Un Natale senza sconti che interroga l’umanità

Inclusione, responsabilità e Vangelo vissuto nel presente: l'arcivescovo di Fiume, monsignor Mate Uzinić, riflette su Chiesa, società e conflitti del nostro tempo, tra secolarizzazione, migrazioni, abuso dei simboli religiosi e sfide globali

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Un Natale senza sconti che interroga l’umanità
Foto Željko Jerneić

L’incontro con monsignor Mate Uzinić avviene in un tempo sospeso, segnato da conflitti, divisioni e da un senso diffuso di fragilità collettiva. Nel novembre di cinque anni fa, venne nominato da Papa Francesco arcivescovo coadiutore dell’Arcidiocesi di Fiume, una città che lo ha accolto con affetto. D’altra parte, la secolarità e la pluralità del capoluogo quarnerino non sono da lui lette come una perdita, ma come un luogo in cui la Chiesa può misurare la propria autenticità e riscoprire il Vangelo alle sue radici.

Parlando di inclusione più che di identità, di prossimità più che di appartenenza, ama collocare la Chiesa laddove si trovano gli ultimi. Affronta senza reticenze le ferite aperte, come gli errori del passato, la necessità del perdono, la fatica di accompagnare persone e situazioni considerate “irregolari”. Non come concessione, ma come fedeltà al gesto di Cristo che incontra senza escludere.

Porto delle diversità?

Resta una domanda di fondo: che tipo di umanità stiamo costruendo? Anche Fiume, una città che amiamo definire aperta e disponibile, il “porto delle diversità”, mostra le sue contraddizioni e non è immune a dinamiche di chiusura e paura.

“Fiume non è speciale in questo senso e nemmeno un caso isolato. Qui si riversa ciò che accade anche a livello globale. Ci sono forze radicali, in particolare di destra, che hanno un rapporto discutibile con gli stranieri e con certi temi, certe ideologie. Succede in Croazia e quindi anche a Fiume”, commenta l’arcivescovo, pronto a reagire e a prendere posizione.
In occasione del concerto “Rijeka se budi” (“Fiume si sveglia”), organizzato per il 100º anniversario della Diocesi di Fiume e per i 50 anni di vita del più premiato musicista fiumano di musica cristiana contemporanea, Andrej Grozdanov, Uzinić aveva ricordato un episodio che, fortunatamente, non ha avuto conseguenze. Un gruppo di giovani incappucciati si aggirava in modo minaccioso nei pressi del palasport di Zamet, avvicinandosi al pullman di atleti provenienti dalla Serbia, partecipanti a un torneo di karate.

“Non era quello il risveglio che intendevamo – ribadisce Uzinić –, con persone mascherate, vestite di nero e con chiare intenzioni ostili nei confronti di sportivi appartenenti a un’altra comunità nazionale. Sono episodi che meritano una condanna. Cosa motiva quelle persone? Forse non hanno la percezione di ciò che rappresentano proponendosi in quel modo”.
A quell’episodio seguì un corteo di protesta e poi un altro momento di tensione. “L’iconografia presente non ha contribuito alla pacificazione. La nostra società è profondamente divisa su temi ideologici che appartengono al passato. Non dovremmo riconoscerci né in ciò che c’era prima del 1945, né nei periodi successivi in cui è successo ciò che è successo. Non ha senso tornare nemmeno al 1990-1995, dove troveremmo altri motivi di divisione. Sono esperienze da cui trarre insegnamenti per costruire il futuro. Ma il futuro non si costruisce se si guarda al prossimo come a un nemico”.

“In questo contesto ritengo importante il documento di Papa Francesco, l’enciclica Fratelli tutti, scritta come reazione a quanto stava avvenendo in Europa. Siamo fratelli e sorelle, e anche noi credenti riteniamo che Dio sia il creatore di tutti. Gesù Cristo è diventato uno di noi, è diventato nostro fratello affinché potessimo essere, gli uni per gli altri, a suo modo, fratelli e sorelle”.

Stranieri, tolleranza…

In Europa e in Croazia la società è divisa anche su questioni come quelle dei migranti e dei lavoratori stranieri.

