Violenza sulle donne: più tutela per le vittime

In una conferenza tenutasi alla Facoltà di Giurisprudenza evidenziati i passi fatti e le sfide nell’adeguamento dei sistemi giuridici alla nuova Direttiva europea relativa al tema

0
Violenza sulle donne: più tutela per le vittime
Grande interesse per la conferenza organizzata presso la Facoltà di Giurisprudenza. Da sinistra, Lorena Zec, Morena Lekan e Tanja Prokop. Foto: GENTILMENTE CONCESSA DA DALIDA RITTOSSA

La Facoltà di Giurisprudenza ha ospitato la conferenza intitolata “Verso la Direttiva per la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica – Una visione europea per promuovere i diritti delle vittime di violenza e soluzioni nazionali”. L’evento è stato organizzato dalla Facoltà stessa e dal suo Istituto di scienze penali, in collaborazione con la Rappresentanza della Commissione europea in Croazia e il Centro di documentazione europea di Fiume.

Le principali tematiche dell’evento hanno riguardato l’armonizzazione del diritto penale croato con la Direttiva (UE) 2024/1385, considerata una guida per nuove modifiche normative. Si è discusso anche dell’allineamento del sistema giuridico penale italiano e delle soluzioni slovene in relazione alla stessa direttiva. Altri argomenti centrali erano relativo alle regole minime dell’Unione europea per definire i reati di violenza contro le donne e la violenza domestica, alla protezione della libertà sessuale e al miglioramento dell’efficienza delle azioni penali. Tra i relatori erano presenti figure di spicco, offrendo contributi rilevanti su un tema di grande attualità. L’intervento principale è stato quello della dott.ssa Hanna Gedin, deputata al Parlamento europeo, vicepresidente del gruppo parlamentare della Sinistra e coordinatrice della Commissione per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere (FEMM).

Obiettivi urgenti
Nella sua relazione, Gedin ha sottolineato quanto resti ancora da fare per raggiungere un’Europa veramente libera dalla violenza e per garantire l’uguaglianza di genere. Ha quindi auspicato un’urgente modernizzazione della definizione di stupro, una migliore implementazione della Direttiva, maggiori supporti alle vittime, una regolamentazione più efficace della violenza online e, infine, il rafforzamento dell’emancipazione economica delle donne, elemento chiave per la loro indipendenza e sicurezza.
Si sono rivolte alla platea anche la prof.ssa Dalida Rittossa, presidente del Comitato programmatico e organizzativo della conferenza, la prof.ssa Ines Matić Matešković, vicepreside per le relazioni aziendali, in rappresentanza del preside della Facoltà di Giurisprudenza, Dario Đerđa, la prof.ssa Senka Maćešić, prorettore per la digitalizzazione e lo sviluppo dell’Università di Fiume, a nome della rettrice Snježana Prijić Samaržija, e la moderatrice Carmen Gruber, responsabile del team di comunicazione della Rappresentanza della Commissione europea in Croazia.
La conferenza, suddivisa in tre sessioni, ha visto nelle prime due le relazioni di esperti, professori universitari e membri del Parlamento europeo, tra cui alcuni provenienti dall’estero. Hanno presentato parti della Direttiva, discutendo come essa sarà integrata nella legislazione nazionale e quanto il sistema giuridico croato sia già allineato a questi principi, nonché le novità che la Direttiva introduce. Queste due sessioni si sono svolte senza dibattito.

