Processionaria del pino, fate attenzione

Le esperte del Centro per le specie invasive di Parenzo invitano a tenere al guinzaglio gli animali domestici

La processionaria

In questi giorni di primavera gli amanti della natura e i proprietari di cani si stanno confrontando con il problema della processionaria del pino. Di che cosa si tratta? A quest’interrogativo hanno risposto le esperte del Centro per le specie invasive, operante nell’ambito dell’Istituto per l’agricoltura e il turismo di Parenzo.

 

I pini che crescono in riva al mare, ma non solo, presentano, sui rami più elevati, dei gomitoli bianchi: sono i nidi della processionaria del pino (Thaumtopoea pityocampa, Denis & Schiffermuller), un lepidottero appartenente alla famiglia delle Notodontidae, ossia delle farfalle notturne, che dimora sulle conifere (pino, abete snello, abete rosso, larice). È diffusa in tutti i Paesi mediterranei europei, nella fascia continentale centrale e orientale, poi nell’Europa centrale e orientale, arrivando fino alla Scandinavia.

La si riconosce per i suoi bruchi pelosi, che in primavera si muovono in colonne lunghe decine di metri. Questi bruchi, ciechi e privi d’olfatto, creano delle colonne aggrappate a un filo argenteo, che muovendosi lasciano dietro di sé. Il loro movimento cessa quando non trovano più il loro alimento preferito: gli aghi di pino.

Il Ciclo vitale della processionaria

Proprio perché si ciba d’aghi di pino (e lo fa due volte l’anno: le giovani larve in autunno e i bruchi in primavera) è molto dannosa. Nelle aree adriatiche s’insedia per lo più sul pino nero e su quello d’Aleppo, sopratutto sugli alberi adulti, che hanno più di 40 anni, sui quali molto raramente genera problemi acuti, quali l’essiccazione. Crea però danni notevoli nelle aree forestali appena rimboscate, causando la morte delle giovani piante.

Per quanto riguarda gli uomini e i cani, a contatto con la pelle, la processionaria può causare reazioni allergiche. Ciò poiché i peli dei bruchi contengono una sostanza velenosa che funge da difesa dai predatori. La reazione può essere generata anche da un bruco morto. Visto che il veleno rimane nell’aria, basta che il cane passi vicino o lecchi un bruco, che sulla sua bocca, per reazione, si verificherà un improvviso gonfiore, gli si chiuderanno gli occhi e sentirà un tremendo prurito alla testa. Talvolta può vomitare. Se al momento del contatto con il bruco il cane ha la bocca aperta, gli si può gonfiare la lingua, al punto da non poter più chiudere la bocca. Si può giungere anche alla necrosi della lingua. Va allora urgentemente richiesto l’intervento del veterinario, perché c’è il rischio che il gonfiore della laringe provochi la chiusura delle vie respiratorie. Le esperte consigliano perciò di tenere d’occhio e al guinzaglio i beniamini di casa e di evitare le passeggiate nelle pinete in questo periodo. Avendo gli studi dimostrato che le foreste composte esclusivamente da conifere, che crescono su terreni poveri, sono più suscettibili agli attacchi di questo parassita, per combatterlo sarebbe meglio piantare nuove specie e formare delle foreste miste. La sua soppressione è possibile anche meccanicamente, staccando e eliminando i nidi, ma l’operazione si presenta piuttosto difficile poiché i nidi generalmente si trovano sui rami più alti degli alberi. Il trattamento con insetticidi è escluso per motivi ambientali ed ecologici.

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