Senza mezzi termini, eufemismi, formule magiche e mantra politici: la lingua italiana in Istria si trova “in fase di regressione e nella condizione di lingua in pericolo di estinzione”. Ciò che si teme e che ognuno in cuor suo avverte con i sensi e con la mente, ora è provato col rigore scientifico di una ricerca socio-pedagogica intitolata “Vitalità della lingua italiana nella Regione Istriana di Croazia”. Lo studio è stato snocciolato sabato sera alla Comunità degli Italiani di Pola nel corso di una presentazione al pubblico intitolata, per esteso, “Delineazione delle linee guida e di intervento per il mantenimento e il miglioramento dell’utilizzo della lingua italiana nelle località a statuto bilingue della Regione istriana”, per dire che, insomma, si può ancora cercare di fare qualcosa. Sono autori della ricerca il docente universitario Andrea Debeljuh, la madre Loredana Bogliun e il collega Aleksandro Burra, che per una questione di disponibilità di mezzi e altre contingenze più o meno sfavorevoli (non ultima la pandemia da coronavirus) hanno lavorato a singhiozzo per oltre sei anni, dal 2018 in qua, tra alterne fortune. Ma ora la ricerca è conclusa e lo prova una valida monografia pubblicata col sostegno dell’Unione Italiana e dal Consiglio per la minoranza italiana autoctona della Regione istriana, che inizialmente aveva sollecitato la ricerca stessa.
Italiano «generico»
Ricerca che non è stata un sondaggio qualunque. Nel corso degli anni sono stati intervistati 411 soggetti divisi tra enti locali (254) e enti di interesse pubblico (157) in 23 località per definizione bilingui da Sissano a Verteneglio, dalle organizzazioni governative alle associazioni minoritarie, ma anche banche, servizi notarili, negozi… che praticano vari livelli di bilinguismo dalla toponomastica e cartellonistica, all’orario di lavoro esibito all’entrata. I risultati? L’italiano è quasi sempre presente a livello formale, generico, nelle intitolazioni, nelle denominazioni e nelle definizioni che non sono soggette a cambiamenti repentini, ma più si scende nel merito, nel dettaglio, nella realtà che cambia in tempo reale (banche, notai, centri commerciali…), più il respiro bilingue perde fiato per dire che, nel più dei casi, dopo il “buongiorno” di buona creanza segue la doccia fredda di una conversazione condotta esclusivamente in croato.

Porte chiuse
In teoria ci sono posti di lavoro per cui l’impiegato dovrebbe per definizione essere bilingue. Nella pratica, solo 65 enti su 411 intervistati si sono degnati di rispondere al questionario. Questo per dire che certe porte rimangono chiuse e certe roccaforti inoppugnabili. Tuttavia il 65 per cento degli enti locali e metà delle aziende affermano di “capire l’italiano e parlarlo” per cui, sommando parzialmente, “7 volte su 10 se io gli parlo solo in italiano mi capiscono; nel migliore dei casi rispondono in italiano e nel peggiore in croato ma questo è bilinguismo perfetto perché ognuno parla la sua lingua e ci capiamo”. E la classe dirigente che cosa dice? Solo un insignificante 2 p.c. dichiara che l’italiano non è una ricchezza, tutti gli altri affermano il contrario. Meno male. Ci mancherebbe.
Biologia nemica
Che cosa porta l’italiano dell’Istria alla deriva? Certamente la dispersione territoriale e l’andamento in picchiata del numero dei parlanti. Secondo i censimenti in trent’anni ci saremmo ridotti a un terzo di quelli che eravamo nel 1991: da 28.000 a 13.000. Tuttavia la realtà dei censimenti, che è una realtà eminentemente statistica, è sempre opinabile: le morti non sono state tante, e quindi chi prima si dichiarava italiano ora non lo fa più. Contrariamente a quanto si pensa, ci sono cause materialmente oggettive, per non dire genetiche, alla base della deriva linguistica e Debeljuh sottolinea quella che ci è familiare per esperienza vissuta anche quando non siamo al corrente delle spiegazioni scientifiche. È stato provato senza ombra di dubbio che se due parlanti minoritari s’incontrano in un contesto maggioritario, dopo tre volte che si sono rivolti la parola in croato non comunicheranno più in italiano semplicemente perché così vuole il nostro corredo biologico.
A meno che, si badi bene, non subentri uno sforzo mentale consapevole che si ostini a cambiare il corso degli eventi. Quindi, per dirla con Debeljuh, “il paziente sta male ma non è ancora morto: non siamo dei malati terminali”. Sarebbe il caso di sposare questa tesi e farne una convinzione.
