Circondario dell’Arena. Pochi pregi e molti difetti

Case vetuste, edifici rifatti e costruzioni nuove si alternano attorno all’anfiteatro, smembrando la visione d’insieme e creando disarmonie e divergenze

Il degrado appiccicato all’Arena

Che cosa sta succedendo allo storico rione dell’Arena? Chiusa nel ghetto della città vecchia, la memoria resta perplessa e l’intraprendenza, invece, compie errori proponendo un’atmosfera mista tra antico e moderno, tra estetismi e inestetismi, degrado e innovazione. Circolando “drio la Rena” da “polesan sicuro”, come recita l’inno di Pola, ci si imbatte in pregi (pochi) e difetti (tanti), che mostrano diverse “alterazioni” in corso, spia di una strana, se non mancata, pianificazione strategica urbana. Il quartiere dell’Arena, con i suoi cinquemila abitanti, ruota attorno all’anfiteatro, fulcro dell’invasione turistica estiva ed è qui che si scontrano l’antico e il nuovo, con grosse difficoltà di conciliazione entro un medesimo contesto storico-abitativo. Non si può dire che le migliorie non siano attecchite. Lo smantellamento del vicino villaggio abusivo rom era decollato, offrendo un’alternativa di alloggio decente per i suoi abitanti. Ma a fare un nuovo giro di perlustrazione in loco, ci si accorge eccome che la manovra è ferma a metà strada. Le ruspe hanno asportato soltanto poche strutture con annessi e connessi, manufatti di fortuna, usati per vivacchiare e l’area è manco lontanamente omaggiata dall’avvio di un’opera di riqualifica urbanistico-ambientale.
Proliferazione di «zimmer frei»
Case vetuste, edifici rifatti, costruzioni nuove si alternano attorno all’Arena, smembrando la visione d’insieme e creando disarmonie e divergenze. Su facciate scrostate si moltiplicano le scritte “zimmer frei”. L’affitto di alloggi turistici con e senza vista sull’Arena, negli ultimi anni e persino durante l’estate del Covid, ha fatto fioccare affari, e si corre il rischio di trasformare tutto un quartiere abitativo in villaggio vacanza. Poi va inquadrata l’Arena verso sud, ed ecco la serpentina rifatta, con ampia veduta verso il porto, una valorizzazione che riesce a mettere meglio in luce la bellezza del monumento. A nord dell’Arena, è esattamente l’opposto. Spicca la storica gradinata sempre più rotta e imbrattata di graffiti, con sbocco verso una discesa in cemento più bucherellato del groviera. Quello che in questo momento desta preoccupazione maggiore è quanto sta capitando “drio la Rena”, verso est, in piena zona monumento. Dal giorno alla notte è spuntato un mastodonte. Un edificio a tre piani che chiude, a tutti i caseggiati d’epoca austriaco-italiana circostanti, la visuale verso il porto. L’anfiteatro, poco sotto, sbircia reietto, seminascosto, passando quasi inosservato, al cospetto della nuova, enorme entità architettonica di cubica fattura. È un’invasione impropria di un ambiente ancora in rapporto sentimentale con i suoi ultimi cittadini autoctoni, che difficilmente possono capire quest’aspetto dinamico della trasformazione, che sta strettamente coinvolgendo il nucleo urbano. La forza culturale del patrimonio monumentale è poco rispettata e questo ciclope, forse destinato a nuovi spazi “zimmer frei” raso Arena, non è di certo frutto di un progetto che ha voluto cimentarsi con i vincoli posti dall’eredità del passato. Il conflitto architettonico prodotto è irrisolvibile. Regolamenti e procedure operative dettate dalla Città, non pongono limiti agli obbrobri, ma concedono libertà alla crudele matematica: il Piano urbanistico permette la crescita di tre piani su pianterreno, ed è fatta.

“Zimmer frei drio la Rena”

Calibrare i progetti
L’adeguamento e il giusto incontro tra la preesistenza architettonica e la nuova foga edilizia non esiste. La soluzione non è quella di proibire, ma di saper come agire e usare i mattoni “cum grano salis” onde stabilire equilibrio, imprimere senso alla nuova epoca cercando l’armonia con il passato, con un ambiente che ha anima. Anche se il male è bell’e costruito, avendo davanti una risorsa patrimoniale monumentale di prim’ordine, per il periodo futuro resta un’estrema necessità di calibrare i progetti delle trasformazioni in veste più estetica e qualitativa. Va imparata una più sottile dialettica tra continuità e discontinuità, tra tradizione e innovazione, altrimenti una risorsa irrinunciabile come la vitalità e l’identità di una città andrà persa a causa dell’incapacità di creare nuovi valori nella contemporaneità.

La barraccopoli rom ancora in piedi

Si può ricollegare al medesimo discorso un altro intervento edile in atto “drio l’Arena”, a una cinquantina di metri dal monumento. Lo spaventoso dramma della Seconda guerra mondiale era intervenuto bruscamente con le sue distruzioni radendo al suolo delle case in zona e abbandonando ruderi di strutture murarie, divelte ormai da oltre settant’anni. Ebbene. È arrivata anche l’ora della fine di una casetta semi-diroccata. Le ruspe hanno demolito tutto e adesso sono pronte per dare spazio ad una nuova costruzione. L’investitore, in detto caso è Dean Skira della pluripremiata ditta Lumenart, che in fatto di talento estetico si è fatta eccome valere, ma privilegiando l’approccio dell’innovazione e della modernità. Forse, in detto caso, arriverà un po’ di buon senso e di rispetto per il contesto storico. Nel caso di tutti gli altri costruttori irriverenti, come recita l’inno polesano “se i gà el zervel de legno, capir i doverà“…

Il mastodontico edificio in costruzione
Il campanile di Sant’Antonio, piccolo, piccolo
Finalmente, la bellezza è in vista
Il più bell’albero del rione con nido e nidiata
Demolizione e ricostruzione a pochi metri dall’anfiteatro

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