Un simbolo di coraggio, comunità e resistenza all’ingiustizia. Boris Miletić, presidente della Regione istriana, ha descritto così lo storico sciopero dei minatori avviato il 2 marzo del 1921, diventato conosciuto come Repubblica di Albona, ma anche come la prima rivolta antifascista a livello internazionale. Ebbe inizio nella piazza Rossa, Krvova placa, e il suo 105° anniversario è stato celebrato ieri nello stesso luogo con la tradizionale cerimonia e la deposizione di corone di fiori e l’accensione di ceri vicino alla lapide commemorativa con l’insegna “Da se svojni ne zobi” (Per non dimenticare mai, tradotto dallo zacavo).
A prendervi parte sono stati anche quest’anno, oltre a Miletić, gli esponenti delle autonomie locali dell’Albonese, che celebrano il 2 marzo anche come Giornata del minatore, assieme ai rappresentanti di molte altre istituzioni, associazioni ed enti, ad alcuni ex minatori e altri cittadini. Tra i presenti pure un gruppo di bambini della sezione locale dell’asilo pubblico “Pjerina Verbanac” e alcuni degli alunni della sezione di Vines della Scuola elementare “Ivo Lola Ribar”. Soffermandosi sugli eventi storici di 105 anni fa, la storica Eva Melegi Matković ha ricordato che lo sciopero ebbe inizio in un clima in cui la difficile vita dei contadini e lavoratori in seguito alla Prima guerra mondiale peggiorò ulteriormente con la pandemia di influenza spagnola, con condizioni di povertà estrema, tasse, frequenti azioni di confisca del patrimonio, cui si aggiunsero la fascistizzazione, ovvero sempre più frequenti atti di maltrattamento della popolazione. “Nelle miniere dell’Albonese si assistette, inoltre, pure alla diminuzione degli stipendi, al prolungamento dell’orario di lavoro… Per un giorno di assenza si perdeva lo stipendio, si risparmiava sui costi per le misure di sicurezza, mentre le persone ritenute sconvenienti per il regime venivano licenziate”, ha detto la storica, ricordando che la rivolta ebbe inizio dopo il pestaggio, a Pisino, di Giovanni Pippan, leader sindacale, da parte di un gruppo di squadristi, al suo ritorno da Trieste, dove si era recato per una riunione con la dirigenza della miniera per discutere la difficile situazione economica in cui si trovarono i minatori.

Foto Tanja Škopac
«Kova je nasa»
La protesta iniziò verso le ore 13: i minatori occuparono i pozzi, non solo a Vines, ma anche a Carpano e a Stermazio, come pure gli impianti della miniera a Stallie e il magazzino con gli esplosivi a Valpidocchio. Minarono gli accessi ai pozzi e agli impianti, per la cui difesa furono istituite le “guardie rosse” con a capo Francesco Da Gioz. Furono issate le bandiere rosse con la falce e il martello e i minatori che parteciparono alla rivolta (c’era tra gli operai un gruppo di siciliani che si opponeva all’azione degli scioperanti e che sosteneva l’amministrazione) portarono una fascia rossa. Si armarono con vari arnesi, alcuni anche con fucili e pistole, crearono pure delle bombe. A partecipare allo sciopero furono circa 2.000 persone, minatori e contadini, sostenuti dagli abitanti del luogo, tra cui le giovani Milka e Paola Jan, che capeggiavano il corteo degli scioperanti recatosi da Vines ad Albona, i cui partecipanti gridarono lo slogan “Kova je nasa” (La miniera è nostra). A sostenere i minatori, pure Giuseppina Martinuzzi e Giovanni Tonetti.
La rivolta fu soffocata nel sangue, da più di 2.000 carabinieri, l’8 aprile dello stesso anno. Furono uccisi Massimilano Ortar e Adalberto Sykora, mentre nei giorni precedenti aveva perso la vita, per una polmonite presa partecipando alla rivolta, Jakov Šumberac. Circa 40 minatori furono arrestati e processati a Pola. Lo stesso anno furono assolti.
“Che questo sia un promemoria che il coraggio, l’unione e la visione sono stati da sempre alla base del progresso del nostro territorio”, ha detto il vicesindaco albonese Goran Vlačić, il quale ha deposto una corona di fiori con Gracijela Milevoj, nipote di uno dei partecipanti alla rivolta del 1921. Vlačić ha salutato i presenti anche a nome del sindaco Donald Blašković, il quale proprio ieri ha firmato a Zagabria l’accordo per l’assegnazione dei mezzi a fondo perduto per il progetto “Mine Story”, del Programma di cooperazione transfrontaliera Interreg Slovenia-Croazia, con il quale si continua con gli investimenti nella rivitalizzazione e nella promozione del patrimonio minerario del territorio. Come ha detto Vlačić, con simili iniziative si cerca di collegare il passato e il futuro, ma anche di trasformare il lascito minerario nel motore dello sviluppo, del turismo sostenibile, della riconoscibilità culturale e delle opportunità economiche.

Foto Tanja Škopac
«Bella ciao»
“Se ci fosse stata maggiore comprensione per le condizioni di vita e lavoro dei minatori nel 1921, forse 19 anni dopo non sarebbe avvenuta la tragedia nella miniera di Arsia, nella quale, in seguito all’esplosione della polvere di carbone, perirono 185 minatori e altri 140 operai rimasero feriti”, ha detto il presidente regionale Miletić, sottolineando l’importanza di ricordare pure la rivolta dei contadini del Prostimo, sempre del 1921, e dicendo che l’Albonese deve essere orgoglioso dei minatori che avviarono lo sciopero, ma anche grato per i loro sacrifici.
Hanno contribuito alla cerimonia, moderata da Loredana Ružić Modrušan, dell’assessorato cittadino agli Affari sociali, alcuni dei partecipanti più giovani: Reana, Stefani e Alex Bastijanić hanno interpretato una poesia del nonno Mladen Bastijanić, Roko Tireli e Luka Slavić si sono presentati con i versi di Sonja Basanić, mentre Antea Batelić ha letto una poesia di suo zio Daniel Mohorović. Il maestro Franko Ružić ha eseguito gli inni della Croazia e della Regione istriana, oltre al brano “Bella ciao”. Hanno voluto salutare tutti i presenti pure due ex minatori, Safet Mujkanović e Špiro Dmitrović, di cui quest’ultimo ha pure interpretato una sua poesia, scritta in croato, ispirata alla vita dei minatori.
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