“Per quanto riguarda i migranti, da noi ce ne sono meno che altrove. I lavoratori stranieri, però, sono numerosi e vivono situazioni difficili. Il rapporto nei loro confronti non è quello che dovrebbe essere. Non c’è tolleranza e quindi nemmeno rispetto. Senza questi presupposti non sarà possibile la loro integrazione. Non dispongono di condizioni di vita dignitose e molto spesso vengono sfruttati e vessati nei luoghi di lavoro. Dall’altra parte, ci sono agenzie che guadagnano sul bisogno e sulle disgrazie altrui”, risponde l’arcivescovo.

La rabbia indotta

C’è un episodio che, qualche settimana fa, ha scosso l’opinione pubblica: una suora aggredita da un uomo con un’arma da taglio. L’aggressore sarebbe stato uno straniero e avrebbe gridato “Allah è grande”. Tutto falso. La suora, come si è poi scoperto, si sarebbe procurata da sola le ferite per motivi non chiariti. Il fatto che si trattasse di una suora non è rilevante. Su quell’episodio, sui social, sono state ricamate teorie del complotto, condite da messaggi di odio e intolleranza verso etnie e religioni “aliene”, anche dopo la smentita ufficiale delle autorità.

L’Oxford Dictionary, da diversi anni, sceglie una “parola dell’anno”. Per il 2025 è “rage bait”, in italiano “esca per la rabbia”: una tecnica usata sui social, una provocazione studiata per suscitare indignazione, anche se immotivata.

“Siamo stati testimoni, con il Covid, del modo in cui la gente reagiva sui social, basandosi su teorie del complotto, con vera rabbia. Lì abbiamo compreso che siamo entrati in una nuova era. Quell’atteggiamento si è esteso ad altri temi. In merito al fatto a cui ha fatto riferimento – spiega Uzinić –, anche se si fosse trattato di un’aggressione da parte di uno straniero, non si sarebbe mai dovuto generalizzare: la responsabilità è individuale. Tra l’altro, tramite i social, mi hanno indicato come uno dei responsabili di quanto avvenuto, basandosi su ciò che in precedenza avevo detto sugli stranieri. Non ho abboccato e mi sono autoescluso dal dibattito. Quel fatto, comunque, ha ispirato il mio messaggio per questo Natale, che ho dedicato quasi interamente al nostro rapporto con gli stranieri. Ho parlato di Gesù, che a sua volta era uno straniero. Ho utilizzato una bella immagine tratta da uno scritto apocrifo, in cui la palma si piega per porgere i suoi frutti alla Sacra Famiglia e l’acqua che sgorga dalle sue radici placa la sete. È un potente simbolo di ospitalità”.

L’abuso dei simboli

I muri e le facciate delle città sono imbrattati da graffiti e spesso da simboli di varia natura. Alla lettera “U” stilizzata, inequivocabile simbolo ustascia, viene abbinato il simbolo della croce. Se i graffiti fanno parte della cultura urbana, qui parliamo d’altro. Inoltre, che dire dell’immagine della Madonna creata con i droni nel corso di un concerto in cui, tra l’altro, viene pronunciato il saluto ustascia “Za dom spremni” (“Per la patria pronti”)? Non stiamo esagerando? Non le sembra che qualcuno stia utilizzando in modo indiscriminato questi simboli? Anche chi non è credente prova un senso di disagio davanti a certe scene, facendo propria la vergogna che altri dovrebbero provare.

“C’è una questione che sottolineo nel mio messaggio – risponde l’arcivescovo, monsignor Uzinić – e che riguarda l’uso di simboli e messaggi cristiani all’interno di contesti che cristiani non sono. Gesù Cristo e la Madonna vengono inseriti in discorsi intrisi di un’accesa carica nazionale. Si tratta di una forma di abuso molto frequente anche nel mondo della politica, soprattutto da parte di partiti con una matrice populista. Sia i simboli religiosi sia quelli nazionali vengono ostentati con scopi che non hanno nulla a che vedere con la fede cristiana. Lo stesso Papa Francesco ha condannato in Fratelli tutti questi abusi da parte della politica”.

È consapevole che proprio per questa impostazione alcuni credenti esprimono disagio o critica nei suoi confronti?

