Clivo San Francesco, serve un po’ di regola

Nel centro storico la smania di edificare reca i danni peggiori interpolando spesso antico e nuovo senza alcun criterio e senza pianificazione

A sinistra il vecchio, a destra il nuovo: Clivo San Francesco

Basta costruire. A Pola è una parola d’ordine. Tutto il resto sono “dettagli” trascurabili. A parte il fatto di portare cemento in intere zone di periferia della città, con poca volontà di creare una visibile organizzazione urbana e di innestare parchi, aree verdi e piazzette, la smania di edificare reca i danni peggiori interpolando antico e nuovo. Vittima eletta, in questo senso, è la città vecchia, zona che purtroppo presenta ancora devastazioni provocate dai bombardamenti delle Seconda guerra mondiale. I vuoti rimasti qua e là, tra una casa e l’altra, diventano interessanti per inserire caseggiati nuovi, senza criterio, senza pianificazione. Nessuno si cruccia della giusta qualificazione urbana del centro storico, che per i suoi vari aspetti e contesti abbisogna di un approccio complementare in quanto a recupero, ricomposizione e valorizzazione degli spazi originari. Clivo San Francesco è, o meglio era, una delle più belle calli in salita verso il Colle Castello. Pavimentazione integra, casette d’epoca, il muretto che racchiude il cortile del convento e in cima, la splendida architettura della chiesa francescana. Qualsivoglia investitore-costruttore-architetto che si rispetti avrebbe dovuto agire con i piedi di piombo, in maniera consapevole, intendendo la bellezza di questa salita storica e sapendo di imbattersi in grosse difficoltà di inserimento di costruzioni nuove. E invece no.

 

 

La poesia è perduta
A Pola vige il senso della praticità, mentre l’estetica appartiene ai pignoli. Da una parte la discreta presenza della casa d’altri tempi; dall’altra, subito di fronte il palazzone plurifamiliare, verniciato di rosso, con balconi stilizzati moderni chiusi da corrimano in acciaio inox. La poesia è perduta. Per imporre la continuità edilizia si provoca la contraddizione, rovina la passeggiata culturale ai polesani ed elimina il suggestivo ai turisti alla ricerca di ambienti che respirano di identità storica. Questo è solo un esempio che anticipa possibili, altre interpolazioni in agguato (si dubita che clivo Vincenzo Da Castua, Clivo Frane Glavinić saranno risparmiati). Vincoli normativi che regolino il tipo di architetture da privilegiare non esistono. Le trasformazioni ambientali si alternano secondo principio della casualità. Il costruito storico si ritrova dirimpetto a delle manomissioni irresponsabili. La forza culturale riconosciuta al patrimonio storico architettonico e urbanistico, chiederebbe al progetto di cimentarsi con i vincoli e i paragoni posti dall’eredità del passato. Ma così non avviene. Tanto valeva rinunciare a questa ricostruzione “postbellica” che ritarda di settant’anni, che avviene senza legittimità di sopravvento e d’inserimento del nuovo nell’antico.

La bellezza (a rischio) di Clivo San Francesco

Mancanza di senso d’appartenenza
Il centro storico, non è un bene esclusivamente economico-abitativo è un valore culturale e sentimentale, che non può venire soppresso dalla noncurante dinamica della trasformazione, dalla piena libertà d’operato delle imprese edili e dalla foga degli affari della vendita immobiliare. E l’altra mania di puntare sul turismo, poi, non può contare esclusivamente sullo zimmer frei in una città vecchia che non è più vecchia e in stile con sé stessa, ma un’accozzaglia temporale senza sequenza architettonica logico-stilistica. Lo scontro tra il nuovo e il preesistente a Pola sembra essere sinonimo di progresso a danno dei diversi valori culturali attribuiti all’ambiente e all’architettura storica. E non si parla di differenti modi di intendere la contestualità. Semplicemente non si intende e basta. Arrogarsi il diritto di costruire con mente tecnica è chiara mancanza di senso d’appartenenza e di amore nei confronti della propria città, anche perché i costruttori, che spesso arrivano da altri lidi, non dimostrano di essere in grado di capire la risorsa irrinunciabile costituita dalla vitalità e dall’identita di una città a cui non si è legati. Considerato che la consapevolezza e il rispetto vengono sottomessi all’interesse del guadagno, è il Municipio, assieme agli addetti alla tutela del patrimonio storico, che dovrebbe imporre come regola una più sottile dialettica tra la continuità e la discontinuità, tra tradizione ereditata e innovazione, tra palinsesto ereditato e nuovi valori della contemporaneità non deturpanti, ma capaci di consolidare e arricchire quelli esistenti. Un po’ di regola e senso estetico, sarebbero già sufficienti.

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