Beato don Bonifacio. Un chicco che continua a germogliare

Presentato il libro di Mario Ravalico sulla vita e il martirio del parroco ucciso nel secondo dopoguerra. Tra testimonianze, ricerche e memoria condivisa, una storia sottratta all’oblio che continua a parlare di povertà, discepolato e perdono

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Beato don Bonifacio. Un chicco che continua a germogliare

“Beato Francesco Bonifacio è un chicco che da 80 anni continua a regalarci i suoi frutti”. Attorno a questo concetto, semplice e insieme dirompente, è ruotato l’intervento di mons. Ivan Štironja, vescovo della Diocesi di Parenzo-Pola, alla presentazione del libro di Mario Ravalico “Francesco Bonifacio. Vita e martirio di un uomo di Dio”, ospitata nella Comunità degli Italiani di Crassiza.

Una serata intensa per ripercorrere la vicenda del prelato ucciso nel secondo dopoguerra dalle milizie titine, ricostruirne (non senza difficoltà) la condanna e l’esecuzione, fino al perdono dei carnefici in punto di morte. Una storia salvata dall’oblio grazie alla tenacia degli studiosi e all’amore dei fedeli, che hanno sentito il bisogno di far emergere la verità.

Ad aprire l’incontro il gruppo vocale femminile “Romansa” di Buie, diretto dalla professoressa Deniza Gjini, con l’”Ave Maria”, il brano tradizionale “Dej mi, Bože, joči sokolove” e “When the stars begin to fall”. Presenti, oltre al vescovo Štironja, l’assessore regionale alla Cultura e alla Territorialità, Vladimir Torbica, il sindaco di Buie, Fabrizio Vižintin con la vice in quota CNI, Michela Altin e la presidente del Consiglio cittadino, Bojana Puzigača, il parroco Miroslaw Paranjak e il vicario generale della Diocesi di Parenzo-Pola, Rikard Lekaj.

Tre cardini della vita del Beato

Don Davide Lucchesi ha evidenziato tre cardini della vita del Beato: povertà, discepolato e perdono. “Francesco si è avvicinato alla spiritualità francescana, ha provato in prima persona cosa sia la povertà e l’ha trasformata in un motore per diventare uno strumento per aiutare gli altri attraverso Dio – ha spiegato il sacerdote –. Francesco vedeva Cristo come un maestro di vita, perciò ha vissuto come un discepolo, con una cura estrema della disciplina a beneficio degli altri. Ha dedicato la sua esistenza a studiare e conoscere la parola di Dio, perché lui era il suo maestro. Infine, attraverso le sue opere, testimoniava la consapevolezza del perdono del Signore nella vita di tutti e anche nella sua, fino ad arrivare al gesto estremo di perdonare i propri uccisori”.

Un’indagine lunga decenni

Ravalico, autore del volume edito da Edizioni Ares con la partecipazione del Comitato locale di Crassiza, della Diocesi di Parenzo-Pola, della parrocchia di Santo Stefano e dell’Azione cattolica di Trieste (Amici di Francesco), ha raccontato il proprio percorso di ricerca, proseguendo idealmente il lavoro di don Rocco – l’ultima persona ad aver visto vivo Francesco – e dei fratelli Bonifacio.

Un’indagine durata decenni, tra diffidenze e paure, ma anche desiderio di dare voce a chi non l’ha più. “Un grande grazie va a Crassiza, in particolare alla sua parrocchia e alla Comunità degli Italiani che sono state sempre in prima linea in questa inchiesta, ma anche alla gente comune che ha tramandato questa storia: ciò significa che le persone ne hanno parlato, dimostrando il proprio amore verso questo parroco di paese che è stato un grande uomo, come dimostra la sua beatificazione – ha sottolineato l’autore –. Oggi sappiamo che al momento della sua morte erano presenti tre persone: un ufficiale che ha dato l’ordine di ucciderlo e i due soldati che l’hanno eseguito. Inizialmente non si sapeva chi fossero, ma grazie alle testimonianze e alla documentazione raccolta siamo arrivati ad avere profili dettagliati e a risalire ai nomi. Gli esecutori furono persone del posto, non venute da fuori, che avevano cambiato bandiera con gli stravolgimenti al potere”.

I nomi restano riservati per evitare odio verso le famiglie. “I discendenti di Francesco Bonifacio hanno sempre chiesto di non parlare male degli uccisori, il Beato li ha perdonati ed è ciò che ha fatto anche la famiglia, noi studiosi rispettiamo questa decisione”, ha ribadito Ravalico.

Il silenzio e la svolta

Con l’autore era presente anche lo storico e giornalista de “La Voce del popolo”, Denis Visintin. “Per molti anni nessuno ha voluto parlare dell’uccisione del Beato Francesco o più in generale dei fatti avvenuti in Istria nel secondo dopoguerra. Anche il processo di beatificazione è risultato molto tortuoso perché era difficile rinvenire le prove e far parlare le persone. In questo contesto ci fu una forte collaborazione tra la Diocesi di Trieste e quella di Parenzo-Pola, perché in parallelo si stavano beatificando Francesco Bonifacio e Miroslav Bulešić – spiega lo storico –. Il punto di svolta fu il 1996, quando a Crassiza si celebrò una grande messa in memoria del parroco ucciso, con giornalisti da tutta la Croazia ed esponenti clericali italiani e croati. Con il crollo della Jugoslavia alle spalle, la popolazione si sentì finalmente libera di parlare”.

L’attesa delle spoglie

Restano da ritrovare le spoglie del Beato. Le ultime ricerche indicano il cimitero di San Vito come possibile luogo della sepoltura e lì si concentrano ora le indagini.
Toccante l’intervento conclusivo di Gianfranco Bonifacio, nipote del Beato: “In famiglia ci chiedevamo spesso dove fossero i resti di Francesco – ricorda –. Mia zia Giulia, sua sorella, aveva una convinzione profonda: diceva sempre che suo fratello è sicuramente in Paradiso e che sarà lui a farsi trovare al momento giusto. Molti fattori indicano che quel momento potrebbe arrivare in tempi brevi”.

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