“Personalmente non ho nulla contro la musica, ma non sono sicuro che facciano bene al popolo messaggi come ‘Za dom spremni’ nel loro contenuto. Seguendo i dibattiti su questo argomento mi chiedo quale sia lo scopo del tentativo di riabilitare regimi che non possono in alcun modo essere riabilitati. Chi ha interesse oggi a metterci in relazione con ciò che è stato ieri? All’inizio degli anni Novanta, in qualche modo, potevo comprendere, ma non giustificare, l’utilizzo di elementi provenienti da un contesto storico precedente. Vi erano una forte carica nazionale e la guerra, ma anche in quel caso ritengo che ciò abbia prodotto più danni che benefici. Comunque, non ritengo di avere il diritto di condannare chi ha lottato e perso la vita per la mia, per la nostra libertà. Detto ciò, oggi chi può avere interesse a riproporre certi messaggi? Il popolo croato non ne ha bisogno. Mi chiedo chi stia dietro a tutto questo, a questo e ad altri fenomeni simili. Non ho le prove, ma ho l’impressione che attraverso questi temi si pongano in secondo piano altri problemi. Mi riferisco, per esempio, alla corruzione, anche da parte di chi aveva il compito di tutelare la società dalla corruzione stessa”.

«I veri problemi sono altri»

Ci sono temi divisivi, controversi, conflittuali, provocatori, strumentali o ideologizzati: sono quelli che fanno presa immediata sul pubblico. Mate Uzinić, invece, invita a riflettere su altre questioni: “Il quadro demografico è qualcosa su cui dovremmo interrogarci, considerando le conseguenze che già si manifestano nella nostra società. Perché c’è il bisogno di far arrivare stranieri che poi non siamo nemmeno capaci di accogliere come dovremmo? La risposta è semplice: siamo pochi e poco disposti a svolgere certi lavori. Invece di impegnarci a risolvere questi problemi reali, ci vengono imposti temi che non fanno altro che dividerci. Ricordo le parole di un sacerdote, riferite al periodo dei cambiamenti democratici: allora gli bastava pronunciare alcune volte la parola ‘Croazia’ e tutti avrebbero considerato eccellenti le sue prediche. Oggi non basta più, ma sembra che si voglia continuare in quella direzione senza comprendere che non è più sufficiente. La società è contaminata da temi che generano conflitti e che si riflettono nei rapporti tra le persone. Ci sono fenomeni in qualche modo correlati, come i recenti femminicidi, anche qui da noi, a Fiume e a Viškovo. In Croazia, quest’anno, quindici donne sono state uccise. C’è molta violenza tra le mura domestiche, tra i giovani, tra coetanei nelle scuole, tra tifosi. Dobbiamo chiederci se la violenza sia l’unico modo per far valere quelli che riteniamo essere i nostri diritti. Come società dobbiamo renderci conto che è necessario intraprendere un altro percorso. Una delle cause va ricercata nel periodo della guerra, seguito da un lasso di tempo più tranquillo. Ultimamente, però, anche a causa di fenomeni di portata globale, la situazione sta nuovamente degenerando”.

Chi decide le sorti dell’umanità?

Tra conflitti in corso e tregue fragili, tra guerre commerciali e una nuova corsa agli armamenti, il quadro è tutt’altro che rassicurante. I temi a cui abbiamo accennato, quelli divisivi, finiscono spesso per essere messi al servizio di poteri autoritari. In un solo anno il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha cancellato, con un colpo di spugna, il galateo, le buone maniere, la solidarietà, l’empatia. Il presidente Usa ha anche molti proseliti.

“Sì, lei ha ragione. Oltre alla retorica, il suo comportamento genera soprattutto incertezza. L’unico merito che potremmo forse attribuirgli è quello di aver avviato un’iniziativa per negoziati di pace tra Russia e Ucraina. Le basi su cui tali negoziati si fondano, tuttavia, restano poco chiare. C’è poi un aspetto particolare del presidente Trump che vorrei sottolineare: mi riferisco all’uso dei simboli religiosi per veicolare messaggi che non posso considerare cristiani. Lo fa, insieme alla sua amministrazione, anche quando parla di immigrati e di altri temi globali. Dio non è l’America, né il capitale: per noi credenti è il creatore che ci chiede di diffondere amore verso gli altri”.

A chi appartiene il futuro dell’umanità?

“Ai tempi del socialismo eravamo convinti che nel capitalismo avremmo trovato delle soluzioni. Forse ciò sarebbe possibile se il capitalismo avesse un volto umano. Purtroppo, l’ha perso e non è più un mezzo, ma un obiettivo. Quando il capitale diventa lo scopo stesso, diventa Dio e noi i suoi schiavi”, commenta Uzinić.

