Nella Casa dei castelli di Momiano si è svolta una conferenza di grande spessore storico e scientifico dal titolo “Il clima e le sue ripercussioni sulla storia socio-economica e sanitaria dell’Istria”, inserita nel ciclo di incontri promossi dall’istituzione che opera nell’ambito delle attività del Museo storico e navale dell’Istria, ossia degli appuntamenti dedicati alla valorizzazione del patrimonio culturale e della memoria del territorio. Ad aprire la serata è stato il responsabile ad interim Dean Krmac, che ha ricordato l’attualità del tema climatico alla luce dei recenti record di temperatura globale e ha salutato le autorità presenti, tra cui la sovrintendente ai Beni culturali per la Regione istriana, Lorella Limoncin Toth e la Console onoraria d’Italia a Buie, Giuseppina Rajko, oltre a studiosi, appassionati e cittadini provenienti da tutta l’Istria. Krmac ha quindi presentato il relatore, Rino Cigui, storico e ricercatore, vicepresidente della Società di studi storici e geografici di Pirano, noto per le sue ricerche di storia sanitaria, toponomastica e araldica.
Un viaggio attraverso i secoli
Nel suo intervento, Cigui ha guidato il pubblico in un lungo viaggio attraverso i secoli, mostrando come il clima non sia soltanto uno sfondo naturale, ma una vera e propria forza storica capace di influenzare l’economia, l’agricoltura, la demografia e la salute delle popolazioni. Carestie, epidemie e mutamenti sociali, ha spiegato, sono spesso la conseguenza diretta di oscillazioni climatiche, di inverni eccezionalmente rigidi o di estati anormalmente piovose o siccitose.
Il relatore ha inquadrato il tema alla luce della climatologia storica, richiamandosi agli studi di Emmanuel Le Roy Ladurie, autore della fondamentale “Histoire du climat depuis l’an mil” (Storia del clima dall’anno Mille), un’espressione che indica un filone di studi storici e scientifici che ricostruisce l’evoluzione del clima europeo, e in parte globale, dall’anno 1000 ad oggi. Si è soffermato pure sulla teoria dei cicli astronomici elaborata dal matematico serbo Milutin Milanković, che attribuisce le grandi variazioni climatiche ai movimenti millenari della terra, all’eccentricità dell’orbita, all’inclinazione dell’asse e alla precessione degli equinozi.
Sono state quindi delineate le grandi fasi climatiche dell’ultimo millennio, quali il Periodo caldo medievale (IX-XIV secolo), la Piccola era glaciale (circa. 1300-1850), con i suoi celebri minimi solari, Wolf, Spörer, Maunder e Dalton, nonché il progressivo riscaldamento dell’età contemporanea. Particolare attenzione è stata riservata al ruolo delle eruzioni vulcaniche, come quella del vulcano Laki in Islanda nel 1783 e soprattutto del Tambora nel 1815, responsabile del cosiddetto “anno senza estate” del 1816, che sconvolse i raccolti in tutta l’Europa.

Foto Zoltan Toth
I cambiamenti in Istria
Dalla dimensione globale, Cigui è poi sceso al caso istriano, dimostrando come questi fenomeni abbiano inciso profondamente anche sull’Adriatico settentrionale. Attraverso le relazioni dei podestà e dei capitani veneziani, da Marino de Nigo a Pietro Balsadonna, da Andrea Contarini ad Antonio Cappello, ha ricostruito un quadro fatto di gelate devastanti, siccità, tempeste e raccolti distrutti. Nel 1607-1608, ad esempio, il gelo fu tale da decimare il bestiame, costringendo i contadini a smontare i tetti di paglia per nutrire gli animali. Nel 1709, uno degli inverni più rigidi della storia europea, uliveti e vigneti furono quasi annientati, come testimonia il medico piranese Jacopo Panzani.
Alle crisi climatiche seguirono carestie e malattie. Nel Cinquecento e Seicento, come nel primo Ottocento, l’indebolimento della popolazione favorì la diffusione di epidemie, spesso non solo di peste, ma soprattutto di tifo petecchiale e vaiolo. Le cronache parrocchiali di Momiano, Rovigno, Gallignana e di altre località istriane parlano di fame estrema, di persone costrette a nutrirsi di radici, cortecce e persino dei fusti del granoturco. In questo contesto si colloca anche l’introduzione di misure assistenziali, come la distribuzione della “minestra Rumford”, una zuppa nutriente a base di cereali e carne, ispirata agli esperimenti del conte Rumford e adottata dalle autorità asburgiche per soccorrere le fasce più povere della popolazione. Allo stesso periodo risale la promozione della coltivazione delle patate, vista come risorsa fondamentale contro le carestie, sebbene inizialmente accolta con diffidenza dal mondo contadino.

Una storia di resilienza
La conferenza ha messo in luce anche le conseguenze sociali delle crisi climatiche con l’aumento dei prezzi dei cereali, rivolte, migrazioni verso Trieste, incremento dei furti campestri e un generale peggioramento delle condizioni di vita. Eppure, ha ricordato Cigui, la storia istriana è anche storia di resilienza, di adattamento e di solidarietà, come dimostrano gli interventi delle autorità veneziane prima e austriache poi, e l’opera di parroci e amministratori che riuscirono a salvare intere comunità.
In chiusura, il relatore ha collegato il passato al presente, sottolineando come, dopo la fine della Piccola era glaciale, a metà Ottocento, le temperature avessero intrapreso una tendenza al rialzo, accelerata negli ultimi decenni dall’azione dell’uomo. La storia, ha concluso, insegna che il clima può diventare un potente fattore di crisi, ma anche che la consapevolezza e la conoscenza sono strumenti indispensabili per affrontare le sfide del futuro.
Un incontro, quello di Momiano che, dopo un vivo dibattito, ricco di domande, ha saputo unire rigore scientifico e capacità divulgativa, offrendo al pubblico una riflessione profonda su come, nei secoli, il clima abbia modellato la storia socio-economica e sanitaria dell’Istria, lasciando tracce ancora leggibili nel paesaggio, nelle fonti e nella memoria collettiva.
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