Deriva e palingenesi
Loredana Bogliun riflette sul contesto teorico e filosofico della ricerca. La specificità storico culturale dell’Istria è stata tale che “siamo diventati minoranza di costrizione” e che il passaggio non è stato indolore, anzi. Guerra fredda, persecuzioni, infoibamenti, chiusura di scuole italiane, esodo della stragrande maggioranza dell’etnia, spopolamento marcato di intere località di residenza hanno inciso pesantemente sugli sviluppi della minoranza che dopo decenni di silenziosa rassegnazione è ora impegnata in una palingenesi e quindi di rinnovamento, trasformazione e recupero dell’identità compromessa. L’istroveneto e l’istrioto sono il cuore pulsante dell’universo simbolico della popolazione italofona. L’uso paritetico è un diritto acquisito fondamentale, sancito con accordi internazionali e dagli statuti degli enti locali e regionali. Le due lingue sono entrambe per definizione “lingue dell’ambiente sociale ma sono paritetiche solo di nome ma non di fatto”. Nell’applicazione istituzionale “la condizione di pariteticità si attua con la strategia del bilinguismo di facciata”. Nella realtà la riduzione dei domini d’uso è invece galoppante, e il calo progressivo è dovuto anche al fatto che lo studio dell’italiano non è obbligatorio nelle scuole croate per cui questa “disparità di applicazione lede persino il principio dei diritti umani”: i bambini italiani hanno 4 ore settimanali di lezione in più rispetto ai loro pari della maggioranza, che hanno la facoltà di scegliere.

Misure auspicate
A questo punto la ricerca propone un set di misure da adottare per frenare la deriva e possibilmente alterare il percorso degli eventi. Tra queste, l’elaborazione di un documento giuridico unitario che punti all’uniformazione dell’attuazione del bilinguismo tra Città e Comuni con atteggiamenti ora diversi quando non contrastanti; monitoraggio e sanzioni, parificazione del numero delle ore di insegnamento, l’introduzione di bollini bilingui (per esempio: “qui parliamo le due lingue dell’ambiente sociale: croato e italiano”), la creazione di un gruppo di lavoro di esperti e la definizione programmatica di un’azione congiunta, la divulgazione e la diffusione di opuscoli, l’analisi sociopsicologica della popolazione italiana…
Riflessioni condivise
Numerose le riflessioni condivise nel corso della presentazione, seguita da autorità, ospiti, autori, collaboratori, patrocinatori o semplicemente interessati all’argomento. Tra i presenti due parlamentari, Furio Radin (seggio specifico e vicepresidente del Sabor) e Dušica Radojčić (Možemo), Marin Corva e Paolo Demarin dell’Unione Italiana, Ennio Forlani e Gianclaudio Pellizzer del Consiglio della minoranza autoctona della Regione, la vicepresidente della Regione Jessica Acquavita, i vicesindaci in quota CNI Vito Paoletić (Pola), Manuela Geissa (Dignano), Gianfranca Šuran (Rovigno), il console onorario d’Italia a Pola Tiziano Sošić e la presidente dell’Assemblea della Comunità degli Italiani di Pola, Debora Radolović a fare gli onori di casa e vigilare sulla buona accoglienza del pubblico e dei relatori.
Secondo Acquavita, la ricerca è importante non solo per “noi che ricopriamo ruoli istituzionali che ci impegniamo affinché il bilinguismo venga rispettato a livello istituzionale” ma anche per tutti gli altri perché “abbiamo la fortuna di vivere in una terra senza discriminazione e tuttavia siamo noi stessi ad autocensurarci”. Vito Paoletić auspica la diffusione della monografia anche in una versione croata per amplificarne l’impatto, Sošić, da giurista, riflette sulla contrapposizione tra atti, documenti, leggi e diritti da un lato e le consuetudini dall’altro, mentre Radin rivendica la paternità del metodo nell’approccio scientifico impeccabile di Debeljuh che “ha avuto l’intelligenza dai genitori e l’arte dal maestro”.
Cause ed effetti
“Le leggi ci danno molto più potere di quello che effettivamente usiamo. Naturalmente sono felice che il quadro normativo sia valido, perché sono tra quelli che fanno le leggi, ma resta il fatto che sta a noi poi applicarle”, giudica Radin e aggiunge: “La ricerca è sociologica, normativo-descrittiva, ma non scava fino in fondo alla cercare le cause. Si tratta di paura, di abitudine, di conformismo? Ci vogliono ipotesi ma senza giudizio. A proposito di italiano, complimenti agli autori per la bellissima lingua usata che non è poco: potreste stamparla subito a Roma senza cambiare una virgola, ferma restando la constatazione che si tratta di un’analisi descrittiva. Sono sicuro che potrete trarne le debite conseguenze”. Tra gli intervenuti anche Ennio Forlani che ha citato un passo di Antonio Borme sul bilinguismo del 1989, di Marin Corva e Gianclaudio Pellizzer che hanno parlato degli aspetti finanziari del progetto, di costi e di reperibilità di fondi. Pellizzer ha messo in rilievo l’apporto decisivo della Regione Friuli Venezia Giulia che in due occasioni ha fornito i mezzi necessari ad alimentare la ricerca, sostenuta anche dall’Università degli studi “Juraj Dobrila” di Pola.
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