Intervista a mons. Mate Uzinić: «Fiume deve riscoprire la propria identità»

L'arcivescovo metropolita dell’Arcidiocesi di Fiume: da Ragusa (Dubrovnik) al capoluogo quarnerino, per intraprendere un nuovo cammino spirituale al servizio della Chiesa cattolica e dei suoi fedeli

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Intervista a mons. Mate Uzinić: «Fiume deve riscoprire la propria identità»
L’arcivescovo metropolita di Fiume, mons. Mate Uzinić. Foto: GORAN ŽIKOVIĆ

Persona solare e pacata, aperta al dialogo, pronta a un incarico impegnativo. A poche settimane dal suo insediamento, il nuovo arcivescovo metropolita dell’Arcidiocesi di Fiume, monsignor Mate Uzinić, forte di un programma molto intenso, che lo vede coinvolto in tantissime attività legate principalmente alla sua missione pastorale, ci ha concesso gentilmente un’intervista a tutto tondo, presentandosi sin da subito. “Sono nato nella località di Dubrava, alle porte di Almissa (Omiš), appartenente all’Arcidiocesi di Spalato e Makarska – ha esordito –. Dopo avere terminato la scuola elementare, ho proseguito con gli studi e con il mio cammino spirituale al Seminario di Spalato. Essendo ancora bambino, non avevo la coscienza della mia vocazione, che invece era stata notata da chi era incaricato a seguirci. Ho conseguito la laurea alla Facoltà di Teologia del capoluogo dalmata. Sono stato ordinato sacerdote nel 1993 e per tre anni ho prestato attività pastorale nelle parrocchie di Almissa e Otrić-Struge, sempre in Dalmazia, dopodiché ho proseguito gli studi presso la Pontificia Università Lateranense conseguendo la licenza in diritto ecclesiastico e civile nel 2000. Vista la mancanza di canonisti nell’Arcidiocesi di Spalato e Makarska, e con una forte nostalgia di casa, sono tornato a Spalato dove negli anni seguenti ho ricoperto varie cariche. Sono stato vicario giudiziario e giudice presso il Tribunale Ecclesiastico Interdiocesano di Primo Grado a Spalato e allo stesso tempo collaboratore pastorale nella parrocchia Strožanac-Podstrana. Per un certo periodo ho ricoperto anche la funzione di rettore del Seminario di Spalato. Nella ricorrenza di San Francesco di Sales, il 24 gennaio del 2011, sono stato nominato vescovo della Diocesi di Ragusa (Dubrovnik) e sono stato ordinato vescovo nella festa di S. Giuseppe, il 19 marzo dello stesso anno, con una cerimonia nella cattedrale cittadina. Nel 2020, Papa Francesco mi ha nominato arcivescovo coadiutore e poi nel 2022 arcivescovo metropolita dell’Arcidiocesi di Fiume. Si tratta di una nuova sfida e di una nuova missione”.

Monsignor Uzinić, quali sono state le ispirazioni più importanti nel suo percorso di vita, ma anche di quello spirituale?
“Non esiste un’inspirazione perenne. Guardando da questa prospettiva, l’esempio da seguire è Gesù Cristo, Dio che si è fatto uomo, come ispirazione continua per tutti coloro che hanno sentito e accolto l’invito, ma innanzitutto Maria, Madre di Dio, con il suo ‘fiat’, e poi la Chiesa a cui lei appartiene come madre. Il mio cammino spirituale e il mio servizio vescovile sono stati contrassegnati dalle figure di San Francesco di Sales, modello e protettore dei giornalisti cattolici, e di San Giuseppe, custode di Gesù e di Maria, e della Chiesa. Sono stato ordinato vescovo proprio nella ricorrenza di San Giuseppe. Lui è una figura umile, che ha dato tutto sé stesso per gli altri. Trovo ispirazione pure in San Carlo Borromeo, vescovo e riformatore della Chiesa al Concilio di Trento, tra l’altro molto vicino alla missione della Chiesa contemporanea con il cammino Sinodale di cesco. Vale a dire, conformare l’apostolato e l’idea del Santo Padre a livello locale. Per ultimo, non meno importante, San Giovanni XXIII, Papa, che ha avviato il Concilio Vaticano Secondo con un rinnovato impulso di evangelizzatore della Chiesa universale. È ricordato come il ‘Papa buono’, al servizio degli umili e della gente comune, e di una Chiesa che si è aperta al mondo e ha intrapreso un dialogo ecumenico. L’11 ottobre è il giorno in cui nella liturgia viene ricordato Papa Roncalli ed è anche il giorno in cui sono stato nominato arcivescovo metropolita dell’Arcidiocesi fiumana”.