La prof.ssa Dalida Rittossa.
Foto: GENTILMENTE CONCESSA DA DALIDA RITTOSSA

Pannello di discussione
La terza sessione, concepita come pannello di discussione, ha visto la partecipazione di rappresentanti di varie istituzioni, moderata da Carmen Gruber, che ha posto domande a cui le partecipanti hanno risposto dal loro punto di vista, rappresentando le istituzioni da cui provengono. Si è parlato della situazione attuale e di ciò che ci si può aspettare dalla nuova Direttiva. Tra le relatrici: Sandra Juranović, giudice e presidente della sezione penale del Tribunale regionale di Fiume; Tea Radovani, vice procuratrice della Procura di Stato a Fiume; Suzana Kikić, funzionaria di polizia e docente all’Accademia di Criminologia e Sicurezza pubblica; Maja Štahan, coordinatrice del Centro nazionale per le vittime di crimini; la direttrice ad interim della Direzione per il Diritto penale del Ministero della Giustizia, dell’Amministrazione e della Trasformazione Digitale, Ana Kordej e l’ombudsman per la parità di genere Višnja Ljubičić.
Dalle loro esposizioni è emersa un’immagine positiva della situazione, con un’enfasi su ciò che è stato fatto e su come si potrebbe migliorare, ma tutto è stato presentato in toni ottimistici. Si è discusso dei progressi compiuti, ma sarebbe stato opportuno evidenziare anche le difficoltà e i problemi che ostacolano chi si confronta quotidianamente sul campo con queste dinamiche. Si è percepito un senso di “molto è stato fatto, ma la situazione non è così male”. Aspettando la nuova Direttiva UE, si è sottolineato che già esiste un alto livello di protezione per le vittime di violenza.
L’unica a sollevare una critica è stata Suzana Kikić, che ha evidenziato come molti poliziotti non siano in grado di distinguere correttamente le sfumature nei comportamenti violenti e nei crimini domestici, in particolare quando si tratta di infrazioni amministrative. Questo porta a numerose incertezze nella qualificazione dei reati, con conseguenti perdite di efficienza. Ha anche aggiunto che, sebbene i corsi di formazione siano presenti, non si è ancora raggiunta una sensibilità adeguata tra gli agenti di polizia riguardo a queste tematiche, e ha espresso dubbi sul fatto che si possa mai arrivare a tale livello di consapevolezza. Questo rappresenta un problema significativo, ha concluso.

Domande dal pubblico
Per gli altri relatori sembrava che non ci fossero problemi da esporre. A puntare, però, i riflettori su ciò che realmente andrebbe cambiato ci ha pensato lo spazio dedicato alle domande dal pubblico, dove Lorena Zec, psicologa dell’associazione SOS di Fiume (Centro per la Non Violenza), ha chiesto a tutte le relatrici quali potrebbero essere i principali problemi che le nostre istituzioni si troveranno ad affrontare nell’attuazione della Direttiva nell’Ordinamento croato e nella sua applicazione pratica. L’intenzione, forse, era quella di anticipare i problemi per poterli affrontare già preparati. Zec mirava probabilmente a far emergere, soprattutto da parte dei rappresentanti della magistratura e della Procura, i problemi concreti che affrontano quotidianamente: difficoltà logistiche, materiali, tecniche, di spazio, personale o tempo, o magari carenze nella formazione. Era un’occasione unica per mettere sul tavolo tutto ciò che non funziona, in un contesto perfetto per un’analisi critica.
A cercare di rispondere è stata l’ombudsman Višnja Ljubičić, che ha sottolineato l’importanza della formazione per tutte le istituzioni presenti alla conferenza, puntando in particolare l’accento sulla Procura di Stato.
Tuttavia, la domanda è rimasta senza risposta: siamo sicuri che la soluzione a tutti questi ostacoli sia rappresentata soltanto da una migliore educazione? E anche se ci fosse la miglior formazione possibile, le persone che operano sul campo riuscirebbero a sviluppare maggiore sensibilità e cambiare punti di vista eventualmente discriminatori, come atteggiamenti omofobi? L’empatia si può davvero imparare o è un processo che si sviluppa gradualmente, accompagnato da un’educazione civica più sensibile fin dalla giovane età? Siamo scettici, perché sappiamo che i valori e i giudizi morali si formano già in età prescolare e scolastica, imparando a riconoscere modelli comportamentali sbagliati dagli esempi che ci circondano, per costruire una consapevolezza su ciò che costituisce violenza. È un ciclo che non può essere risolto con soluzioni rapide, spostando tutto sulla formazione.
Quello che è mancato, in quel frangente della conferenza, è stato qualsiasi tipo di riflessione critica su ciò che realmente accade nella prassi quotidiana.

