Ci sono figure che attraversano il tempo senza fare rumore, ma lasciano dietro di sé un’eco così intensa da continuare a vibrare nei luoghi, nelle parole e nelle coscienze di chi resta. Vlada Acquavita apparteneva a questa rara schiera di anime. Poetessa, insegnante, bibliotecaria, donna di cultura e custode dell’identità italiana in Istria, Vlada non ha soltanto scritto versi ma ha inciso memorie nella pietra, nella terra rossa istriana, nei volti degli alunni e nei silenzi della natura che tanto amava. Ed è proprio in questo intreccio di poesia, territorio e memoria collettiva che nei giorni scorsi la Scuola elementare italiana “Edmondo De Amicis” di Buie ha dato vita alla seconda parte del progetto dedicato alla poetessa, trasformando una semplice uscita didattica in un viaggio emotivo dentro l’anima di Buie e dell’Istria.
Dopo il significativo successo ottenuto lo scorso anno al concorso artistico-letterario “In Histria Verba manent: l’italiano, la lingua e l’identità”, promosso dal Consiglio della minoranza nazionale autoctona della Regione istriana, gli alunni del gruppo di attività libere “ScrittArt”, guidati dall’insegnante responsabile Arlene Kauzlarić Ocovich, insieme al gruppo naturalistico coordinato dall’insegnante Raffaella Zuliani e alla bibliotecaria Antea Belli Biloslavo, quest’ultima autentica anima pulsante dell’intero progetto, hanno intrapreso un insegnamento sul campo che è stato, prima di tutto, un’esperienza umana e culturale profonda. Parte integrante del progetto anche l’insegnante Andrea Sinožić, assente durante l’uscita ma fondamentale nella realizzazione dell’iniziativa. I ragazzi hanno percorso il celebre “Sentiero Vlada Acquavita”, inaugurato a Buie nel 2013, un itinerario che conduce alla sorgente, al sito archeologico e alle rovine della chiesa campestre di Sant’Eliseo, luogo evocato più volte nei versi della poetessa. Qui la natura sembra ancora custodire la sua voce. Accanto alla sorgente, infatti, cresce il melograno piantato in suo onore, simbolo caro a Vlada e presenza ricorrente nelle sue poesie, accanto alla targa commemorativa che testimonia il legame indissolubile tra la poetessa e la sua terra.

Tra versi e memoria
È stato in questo scenario che gli alunni Ilaria Mekiš, Francesco Lussa, Stefan Altin e Jan Sain hanno letto “L’iride celeste” e “La caccia”, restituendo ai versi una nuova vita attraverso la voce delle giovani generazioni. La giornata ha assunto un valore ancora più intenso grazie alla presentazione dell’erbario ispirato a “Herbarium Mysticum”, una delle opere più significative di Vlada Acquavita. Un lavoro delicato, paziente, quasi rituale, dedicato alle piante e ai fiori che abitano il suo universo poetico quali il bucaneve, la viola bianca, la viola, la primula, la rosa canina, la pervinca, il campanellino blu, la margherita e il trifoglio. Fiori semplici, apparentemente fragili, ma capaci di racchiudere simboli antichi, malinconie sottili e radici profonde. Ad affiancare il gruppo anche Ilaria Poniz Kozlović e Renee Štokovac, oggi studentesse del primo liceo della SMSI “Leonardo Da Vinci”, ma già protagoniste della prima fase del progetto quando frequentavano ancora la SEI. Con loro anche la pedagoga dell’istituzione scolastica, in un ideale passaggio di testimone tra generazioni unite dalla stessa eredità culturale. La passeggiata si è trasformata così in un pellegrinaggio laico attraverso i luoghi della memoria, da San Giacomo all’edificio scolastico dove Vlada lavorò per alcuni anni, fino al centro storico di Buie, attraversando il cimitero commemorativo di San Martino, la Torre veneta e piazza San Servolo, dove sorge l’ex Scuola elementare italiana nella quale la poetessa trascorse gran parte della sua carriera. Un cammino nel quale ogni pietra sembrava custodire una traccia del suo passaggio, ogni sosta diventava racconto, ogni scorcio parlava di lei.

Un viaggio umano e letterario
Come raccontato da Antea Belli Biloslavo, che ha fatto pure da cicerone durante tutta l’uscita, forse è proprio questo il lascito più autentico di Vlada Acquavita, quello di aver saputo trasformare la cultura in presenza viva, quotidiana, necessaria. Nata il 18 aprile 1947 a Capodistria e vissuta poi a Buie con la famiglia, Vlada crebbe circondata dai libri, dalla natura e da una sensibilità fuori dal comune. Figlia di una sarta e di un operaio, introversa ma profondamente attenta al mondo, trascorse l’infanzia tra letture, pittura, cinema e lunghe passeggiate nella campagna istriana. Studiò all’Ateneo di Trieste e si laureò a Zagabria in letteratura e lingua francese, portando poi la sua passione nella Scuola elementare italiana di Buie, dove insegnò francese e italiano con una dedizione rara. Iniziò successivamente il percorso da bibliotecaria, diventando tra le prime bibliotecarie professionali dell’Istria. I suoi alunni la ricordano come una presenza elegante, colta, mai autoritaria ma naturalmente rispettata, capace di accendere curiosità e amore per i libri. La sua produzione letteraria, iniziata in età adulta, ha dato vita a opere come “La rosa selvaggia e altri canti eleusini”, “Herbarium mysticum”, “Clausole medievali”, “Radici di pietra”, “Canti di una terra di confine”, “Voci del silenzio” e “Virtualità”, pubblicazione postuma selezionata tra le più belle edizioni nazionali del 2015 e custodita nella collezione del “Deutsches Buch und Schriftmuseum” di Lipsia. Nelle sue poesie l’Istria non è stata semplice paesaggio ma è stata carne, memoria, identità, respiro, una terra di confine trasformata in canto universale.
Vlada Acquavita se n’è andata il 24 maggio 2009 con la stessa discrezione che aveva accompagnato tutta la sua esistenza. Come rilevato dalla Biloslavo: “Alcune persone non smettono mai davvero di abitare il mondo. Continuano a vivere nei sentieri che portano il loro nome, nei libri consumati dalle mani degli studenti, nei fiori raccolti dentro un erbario, nelle aule che hanno attraversato e nelle parole che continuano a insegnare silenziosamente il valore della cultura, della gentilezza e dell’identità”. Oggi Vlada riposa nel cimitero di Buie, ma la sua voce continua a camminare tra le pietre istriane, accanto al melograno che la ricorda, tra i versi letti da ragazzi che forse non l’hanno mai conosciuta, eppure la sentono ancora incredibilmente vicina. Perché certe anime non appartengono al passato ma diventano paesaggio.

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