Ci descriva la sua parentesi romana.
“Si tratta del mio periodo studentesco, tempo in cui al primo posto c’era lo studio. Quando ritorno a Roma, mi accorgo di quanto tempo ho sprecato senza averla visitata e conosciuta più a fondo. La Città eterna è un concentrato di valori storici, artistici e culturali. Durante gli studi, però, ho avuto altresì modo di conoscere da vicino la realtà pastorale, l’autentica chiesa italiana. Ho prestato servizio nella parrocchia di Segni, a sud di Roma, dove di domenica e per le festività, regolarmente mi mettevo a disposizione dei fedeli e del parroco da cui, anni dopo, ho tratto ispirazione nella mia attività pastorale”.

La sua nomina ad arcivescovo coadiutore dell’Arcidiocesi di Fiume è giunta in un periodo molto difficile, in pieno lockdown. Come si è preparato per la nuova sfida e per un ambiente diverso?
“Sono stato chiamato a ricoprire quest’importante carica e umilmente l’ho accettata. Un periodo complesso per tutta l’umanità, il quale però ha favorito la possibilità di riscoprire molte qualità in seno al singolo: l’umanità, la collaborazione, l’amicizia, l’aiuto. La pandemia ha favorito, inoltre, rapporti di solidarietà tra giovani e vecchi, ricchi e poveri. A mio modesto parere, oggi abbiamo dimenticato molto di ciò che nel periodo pandemico pensavamo di avere appreso. Ci troviamo ora in un mondo diviso, dove le persone combattono in vari conflitti bellici, dove gli uomini diventano nemici gli uni degli altri, e anche di sé stessi, nel quale l’alienazione, i rapporti personali compromessi stanno intaccando tutto il bene venuto a galla prima. Il mio trasferimento da Ragusa (Dubrovnik) a Fiume si è svolto proprio in quel periodo particolare quando non si potevano avere contatti diretti, conoscere dal vivo le persone, instaurare rapporti profondi. Sono stati tempi difficili e le conseguenze si ripercuotono ancora oggi. Dobbiamo assolutamente continuare a costruire il bene. La crisi è anche un’opportunità di crescita e se i rapporti umani degenerano dobbiamo lottare per il ripristino di tutti i valori positivi”.

Quali sono le impressioni per quanto riguarda il suo arrivo a Fiume? Com’è stato accettato dai fedeli dell’Arcidiocesi?

“Da quanto appurato, in confronto a quella ragusea, la comunità locale è molto riservata per quanto riguarda le esigenze religiose, motivo per cui il processo di conoscenza con tutti dovrà ancora crescere. Ho la sensazione di essere stato accettato, ma con qualche restrizione, forse dovuta alla mentalità vigente da queste parti verso le questioni religiose oppure riguardante la mia persona, arrivata da poco. Vorrei comunicare a tutti di essere venuto qui proprio per loro e non per le mie necessità. La chiamata di Dio mi ha portato in una nuova missione, in una nuova comunità con cui desidero costruire una collaborazione duratura”.

Mons. Uzinić con papa Francesco.
Foto: GORAN ŽIKOVIĆ

Riesce a organizzare tutti gli impegni?
“I miei collaboratori ed io cerchiamo di sbrigare tutto il lavoro, sia amministrativo che pastorale. Le richieste e le necessità sono numerose e cerchiamo di metterci a disposizione. Devo ammettere che qualche volta ci ritroviamo a improvvisare. L’esperienza non mi manca in quanto l’anno prossimo celebrerò 30 anni di sacerdozio e 12 anni di servizio vescovile”.

Il ventennale lascito di monsignor Ivan Devčić è indubbiamente molto impegnativo. Per lei è una sfida o un cammino da arricchire?
“Qui non si tratta di competizione; noi ci completiamo a vicenda. Sono profondamente grato a monsignor Devčić per la sua ventennale eredità, ricca di iniziative che ha portato la chiesa fiumana a primeggiare in molte attività caritative. Certamente questa chiesa, causa vicissitudini storiche, ha delle sue peculiarità. Forse da ciò deriva una certa riservatezza di cui dovrò tener conto nella mia missione. I progetti avviati o che appena devono iniziare, avranno un nuovo slancio, saranno adattati a nuove esigenze e sfide del futuro di una chiesa, in una società secolare e plurale com’è quella fiumana. Bisogna proporre, non imporre; noi offriamo e non forziamo, desiderando dimostrare le nostre qualità e la nostra missione, quella del Nostro Signore Gesù Cristo”.

