Giovedì sera Portole si è lasciata accarezzare dai colori caldi del tramonto, trasformando le sue strade e piazzette in un palcoscenico naturale di rara bellezza. L’evento “Sunset in Oprtalj-Tramonto portolano”, organizzato dall’Ente turistico locale, ha trovato cuore e cornice nella chiesa di Santa Maria, dove prima ha preso vita la conferenza di Denis Visintin, intitolata “Frammenti storici di Portole”. A seguire, le note di Mario Filipović e Nada Matošević Orešković hanno avvolto i presenti accompagnando il crepuscolo in un abbraccio armonioso di emozioni e ricordi. Ad accogliere calorosamente il numeroso pubblico è stata la direttrice della Pro loco Nicol Vranjac Štokovac, che non ha mancato di ringraziare il parroco Zoran Cetinić per aver aperto le porte della chiesa.
Con parole piene di memoria e passione, Visintin ha guidato il pubblico attraverso secoli di vicende e leggende del borgo. Dedicando la conferenza a Vladimir Hammer, collega giornalista mancato poco tempo fa e che dopo il pensionamento si era trasferito permanentemente a Portole, Visintin è stato introdotto da Ivan Zupanc, geografo e docente, spiegando come sia nata l’idea di questa conferenza. C’era un filo invisibile che univa la voce del relatore, storico e giornalista del nostro quotidiano, alle pietre di Portole. Un filo fatto di radici e memoria, in quanto Visintin è di origini portolane per parte paterna, precisamente di San Giovanni, mentre suo nonno, volto noto in paese, gestiva una bottega che era punto di incontro e di storie. “Portole non è solo un nome sui documenti, ma un organismo vivo, fatto di storie, di famiglie e di legami”, ha detto Visintin.
Così, quando ha preso la parola, non era soltanto un ricercatore che parlava di storia ma un nipote che tornava a casa, un testimone che intrecciava le cronache antiche con il respiro vivo della propria terra. In un’atmosfera raccolta, Visintin ha tracciato un affresco ricco e dettagliato della lunga storia del borgo, che conserva ancora l’impronta di un castelliere e le tracce di insediamenti romani.
Il borgo compare per la prima volta nelle fonti scritte nel 1102 come Castrum Portulense, sotto il patriarcato di Aquileia. Nel 1420 passò ai Veneziani, divenendo parte del sistema difensivo della Serenissima fino al 1797. Visintin ha rievocato episodi vividi, come il documento del 1343, che descrive il conflitto con Montona per il possesso di boschi e paludi, o le dispute sulle decime che, dal Quattrocento in avanti, misero di fronte la Camera di San Giorgio e la Curia vescovile. Gli statuti comunali, risalenti al XIII secolo, regolavano ogni aspetto della vita civile, ecclesiastica e giudiziaria. Rimasti in vigore per secoli, furono sostituiti dall’Ordinamento napoleonico e poi dal Codice austriaco. La gestione era affidata a un podestà e a un consiglio di ventiquattro anziani, con funzionari che andavano dai giudici agli stimatori, dai notai ai “saltari”. “Dietro le cariche e i ruoli, c’erano famiglie che hanno segnato la storia di Portole, dai Manzioli ai Persico, fino ai Lughi”, ha ricordato il relatore.
Dal Quattrocento, Portole accolse coloni provenienti dalla Dalmazia e dalla Bosnia. La sua popolazione si mantenne sorprendentemente stabile anche di fronte a crisi ed epidemie, come la peste del 1630, che altrove decimò intere comunità. Nel 1766 contava quasi duemila abitanti. Alla vigilia della Prima guerra mondiale, il borgo era un centro vivace e attivo: una società filarmonica, la banda, la biblioteca, cooperative, botteghe di artigiani, cave e fabbriche costellavano il tessuto urbano. Sarti, tessitori, bottai, fabbri e vasai ne animavano le giornate.
“Queste pietre non sono mute. basta ascoltarle”, ha concluso Visintin e ascoltandolo si aveva la sensazione che la storia di Portole non fosse fatta solo di date e documenti, ma di voci, volti e gesti concreti. Il passato, nelle sue parole, non era un museo polveroso, ma un organismo vivo, che ancora respira tra le pietre antiche e i ricordi dei suoi abitanti.
A chiudere la serata, la raffinata intesa musicale tra Nada Matošević Orešković, direttrice d’orchestra di fama internazionale, e Mario Filipović, voce brillante dell’Opera di Lubiana. Le loro interpretazioni, intense e coinvolgenti, hanno intrecciato tecnica e passione, regalando al pubblico un finale carico di emozione e bellezza.

Foto: ERIKA BARNABA

Foto: ERIKA BARNABA

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