Siniša Vilke. UTMB, il sogno di un fiumano diventato realtà

Lex alunno di Dolac ed Smsi poco più di una settimana fa è riuscito nell’impresa di concludere l’Ultra Trail du Mont Blanc

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Siniša Vilke. UTMB, il sogno di un fiumano diventato realtà
Siniša Vilke. Foto: IVOR HRELJANOVIĆ

Chamonix. Centosettantaquattro chilometri. Diecimila metri di dislivello. Tre nazioni attraversate: Francia, Italia e Svizzera. Pioggia torrenziale, neve, vento gelido, fango vivo e sole accecante sul finale. L’UTMB, l’Ultra Trail du Mont Blanc, non è una semplice gara di corsa in montagna. È la leggenda assoluta del trail running, la prova che tutti i corridori del mondo sognano di affrontare almeno una volta nella vita. È l’Olimpo dello sport di resistenza.

Quest’anno, tra i finisher c’era anche un fiumano: Siniša Vilke, professore presso la Facoltà di Marineria di Fiume, istituto di logistica, uno di quelli che sa cosa significa lottare fino in fondo, superare i propri limiti e scrivere una pagina che resterà per sempre nella memoria.
Un fatto che non deve passare inosservato: un fiumano, che ha completato anche la verticale in lingua italiana, dopo aver frequentato da bambino la SEI Dolac e successivamente la SMSI di Fiume, terminata nel 1994, per poi lavorare al Porto di Fiume e trasferirsi infine come docente presso l’Università di Marineria di Fiume, all’istituto per la logistica e il management.

Foto Siniša Vilke

La sorpresa della chiamata
“A marzo il sorteggio mi era andato male” racconta Vilke. “Pensavo che il sogno fosse rimandato a chissà quando. Poi, due mesi dopo, mi è arrivata una mail: si era liberato un posto. Non ci potevo credere. Dopo lo shock iniziale e una telefonata al mio allenatore Josip non ho avuto dubbi. Occasioni così non capitano due volte. Ho detto: devo esserci, devo provarci.”
Per capire l’impresa bisogna partire dal percorso che lo ha portato a Chamonix. Non si arriva a una gara del genere dal nulla. Serve costruzione, fatica accumulata negli anni, gradini superati uno dopo l’altro.

Le tappe di avvicinamento
“Negli ultimi anni ho corso la 100 Miglia dell’Istria, l’Učka Trail da 86 km e l’Ultra Trail Hungary da 111 km. L’Istria è stata fondamentale: nel 2022 l’ho conclusa in 34 ore e mezza, nel 2024 ho migliorato di sette ore, e quest’anno ancora meglio. Ogni volta ho visto un progresso, segno di una preparazione sempre più solida. L’UTMB era il naturale punto d’arrivo”.

Foto Siniša Vilke

Ma Chamonix non era una novità assoluta. Nel 2019, Vilke aveva partecipato alla CCC, gara “sorella” dell’UTMB da 101 km, fermandosi però all’80° chilometro. Una ferita aperta, rimasta a lungo. “Tornare lì, nella capitale mondiale degli sport di montagna, e farlo durante la settimana dell’UTMB, è qualcosa di unico. L’energia che si respira nelle strade, nei villaggi, tra la gente che ti incita, è impressionante. Sai di essere dentro un evento che vale come una finale di Coppa del Mondo per lo sci.”

Una partenza durissima… la fine un po’ meno
La gara è iniziata venerdì pomeriggio. Dopo pochi chilometri, il meteo ha mostrato subito il suo lato più duro. “Pioggia torrenziale, freddo, vento. A La Balme, dopo 41 chilometri, ero completamente fradicio e tremavo in tutto il corpo. Non avevo mai provato nulla di simile. Ho pensato: qui finisce tutto. Poi ho cambiato maglia e ho deciso di attaccare la salita al Col du Bonhomme più veloce possibile, per scaldarmi. Dopo un’ora, finalmente il tremore è cessato. È stato un passaggio chiave.”

