Una corona di fiori deposta in segno di unità e di devozione a Beato don Francesco Bonifacio. Con questo gesto semplice e contemporaneamente colmo di significato ai piedi del cippo eretto, nel punto del suo arresto associazioni e autorità si sono unite in segno di rispetto e commemorazione. Alla funziona, iniziata con una preghiera erano presenti: Maurizio Tremul, presidente dell’Unione Italiana, Ennio Forlani, presidente del Consiglio della minoranza italiana autoctona della Regione istriana, Mauro Graziani presidente del Consiglio della minoranza italiana della Regione litoraneo-montana, Renzo Codarin presidente della Federazione della Associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati, Jessica Acquavita, vicepresidente della Regione istriana in quota CNI, Giuseppina Rajko, viceconsole onoraria d’Italia a Buie, Gianluca Di Felice, reggente del Consolato generale d’Italia a Fiume e Michela Altin, vicesindaco in quota CNI della Città di Buie. A loro si è unita una delegazione della CI di Crassiza, accompagnata da Mario Ravalico, studioso e autore del libro dedicato al Beato e Gianfranco Bonifacio, nipote del sacerdote ucciso.
Ad aprire la commemorazione è stato Mate Mekiš, presidente della CI di Crassiza, il quale ha ricordato che nel Giorno del Ricordo si commemorano anche gli eccidi subiti dalla popolazione locale. Renzo ha evidenziato che in Istria la fine della guerra non portò la pace: “Ricordiamo che quanto successo a don Bonifacio è avvenuto a un anno dalla fine della guerra, l’odio continuò e provocò lo spopolamento di queste zone”, ha ricordato.
Ravalico ha voluto ricordare che il cippo è stato eretto nel settantesimo anniversario del martirio, nel posto in cui il parroco è stato fermato, informazione giunta fino a noi grazie alla testimonianza di tre persone che assistettero all’arresto.
Esuli e rimasti
L’incontro è stato un momento per riflettere sulla tragedia che travolse il confine orientale alla fine della Seconda guerra mondiale. “La Giornata del Ricordo ricorda i destini di chi ha dovuto lasciare queste terre per poter restare italiano, come spesso sentiamo dire – ha sottolineato Jessica Acquavita -. Io vorrei evidenziare che è una data che deve ricordare anche coloro che sono rimasti in queste terre e che in ottant’anni hanno dimostrato con caparbietà che sono riusciti a essere italiani e a mantenere vive la tradizione, la cultura e la lingua nonostante situazioni e storie dolorose. Sono convinta che dalle ferite del nostro passato siamo riusciti a costruire una società della quale ci vantiamo: plurietnica, bilingue, in cui l’identità italiana è parte di questo territorio”.
A concludere gli interventi delle celebrazioni è stato Maurizio Tremul: “Quest’anno abbiamo deposto un’unica corona assieme a Federesuli a indicare che siamo un unico popolo: due parti di una stessa mela divise dal confine. Sottolineo l’importanza che la tragedia delle foibe sia studiata nelle scuole di Slovenia, Croazia e Italia, ma assieme alle tragedie è necessario studiare anche quello che è stato fatto di buono in queste terre negli ultimi ottant’anni da parte di chi scelse di rimanere, perché noi vogliamo costruire un percorso di riconciliazione sulla base del perdono, come insegna Beato don Bonifacio”.
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