Gaetano Benčić: «Far valere i diritti acquisiti e creare occasioni di dialogo»

Intervista al vicesindaco connazionale del Comune di Torre

Gaetano Benčić

Gaetano Benčić ha iniziato da poco un altro mandato quale vicesindaco connazionale del Comune di Torre – Abrega, il primo a seguito dell’elezione diretta, con nuove sfide da affrontare, tra incognite varie. “La Legge che ha favorito l’elezione diretta dei vicesindaci italiani – ha esordito il nostro interlocutore – ha un difetto intrinseco: non specifica bene le loro competenze. Che ne abbiano è chiaro, ma che cosa debbano fare, no. Per quanto mi riguarda, vigilerò immediatamente l’applicazione di ciò che lo Statuto comunale prevede in materia di tutela dei diritti della CNI. Molte cose sono scritte e vengono realizzate, altre no. E quindi sarà compito mio sollecitare il Consiglio comunale e il sindaco ad applicare quanto dettato dallo Statuto. Saltano immediatamente all’occhio le insegne, parzialmente bilingui, mancanti, oppure logore. Questo vuol dire che bisognerà inserire nel Bilancio la voce che prevede la loro collocazione o sostituzione, partendo dalla toponomastica, per giungere a quelle degli uffici pubblici”.

 

Torre – Abrega è un Comune in cui la lingua e la cultura italiana sono di casa; è una cosa consuetudinaria comunicare in italiano anche negli uffici pubblici?

”Così dovrebbe essere, per cui tra le prime cose da fare c’è pure quella di garantire ai connazionali che non sanno bene il croato, di scrivere con fiducia al Comune in lingua italiana. Possono già farlo e io li solleciterò a insistere, trattandosi d’un diritto sancito dalle normative statali, regionali e locali. Occorre dire e ricordare ai nostri connazionali di esercitare questo loro diritto. Si tratta, in questo caso, d’un lavoro di sensibilizzazione verso coloro che non sanno di poter usufruire di questo diritto. In Comune ci sono dipendenti che conoscono bene la lingua italiana. Quest’opera va svolta in due direzioni, una verso l’amministrazione, l’altra verso i connazionali. Più richieste ci saranno, più facile sarà sollecitare in qualche modo le amministrazioni a prendere delle decisioni a favore della nostra etnia”.

In materia, va sensibilizzata pure la popolazione di maggioranza?

”Questa è pure una cosa da fare, forse meno visibile, ma pure importante. Non dobbiamo chiuderci nel nostro mondo minoritario. Anche se numericamente ridotti, in alcune località, tra le quali pure il Comune di Torre – Abrega, la tradizione, la lingua e la cultura italiane sono una delle componenti fondamentali che contraddistinguono la gente del luogo. Non è una cosa di nuova data, ma l’essenza stessa del nostro territorio. Occorre far capire che la nostra cultura italiana non è una questione di gestione folcloristica o associativa, ma è legata alla natura, alla sostanza del posto e va trattata nel rispetto delle norme generali che si applicano in materia di tutela delle componenti etniche. Siamo una minoranza diventata tale, che va tutelata con degli strumenti più decisivi.

Noi a Torre abbiamo la Comunità degli Italiani, fondata nel 1947, un’istituzione e una sede prestigiose, quest’ultima edificata grazie ai fondi provenienti dalla nazione italiana; un dono prezioso fatto a questo posto, per cui la Comunità Nazionale Italiana va tutelata, valorizzando l’apporto dei gruppi operanti nell’ambito dell’associazione, i quali con il loro operato conferiscono al paese la vita culturale di cui altrimenti sarebbe privo. Per cui la collaborazione con la CNI è di primaria importanza e il vicesindaco ha nel mio caso l’incarico di mediare e di fare da collegamento tra la stessa CNI e il Comune. Non siamo un Comune grande, per cui la comunicazione diretta è più immediata rispetto ad altre parti. Questo vuol dire che il vicesindaco dovrebbe stare attento a mettere sul tavolo, quando ce ne sia bisogno, tutte le istituzioni a noi legate, creando occasioni d’incontro e di dialogo, per superare eventuali problemi”.

In questo contesto rientra anche il dialogo con le istituzioni educative della maggioranza?

”Qui si pone un’altra questione: far conoscere la nostra cultura nelle scuole e negli asili di lingua croata. Per quanto riguarda l’asilo torresano so che s’insegna ai bambini che qui c’era e c’è la tradizione istroveneta. Lo si fa pure nella scuola. Secondo me, anche se non rientra nei miei compiti, si dovrebbe far diventare l’italiano lingua dell’ambiente sociale, come più volte proposto dai nostri rappresentanti politici, ma senza successo. A Torre lo studio della lingua italiana è opzionale e per ora l’interesse è abbastanza elevato, ma sarebbe molto più proficuo se l’apprendimento avvenisse attraverso un programma scolastico di lingua dell’ambiente”.

Tornando all’applicazione dei nostri diritti, come intende procedere per farli rispettare?

“Nei Comuni piccoli le questioni sono abbastanza chiare e credo che tutti, indipendentemente dall’appartenenza politica, dovrebbero conoscere i nostri diritti. A seconda dei problemi che si presenteranno bisognerà offrire soluzioni, seppur non sono sempre unilaterali. Noi risolviamo eventuali problemi con degli accordi, conclusioni condivise e tutta una serie di altri strumenti a disposizione, come persone dialoganti”.

In autunno ci troveremo davanti a un appuntamento importante: il censimento. Come pensa che vada affrontato?

“Credo che bisognerà lavorarci sodo, parlando ai nostri connazionali e ai potenziali simpatizzanti della necessità di dichiararsi italiani. Il censimento è una prova per vedere l’andamento demografico, a cui noi dobbiamo rispondere offrendo qualcosa di concreto ai connazionali. L’appartenenza nazionale deve essere consolidata da momenti d’incontro e di solidarietà. Forse quest’ultima sta venendo meno, forse anche no, ma dobbiamo ricreare un clima per cui gli italiani si sentano a proprio agio nell’esercitare la propria lingua e cultura. Va perciò fatta una triplice opera. Lo deve fare l’individuo che si sente in qualche modo legato alla cultura italiana, per ritrovare questo legame se per qualche motivo è stato allentato. Si deve poi operare con la popolazione di maggioranza, che deve comprendere il valore della presenza italiana come tessuto sociale vitale del territorio. Infine, le istituzioni preposte alla tutela della CNI devono trovare un modus operandi che riunisca quanto più possibile le persone, creando occasioni d’incontro e di collaborazione. Un discorso, questo, attualmente di difficile realizzazione, vista la situazione pandemica, ma che d’altra parte diventa ancora più contingente. Questo ragionamento è sempre attuale, perché le nostre attività nel tempo ‘invecchiano’ e non seguono le esigenze giovanili. È una cosa che succede tuttora. Mentirei se dicessi di avere delle soluzioni prefabbricate e funzionanti. Tutte queste cose sono molto generiche e vanno applicate a seconda del momento e delle necessità più urgenti”.

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