C’è un patrimonio che non si trova nei libri, ma lungo i sentieri, tra le campagne, agli incroci silenziosi che raccontano storie dimenticate. È da qui che nasce il progetto “I capitelli di Buie”, promosso dalla locale Scuola elementare italiana “Edmondo De Amicis”, guidato dal motto semplice e potente: “Che bei… sti capitei!”. Un’esclamazione spontanea, quasi ingenua, che racchiude però un intero universo di memoria, identità e appartenenza.
Sotto la guida appassionata degli insegnanti Arlene Kauzlarić Ocovich, Dajana Krastić e Damjan Gasperini, una ventina di alunni, appartenenti ai gruppi di attività libere quali educazione civica e “ScrittArt”, insieme ad alcuni studenti delle classi terza e quarta, ha intrapreso un percorso che va ben oltre la didattica tradizionale. Protagonisti di questo viaggio sono stati Mia, Thomas, Gaia, Gabriele, Emma, Nika, Petra, Jill, Elisa, Leon, Emmamaria, Nikki, Eva, Chiara, Nola, Rita, Stiven, Matteo K., Matteo S., Noa, Roberta e Sebastian, tutti giovani esploratori del passato, capaci di trasformare la curiosità in conoscenza e la conoscenza in emozione.
Piccoli monumenti, grandi racconti
I capitelli non sono semplici costruzioni ma sono segni, simboli, voci silenziose che raccontano la devozione di un popolo. Attraverso il progetto, gli alunni hanno potuto scoprire la storia profonda che si cela dietro queste architetture spontanee, la loro origine, i riti legati alla loro esistenza, i santi a cui erano dedicati e il loro ruolo nel definire l’identità dei luoghi come campagne, borghi e rioni che proprio da questi prendevano il nome.
Un sapere che si è intrecciato con il progetto della Regione istriana “Istituzionalizzazione della territorialità/dell’insegnamento della storia e della cultura del territorio”, trasformandosi in una vera e propria fucina creativa.
Gli alunni più piccoli, delle inferiori, hanno realizzato lavoretti artigianali ispirati ai capitelli, mentre gli altri hanno contribuito alla creazione di un depliant informativo, corredato da una mappa che guida alla scoperta di 6 capitelli selezionati tra i 24 presenti nel territorio, tutti facilmente raggiungibili a piedi.

Creatività e collettività
Il progetto ha preso forma anche attraverso una ricca produzione di materiali come un album fotografico dedicato ai capitelli, due giochi didattici, uno di memoria e uno dei dadi, ideati dall’insegnante di classe Dajana Krastić, e un raffinato modellino di capitello accompagnato da segnalibri tematici realizzati dall’insegnante di cultura figurativa, Nataša Bezić.
Ma il cuore pulsante dell’iniziativa è stato il contenuto digitale, un video accessibile pure tramite il codice QR inserito nel depliant, capace di aprire una finestra su un mondo immersivo e interattivo.
Il filmato, curato tecnicamente dall’insegnante di geografia, Damjan Gasperini, è arricchito da una suggestiva colonna sonora firmata dal musicista e compositore Goran Kauzlarić – Griff, che intreccia due brani simbolo di Buie, “La festa xe del uva” e “Nardin”.
Interamente realizzato in dialetto istroveneto e pubblicato sui social della scuola, il video accompagna lo spettatore lungo un percorso emozionale, che vede accanto a ogni capitello gli alunni recitare poesie in dialetto buiese del poeta Valter Turčinović, restituendo voce e anima a questi luoghi.
Le voci dell’esperienza
Fondamentale è stato il contributo di quattro figure di riferimento per la storia locale quali Mariuccia Štoković, Lucio Celega, Valter Turčinović e Aldo Antonini. Proprio da loro gli alunni hanno raccolto testimonianze preziose, aneddoti e frammenti di vita quotidiana che difficilmente si trovano nei documenti ufficiali.
Come racconta l’insegnante Arlene Kauzlarić Ocovich, l’idea del progetto nasce da una riflessione semplice ma profonda: “Troppo spesso si passa accanto a questi simboli senza conoscerne il significato, soprattutto le nuove generazioni. Da qui la volontà di restituire loro un pezzo di storia vissuta. L’incontro con Aldo Antonini, ospite a scuola, ha rappresentato un momento centrale con una lezione viva, ricca di racconti e curiosità che ha acceso l’interesse degli studenti. Lo stesso entusiasmo ha accompagnato gli incontri con Lucio Celega e Valter Turčinović, quest’ultimo autore delle poesie usate nel progetto. E poi l’accoglienza calorosa di Mariuccia Štoković, che ha aperto le porte della sua casa come si fa con vecchi amici, offrendo uno sguardo autentico sulla vita di un tempo”, ha concluso l’insegnante.

Custodi di identità
Come è emerso dalle interviste e dal video, un tempo numerosi nelle campagne buiesi, i capitelli rappresentavano punti di riferimento non solo spirituali, ma anche geografici e sociali. Il santo a cui erano dedicati dava il nome ai luoghi e agli itinerari, contribuendo a definire la toponomastica e l’identità del territorio. Si tratta di architetture popolari, nate dalla devozione spontanea, spesso come ex voto, segni di ringraziamento per una grazia ricevuta, per uno scampato pericolo, per una speranza affidata alla Madonna o ai santi. Sono, in definitiva, espressione concreta di una cultura collettiva, testimonianze tangibili di una fede e di una comunità che si tramanda nel tempo.
Tra passato e futuro
Quindi, oltre ad essere un percorso didattico, il progetto “I capitelli di Buie” è diventato un atto d’amore verso il territorio nonché un ponte tra generazioni. È la dimostrazione che la storia, quando viene vissuta e raccontata con passione, può ancora emozionare, coinvolgere, trasformare. Fermarsi davanti a un capitello, significa riscoprire il valore del tempo, della memoria, delle radici.
E forse è proprio questo il risultato più prezioso raggiunto dagli alunni della SEI di Buie, aver imparato che la storia non è qualcosa di distante, ma vive accanto a noi, nei dettagli più semplici, nei segni più discreti. Perché, in fondo, quei capitelli non sono solo pietre ma sono storie. E ora, grazie a questi giovani custodi della memoria, continueranno a essere raccontate.


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