grandi sistemi produttivi. “Il nostro progetto abbatte gli stereotipi di genere e salva dall’oblio una miriade di storie di vita di donne che hanno costruito la Pola moderna che oggi conosciamo”, dichiara Pende specificando che si tratta di una ricerca destinata a durare nel tempo perché l’archivio verrà aggiornato fintanto che ci saranno donne da intervistare. La piattaforma resta dunque aperta per ricevere registrazioni audio, trascrizioni, fotografie di collezioni private e facsimile di documenti dello stesso cantiere navale. Le ricercatrici che partecipano alla redazione dell’archivio online sono Helena Vodopija, Fedora Kraljić, Luana Lojić, Josipa Škrapić, Željko Serdarević (design) e Dragan Mileusnić (montaggio).

Foto: Srecko Niketic/PIXSELL

Operaie, madri e figlie

Finora sono state registrate e pubblicate su https://brodograditeljice.hr le interviste con Ivana Belušić, Vilma Bezelj, Snježana Blažević, Irena Brodarić, Tanja Savin Bulešić, Tesa Bošković Cvek, Silvija Faris, Klara Ferlatti, Orieta Floreano, Marija Kopinič Gjureković, Karolina Grabovac, Gianna Kostić, Marša Jelinčić, Bruna Jovanović, Pavlina Klasta, Ranka Knežević, Marija Koštomaj, Tamara Nazor Kunjašić, Ljiljana Kurteš, Mirjana Lovrić, Sonja Hajduka Lukenić, Biserka Lukšić, Rita Marchi, Željka Mauša, Ortensia Matulić, Ljiljana Molnar, Jasna Pašuld, Irena Perković, Jolanda Peruško, Gordana Rakić Perović, Tamara Privrat, Helena Počekaj, Mirjana Rajko, Kristina Reljin, Željka Riker, Patricija Rovis, Jasmina Finderle Salopek, Korina Sergo, Vesna Kopinič Sheats, Hanifa Softić, Nevzeta Softić, Assunta Strmotić, Franka Strmotić, Dubravka Đerđa Šabić, Gorica Škopac e con la stessa Pende, che è stata tra i consulenti legali di Scoglio Olivi per diversi anni. Nel pubblico donne operaie, madri, figlie, sorelle e amiche. Una platea quasi esclusivamente femminile.

Solidarietà ed empatia

Slavica Pljevalić ha fatto la saldatrice per 28 anni sempre china a lavorare il metallo tra scintille, polveri e rumori assordanti. Ma c’è chi ha dovuto parlare per le operaie che non sono più tra noi: la nipote di Lucija Martinčić ha raccontato la storia di sua nonna scardinando pregiudizi ricorrenti anche oggi duri a morire. Donne come Kosovka Vlašić, prima ingegnera della storia contemporanea del cantiere, sono decedute prima di essere state intervistate, e questo è un avvertimento a muoversi, a fare in tempo prima di perdere un’altra generazione di testimoni perché, secondo Pende, “Scoglio Olivi non è stato solo una fabbrica, ma un organismo vivente, nato e sviluppatosi su valori quali la solidarietà, la conoscenza e l’empatia. Sarà pure sparito come un’entità materiale, ma resta il suo retaggio spirituale, un patrimonio immateriale inestimabile”.

Amra Pende. Foto: Srecko Niketic/PIXSELL

Influsso reciproco

D’altronde il progetto è molto più che un sondaggio. La ricerca è interdisciplinare, culturale, antropologica, partecipativa, inclusiva. Riflette sul contributo dell’individuo e della collettività sullo sviluppo urbanistico e sociale di Pola dal primo Dopoguerra a oggi, dipinge il fenomeno dell’industrializzazione ma anche quello successivo della deindustrializzazione di Pola negli anni Novanta e nei primi anni Duemila, illustra l’impatto del cantiere sulla pianificazione ambientale e l’edilizia abitativa nel secondo Novecento, contempla l’influenza della fabbrica sui caratteri, i valori, le abitudini e il comportamento della popolazione urbana operaia e, viceversa, l’apporto di quest’ultima all’industria in senso lato e alla navalmeccanica nello specifico. Un apporto destinato restare sepolto se non fosse stato per questa serie di interviste che ora rimangono come testimonianza diretta di un’epoca.

Foto: Srecko Niketic/PIXSELL

Un cantiere, un’eredità

Le due autrici, Pende e Kovač, si dicono legate al mare e al porto visceralmente benché ognuna a modo suo, per cui i rispettivi contributi al progetto sono necessariamente diversi: Amra ha partecipato all’amministrazione dello stabilimento come consulente legale, Leonida l’ha contemplato in qualità di storica e teorica dell’arte, con l’occhio avvezzo a gustare la bellezza e la mente allenata a discutere di estetica. L’amicizia ha fatto il resto: “Tutto è cominciato due anni fa con un’infezione di Covid. Stava per iniziare la Fiera del libro, io mi trovavo a Zagabria in attesa del tampone negativo e frattanto mi è stata inviata una foto scattata dal balcone della mia casa di Pola con vista sul cantiere e una sola gru. D’istinto è germogliata l’idea di documentare la storia dello stabilimento per non lasciare che andasse perduta perché l’Uljanik era molto più di un cantiere navale. Ho telefonato ad Amra e ci siamo messe al lavoro”, dice Kovač e l’amica confessa di essersi trovata piacevolmente sorpresa della disponibilità delle donne a partecipare. Non sarà stato facile parlare pubblicamente di questioni tanto intime quanto la carriera, la famiglia, la casa, i ricordi di fabbrica belli e meno belli. A questo punto il progetto si prende una pausa per le presentazioni al pubblico ma non s’arresta, continuerà e anzi le due autrici invitano le ex operaie e le dipendenti attuali a unirsi e dare il proprio contributo all’archivio affinché sia un “luogo di resistenza all’oblio divoratore di vite, senza le quali una località non potrà mai considerarsi urbana fino in fondo” conclude Kovač.

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