È noto per essere una persona di larghe vedute. Quali sono i rapporti con le autorità locali, cittadine e regionali, e con le altre comunità religiose?
“I rapporti con le autorità sono buoni, abbiamo vari progetti in comune e sono soddisfatto della stretta collaborazione con cui tutti s’impegnano. In questo contesto vorrei segnalare soprattutto l’operato dell’Ospizio, della Casa ‘Sant’Anna’, dell’Istituto per le persone con demenza. La Città e la Regione si sono dette favorevoli a un intervento comune per quanto riguarda un programma dedicato ai vari soggiorni diurni per anziani nel Gorski kotar. L’impegno per le persone in difficoltà sociale è la nostra missione comune. L’ultimo capitolo di questa collaborazione ha riguardato l’accettazione di migranti di passaggio nella nostra città, occasione in cui abbiamo nuovamente unito le nostre forze per dare al singolo l’aiuto di cui ha bisogno e per riconoscerlo come persona che ha diritto alla propria dignità. Il dialogo interreligioso è molto corretto, ma potrebbe essere migliorato. Ci stiamo impegnando, poiché dobbiamo essere consapevoli di essere fratelli e sorelle nella fede”.

Con mons. Ivan Devčić, il giorno dell’insediamento.
Foto: GORAN KOVACIC/PIXSELL

Il motto vescovile che ha scelto è: “Dagli uomini per gli uomini” (Dalla lettera agli Ebrei. Eb 5,1-10.). Perché proprio questo?
“È tratto dalla liturgia nel giorno della mia nomina a vescovo di Ragusa (Dubrovnik) e rispecchia il mio modo di vedere le cose. Sono una persona comune, con una missione particolare, una missione per la quale sono stato chiamato e inviato. La mia persona non è importante, sono importanti le persone a cui Dio mi conduce”.

È iniziato l’Avvento e, dopo due anni di limitazioni e di sfide, ritorniamo alla normalità. Da una parte ci si prepara per celebrare il Natale, la nascita di Gesù Cristo, e dall’altra c’è la tendenza allo shopping sfrenato.
“Io non penso che per forza si debba dividere le due realtà. Le luci, i regali, gli addobbi hanno tutti una connessione con il Natale come percezione della felicità, dell’umanità, dell’abbondanza, della vicinanza di Dio divenuto uomo. Celebriamo il suo regalo, la sua discesa tra noi. I regali sono il riflesso del dono di Dio. La nostra missione è non allontanarci dalla Verità, ma far parte della stessa. Non dobbiamo criticare, ma fare in modo d’incontrare Gesù Cristo. Far sì che la nostra felicità sia la felicità del Natale, e questo è fattibile se incontriamo il prossimo. In questo periodo ci dedichiamo al risveglio della coscienza con opere caritative volte a offrire supporto e sostegno ai più deboli, agli ammalati, ai vecchi. Gesù è bisognoso, è stato rifiutato, non aveva un posto dove andare, dove stare. Così ci sono persone nella nostra città, il cui numero purtroppo cresce sempre più, che sono nella stessa condizione; pertanto, dobbiamo essere sensibili alle loro necessità. Non dobbiamo essere egoisti, ma dare il meglio di noi stessi allo stesso modo come fa Dio con noi, Dio ci regala sé stesso”.

Ci dia una Sua impressione sulla Città che scorre?
“Fiume è molto interessante, ha una storia molto travagliata ma ricca, forse oggigiorno con una crisi d’identità che deve risolvere, per risollevarsi. Il nostro incarico, la nostra missione è di aiutarla tutti insieme nel suo cammino di riscoperta di questa sua identità. Un tempo Fiume era una città prettamente industriale, spesso all’avanguardia rispetto alle altre, e ha mantenuto la sua tolleranza e il rispetto per il diverso. Queste sono le peculiarità che potrebbero portarla nuovamente a essere una città di stampo mediterraneo, la cui posizione geografica e bellezza costituiscono un luogo in cui si vive bene”.

E infine, ha avuto modo d’incontrare la comunità di fedeli di madrelingua italiana, facente parte della minoranza autoctona di queste terre?
“Ho avuto modo di avvicinarmi ai fedeli della Comunità Nazionale Italiana a Fiume e credo che un dialogo positivo sia stato avviato. Desidero che questa componente sopravviva e non diventi soltanto parte della storia, e che venga apprezzata come componente da valorizzare. La maggioranza deve prendersi sempre cura di tutte le minoranze, prestando loro l’attenzione che meritano, perché le differenze non ci devono dividere, bensì unire in una comunità unita volta al bene di tutti noi”.

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