Criticità
A sottolineare questa criticità dal pubblico è stata Morena Lekan, avvocata specializzata in Diritto di famiglia e penale, che spesso si trova in prima linea a gestire le complesse dinamiche che affrontano le vittime e i loro rappresentanti legali. Lekan ha spiegato che il suo lavoro le dà modo di seguire le sue clienti vittime (per lo più donne) in tutte le fasi di un procedimento legale: “Sono quotidianamente coinvolta in queste dinamiche, che ormai conosco alla perfezione. Una vittima, anche se cerca e riceve supporto psicologico, spesso trova in me una valvola di sfogo parallela. Passo ore a parlare con chi subisce maltrattamenti, mi sono fatta le ossa su questi casi. Si inizia con le denunce, poi ci sono le fasi di indagine, la Procura, un processo interminabile”.
Lekan ha aggiunto: “Vedo che molte cose non corrispondono a quanto detto oggi. È vero che alcune cose sono cambiate, ma contrariamente a quanto affermato, ad esempio che la vittima viene interrogata solo una volta, io posso dire che, nella maggior parte dei casi, viene interrogata più di due volte, un po’ qui, un po’ lì, ma succede. Se fosse davvero una sola volta, dovrebbe essere previsto dalla legge, ma così non è”. Sempre Lekan, ha sottolineato aspetti di cui le paneliste non hanno parlato, come il fatto che, in caso di violenza domestica, la vittima (di solito una donna) e i bambini vengono trasferiti in una Casa rifugio, mentre l’aggressore, anche se arrestato, spesso torna liberamente nella casa condivisa, che è anche proprietà della vittima. Una situazione illogica, poiché si mette un peso maggiore sulla vittima, costringendola a fuggire dalla sua stessa abitazione.

Applicazione della legge
Un altro problema nasce dall’applicazione della legge. Ad esempio, quando si verificano maltrattamenti in famiglia e contemporaneamente è in corso una causa per la custodia dei figli, gli interrogatori sono separati, ma in cause civili per alimenti, le persone coinvolte spesso si incontrano nei corridoi del Tribunale. Inoltre, le condizioni di lavoro dei giudici sono inadeguate: devono spesso interrogare vittime, imputati, avvocati e testimoni in stanzette di pochi metri quadrati, e dipende solo dalla buona volontà dei giudici se le audizioni vengono separate. Non esiste una legge che regoli in modo chiaro e definitivo queste procedure.
Anche Nana Gulić dell’associazione Tić, ha menzionato il pericolo sempre presente della violenza informatica, prevista dalla nuova Direttiva dell’Ue, ma non ancora trattata adeguatamente né dalla legislazione croata né dalla Convenzione di Istanbul. Un esempio tra i tanti, potrebbe essere il termine “doxing” che la legge croata non menziona, né tantomeno prevede. Si spera che anche questi punti vengano inclusi e trattati come reati. In sintesi, c’è ancora tantissimo lavoro da fare. Bisogna guardare avanti con determinazione, con la fame di chi vuole davvero migliorare le cose. Chi si ferma a compiacersi del proprio operato, dovrebbe forse passare il testimone a chi è pronto a lavorare senza sosta affinché le cose possano cambiare.

Tutti i diritti riservati. La riproduzione, anche parziale, è possibile soltanto dietro autorizzazione dell’editore.

L’utente, previa registrazione, avrà la possibilità di commentare i contenuti proposti sul sito dell’Editore, ma dovrà farlo usando un linguaggio rispettoso della persona e del diritto alla diversa opinione, evitando espressioni offensive e ingiuriose, affinché la comunicazione sia, in quanto a contenuto e forma, civile.

No posts to display