Sono trascorse alcune settimane dalla conferenza internazionale “Lo so: sviluppare le competenze per un’istruzione superiore di qualità e senza barriere”, ma i suoi effetti continuano a risuonare tra chi vive quotidianamente l’università. L’evento, organizzato a Fiume dall’associazione ZNAM – Associazione per i giovani e gli studenti con disabilità della Regione litoraneo-montana – e dal Centro di consulenza universitaria dell’Università di Fiume per l’adattamento accademico, ha saputo accendere una discussione urgente, profonda e concreta sul tema dell’accessibilità e dell’inclusione nell’istruzione superiore.
La ZNAM, è un’associazione fondata nel 2006 che raccoglie giovani e studenti con disabilità della Regione litoraneo-montana insieme a professionisti e volontari che lavorano per migliorare la qualità della loro vita e formazione. L’associazione fornisce supporto quotidiano, promuove l’occupabilità, collabora con le istituzioni pubbliche e si impegna per abbattere le barriere sia fisiche, sia culturali, sia istituzionali, che ostacolano il pieno diritto allo studio. In questo contesto, la conferenza si è rivelata non solo un’occasione formativa, ma anche un forte segnale forse politico, ma sicuramente culturale.
Superare la mera retorica
L’incontro ha raccolto studenti, docenti, personale tecnico-amministrativo, rappresentanti del terzo settore e delle istituzioni universitarie di Croazia, Bosnia ed Erzegovina e Serbia. L’obiettivo era chiaro: superare la mera retorica e promuovere una trasformazione sistemica dell’università in chiave accessibile, equa, partecipativa. Un’esigenza che, sebbene non nuova, oggi si presenta con maggiore urgenza. Un modello di università, insomma, che non può permettersi di lasciare indietro nessuno.
Durante i due intensi giorni di lavoro, articolati in relazioni, workshop, panel e tavole rotonde, è emersa una volontà comune: passare dalla teoria alla prassi. A inaugurare la conferenza è stata la professoressa Lelia Kiš Glavaš, che ha ricordato come l’università abbia una responsabilità morale e sociale, soprattutto verso gli studenti appartenenti a gruppi vulnerabili o sottorappresentati.
Tra i momenti più significativi dell’evento, molti partecipanti hanno sottolineato il valore dell’intervento della prof.ssa Marijana Tustonja dell’Università di Mostar sulla comunicazione inclusiva; la sessione dedicata alla tecnologia assistiva e al design universale negli spazi accademici; e la riflessione aperta sulle sfide psicologiche degli studenti, con gli interventi delle prof.sse Sanja Smojver Ažić (Fiume) e Marina Vidaković (Zara). Quest’ultima, in particolare, ha sottolineato il peso dell’isolamento vissuto da molti studenti e la necessità di una rete istituzionale di supporto più robusta e visibile.
Impressioni
In questi giorni, abbiamo contattato brevemente Luka Zaharija, professore e presidente dell’associazione ZNAM, e Mirta Zekanović, conduttrice del programma dell’associazione stessa. “A nostro avviso, chi non è venuto, sia tra il personale docente che tra quello non docente, ha perso un’occasione preziosa. Questi incontri dovrebbero diventare prassi consolidata, perché arricchiscono tutti, favoriscono il dialogo tra ruoli e stimolano la nascita di idee nuove”, ci hanno detto.
Per entrambi, si tratta di vivere esperienze formative condivise, che spezzano l’isolamento e costruiscono relazioni. Non si tratta soltanto di aggiornare competenze, ma di trasformare il modo stesso di concepire il sapere accademico: come qualcosa che si costruisce insieme, con empatia, ascolto e responsabilità.
La lamentela prinipale tra i partecipanti ha riguardato la scarsità delle pause, spesso decisive per socializzare, scambiare esperienze, creare reti. Come ha sintetizzato efficacemente una voce tra il pubblico: “Le idee migliori nascono tra un caffè e una chiacchierata informale, non solo in plenaria”.
Secondo le valutazioni raccolte a fine evento, l’esperienza è stata complessivamente molto positiva. I partecipanti hanno elogiato la qualità scientifica degli interventi, la diversità dei punti di vista e l’atmosfera collaborativa. Tuttavia, sono emersi anche suggerimenti costruttivi per il futuro: più tempo per i momenti informali, maggiore dialogo tra pari, coinvolgimento più diretto del personale universitario, spesso assente o marginale.
In sintesi, la conferenza ha dimostrato che la volontà di cambiamento esiste e può essere collettiva. Serve ora un passo in più: istituzionalizzare le buone pratiche emerse, renderle parte stabile delle politiche universitarie, smettere di trattare l’inclusività come un’aggiunta occasionale o decorativa.
Perché, come hanno ribadito molti, includere oggi non è un atto di gentilezza. È una scelta strutturale, una necessità per costruire un sistema universitario che non discrimini, non escluda, non emargini. Un’università che non sia solo luogo di sapere, ma spazio aperto, umano, accessibile. Per tutti. Senza eccezioni. E soprattutto, senza barriere.
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