Da Madain Saleh, Hegra, detta anche la Petra saudita, il sito archeologico UNESCO più importante dell’Arabia Saudita, che narra la storia dei Nabatei… a Pola. Il viaggio è stato davvero lungo e ad averlo appena compiuto è il direttore di Arcadia ricerche (Marghera), Guido Driussi, tra l’altro dirigente dell’Associazione scienze e beni culturali, che lo scorso giugno a Bressanone ha celebrato un’eccezionale longevità: i quarant’anni di convegno scientifico, per tematizzare “La prossime Sfide per i Beni Culturali. Ricerca, competenze e professioni a fronte di cambiamenti climatici, sostenibilità e transizione digitale”. Niente paura, l’autorevole esperto, che abbiamo incontrato ai piedi dell’Arco dei Sergi, non è arrivato al capezzale di una struttura in fin di vita, ma per osservarla e fare prevenzione, rassicurarsi che gli acciacchi dovuti alla plurisecolare età non degenerino in qualcosa di peggio. Il biglietto da visita di Arcadia allega anche un curriculum con delle competenze di tutto rispetto: caratterizzazione dei materiali e delle tecniche costruttive, progettazione del restauro, stesura delle schede di restauro con l’aiuto di collaboratori professionisti, diagnostica e mappatura delle forme di degrado, esecuzione di prove ‘pilota’ di restauro sia in cantiere che in loco, realizzazione di monitoraggi climatici e fessurimetrici wifi, ricerca nel campo di prodotti innovativi in collaborazione con le realtà produttivo-industriali. Ecco che forse diventa chiaro il perché di tanti aggeggi – oltremodo strani per un profano – utilizzati ad auscultare il nostro monumentale “corpo” di pietra. A manovrarli è l’equipe italiana degli esperti nella radiografia destinata ai pazienti storici che se la meritano. Uno di questi è sicuramente l’Arco fatto costruire da Salvia Postuma, che in antichità affiancava la mitica porta aurata. A scalarlo da cima e fondo, su e giù per le impalcature alte 12 metri, vi sono Zeno Morabito e Alessandro Mazzucato, prima in basso, al livello dei basamenti, muniti di magnetometro, poi verso l’alto con in mano georadar. Sui loro display i primi preziosi dati appena raccolti.
È Guido Driussi, quindi che ci aiuta a capire un po’ di più in merito a questo prezioso servizio commissionato dal Museo archeologico istriano, su richiesta della Sovrintendenza ministeriale croata ai beni culturali. “ Siamo qui perché ci è stato chiesto di compiere una valutazione dello stato di conservazione dell’Arco, in virtù del fatto che noi utilizziamo tecniche d’indagine non distruttive, come quelle magnetometriche per rilevare la presenza delle staffe metalliche e quelle soniche usate per studiare la continuità e l’omogeneità dei materiali. Facciamo quindi la tomografia che, volendo spiegarci meglio, è l’equivalente della TAC per un uomo, giacché ci consente di vedere com’è la struttura dietro al materiale, com’è fatta dentro, mentre il nostro georadar permette di completare la visione dopo la ‘lastra’”.
Pochi giorni di diagnostica basteranno, con ciò che il gran lavoro verrà dopo l’acquisizione di tanti dati da elaborare. “Noi, nel 2016, avevamo già fatto il rilievo delle fessurazioni e prodotto la mappatura del degrado dell’Arco dei Sergi. Ora, invece, abbiamo colto l’invito a guardare ancora più al dettaglio, ‘dentro’ alla struttura.”

Foto: ARLETTA FONIO GRUBIŠA
Cosa è stato appurato finora? Ci sogno segnali di gravita?
“No di grave non c’è nulla. Il monumento non si muove, non da segnali di spostamento. Adesso, saranno i fessurimetri a dirci quella che è la realtà in termini numerici più precisi. Per quello che vediamo noi adesso, l’Arco non ha grossi problemi, quanto un bel po’ di secoli sulle spalle. Qualche acciacco ce l’ha. Per capire bene dovremo elaborare i dati. Quanto stiamo osservando adesso dalla strumentazione sono soltanto dei segnali da confrontare. Posso notare che, il monumento non è tanto diverso di quello visto anni or sono.”

Foto: ARLETTA FONIO GRUBIŠA
Secondo lei è un monumento che comunque avrebbe bisogno di restauro o di interventi conservativi?
“Aspettare per farli, come sempre non è il massimo. É anche vero che, sostanzialmente, il degrado non è celere, non è cosa veloce. Il monumento è più o meno lo stesso, rivedo le medesime fessure di prima. Pezzi a terra non vi sono. Quindi non c’è urgenza. Certo è che sarebbe meglio fare un intervento conservativo perché poi, il degrado è una bestia un po’ strana, è come la nostra vecchiaia. Ad un certo punto accelera dopo i 60, ancor più dopo i 70 per non dire 80…”
Diremmo che è una constatazione che dovrebbe già far riflettere, preferibilmente alla svelta, in virtù del detto che prevenire è meglio di curare. Sul come e perché prevenire, si saprà di più tra un mesetto, quando dal Veneto ci arriverà il responso della diagnostica. Arcadia potrebbe ritornare sul campo anche prima, in caso di necessità di completamento delle informazioni o di inquadrare qualcosa di preoccupante, che si spera non esista.

Foto: ARLETTA FONIO GRUBIŠA
Tutti i diritti riservati. La riproduzione, anche parziale, è possibile soltanto dietro autorizzazione dell’editore.
L’utente, previa registrazione, avrà la possibilità di commentare i contenuti proposti sul sito dell’Editore, ma dovrà farlo usando un linguaggio rispettoso della persona e del diritto alla diversa opinione, evitando espressioni offensive e ingiuriose, affinché la comunicazione sia, in quanto a contenuto e forma, civile.











