Foto Siniša Vilke

Ma non era finita. “Nella notte ci siamo trovati in mezzo a bufere di neve, vento fortissimo e temperature sotto lo zero. Le discese verso Les Chapieux e Lac Combal erano una lotta continua contro il fango vivo e il gelo. Ho perso ritmo, ma sapevo che l’unica cosa che contava era andare avanti. Mi ripetevo: devi arrivare a Chamonix, qualunque cosa accada.”
All’alba, dopo ore di sofferenza, è arrivata la svolta. “A Courmayeur mi aspettava il mio preparatore Josip. Saperlo lì, pronto a darmi sostegno, è stato decisivo. Con lui al fianco, tutto sembra più facile. Il sole è uscito e la tratta fino ad Arnouvaz l’ho gestita bene. Poi però il Grand Col Ferret mi ha riportato alla realtà: salita durissima, nuova crisi, il freddo e le fatiche della notte precedente mi avevano consumato. Ma nelle discese ho ritrovato forza e morale.”

La seconda notte, paradossalmente, è stata migliore della prima. “Da La Fouly fino a Champex-Lac tutto è andato bene. La salita verso Trient, affrontata all’alba, è stata durissima, ma sapevo che ce l’avrei fatta. E lì Josip mi ha ridato energia. La sua presenza è stata fondamentale.”

Foto Siniša Vilke

La domenica mattina è arrivata l’ultima spinta. “Da Vallorcine a La Flégère, con il sole alto sul Monte Bianco, ho capito che il traguardo era a portata di mano. Le gambe rispondevano meglio che nei giorni precedenti. L’ultima discesa, tecnica e ripidissima, l’ho corsa col sorriso. Quando ho tagliato il traguardo, dopo 45 ore, ho provato una gioia immensa. Non importava il piazzamento, importava esserci, far parte della leggenda.”

Un risultato che vale più di un tempo

Vilke non ha nemmeno guardato la classifica finale. “Il piazzamento conta poco. So soltanto che ero nella parte alta dei finisher. Dei 2400 partenti, circa 900 si sono ritirati. Arrivare fino in fondo è già un trionfo.” Comunque il piazzamento era 1378 se si considerano entrambi i sessi in gara mentre 1207 se si guarda solo la categoria maschile.
Un trionfo che ha anche un valore simbolico per la comunità. “Non capita tutti i giorni che un fiumano arrivi a concludere l’UTMB. È motivo di orgoglio, non solo per me ma per tutti noi.”

Allenamenti, dieta e cadute
Molti si chiedono come ci si prepara a un’impresa così. «Con costanza, ma senza ossessioni. Non seguo una dieta ferrea: se mi va una tavoletta di cioccolata, la mangio. La settimana prima della gara sto più attento, preferisco cibi leggeri, equilibrio tra carboidrati e proteine. La storia della pasta a volontà è una leggenda.

Gli allenamenti sono vari: corsa in montagna, tapis roulant inclinato per simulare i dislivelli, esercizi a corpo libero per rinforzare la schiena, fondamentale per sostenere tutto il corpo. Ci sono settimane dure e altre più leggere. L’importante è non perdere la passione.»

Non sono mancate le difficoltà. “Quindici giorni prima della gara, pochi lo sanno, ma sono caduto sul Monte Maggiore. Mi sono fatto male al ginocchio e a una costola. Per fortuna niente di rotto. Ho capito che il trail è anche resilienza: accettare i colpi, rialzarsi e andare avanti.”

Ringraziamenti e futuro
“Un grazie infinito alla mia famiglia: al papà Milivoj, ai miei Martina, Sara, Ivana e Matija e al mio allenatore Josip, che mi ha seguito con dedizione incredibile. Senza di loro non ce l’avrei fatta. E grazie ai volontari e al pubblico: la loro energia ti spinge quando pensi di non avere più forze. L’UTMB è un viaggio unico nella vita. Io l’ho fatto e so che tornerò.”
E i sogni non finiscono qui. “Un giorno mi piacerebbe correre il Lavaredo Trail, nelle Dolomiti, con partenza da Cortina. Anche quella è una gara mitica. Ma intanto mi godo ogni attimo di questo risultato.”
Per la cronaca, la vittoria maschile è andata a Tom Evans, davanti a Ben Dhiman e Josh Wade mentre tra le donne trionfo di Ruth Croft, seguita da Camille Bruyas e Katharina Hartmuth. Ma l’applauso più grande resta per chi ha avuto il coraggio di partire e la forza di arrivare. Oltre a Vilke, anche un’altra croata ha tagliato il traguardo a Chamonix: Mihaela Kaligari Hek, atleta del club SRK Running Fox, entrata tra le prime sessanta donne al mondo.

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