Papa Francesco, con i suoi ragionamenti, veniva definito comunista dai detrattori.

“Ne hanno dette tante sul suo conto. Io penso che lui sia riuscito a mostrare al mondo l’immagine di ciò che la Chiesa dovrebbe essere: una Chiesa a favore, non contro, che non chiede servitori, ma che è al servizio”, ha precisato l’arcivescovo.

Papa Leone XIV sembra voler seguire la stessa linea?

“Credo che abbia anch’egli fatto suoi certi temi avviati da Papa Francesco, a partire dal rapporto con i poveri e con la povertà. Dal suo primo documento ho estratto un messaggio: la Chiesa non ha nemici da sconfiggere, ma uomini e donne, fratelli e sorelle da amare. Si continua a parlare di una Chiesa povera per i poveri. Ci si ricollega ai discorsi di Papa Francesco sulla globalizzazione e sull’indifferenza nei confronti delle sofferenze degli altri – migranti, vittime di conflitti e bisognosi in genere – invitandoci a muoverci verso le periferie. Papa Leone parla di globalizzazione non dell’indifferenza, ma dell’impotenza. Egli vede come problema la nostra rassegnazione e ci invita a credere che non sia così. Se non possiamo cambiare gli altri, possiamo cambiare noi stessi”.

Giovani indifferenti?

Qual è il ruolo della Generazione Z, e dei giovani in generale, che al momento non sembrano voler prendere parte attivamente alla costruzione di un mondo migliore?

“Non parlerei di questa generazione dicendo che fosse migliore quella precedente: è un confronto che si è sempre fatto. Dobbiamo impegnarci a lasciare dietro di noi un mondo più ricco, fiduciosi che i giovani di oggi faranno altrettanto. Dobbiamo anche ammettere che le nuove generazioni sono esposte a forti influenze esterne, soprattutto attraverso i social, e spesso sono intrappolate in meccanismi che ne limitano la possibilità di esprimersi. Con il tempo, ne sono convinto, ce la faranno”, risponde Uzinić.

Al momento, però, dimostrano scarso interesse per la politica.

“Questa politica non li ispira. Anzi, ispira chi la intende utilizzare per interessi personali più che per quelli della comunità. Anche su questo tema tornerei a Fratelli tutti di Papa Francesco. Ha dato indicazioni che somigliano a un esame di coscienza a cui ogni politico dovrebbe sottoporsi: con le sue azioni porta pace o inquietudine? Fa del bene alla società o provoca divisioni? Talvolta viene imputato alla Chiesa di fare uso della politica. Sempre più spesso, però, mi accorgo che è la politica a utilizzare la Chiesa”, afferma il nostro interlocutore, che, come si è potuto capire, le cose non le manda a dire.

Gruppi di preghiera inginocchiati

I gruppi di fedeli, per la precisione uomini, che pregano inginocchiati (in croato “klečavci”) propongono una visione del ruolo della donna nella famiglia marcatamente tradizionalista, in cui la donna è soprattutto madre e figura di supporto, mentre all’uomo spetta una posizione di guida. Questa impostazione, fondata su una lettura rigida e selettiva della tradizione religiosa, tende a legittimare rapporti gerarchici e viene spesso criticata perché riduce la donna a un ruolo subordinato, in contrasto con i principi di parità e con una concezione più moderna della dignità umana.
Anche in questo caso l’arcivescovo di Fiume non usa mezzi termini: “C’è un episodio triste, avvenuto pochi giorni fa. Mentre pregavano in piazza, veniva allestita una performance per ricordare, con 38 rose posate a terra, il numero delle donne uccise negli ultimi tre anni. Uno degli uomini in preghiera ha sentito il bisogno di calpestare le rose. Qui comprendiamo che questo non ha nulla a che vedere con la preghiera. La preghiera dovrebbe sensibilizzarci alle esigenze e alle sofferenze degli altri. Il responsabile di quell’atto, forse, ha interpretato quella performance come una provocazione, ma nemmeno in questo caso può permettersi un comportamento di questo tipo. Ogni rosa era il simbolo di una vittima: questo messaggio avrebbe dovuto essere compreso e il responsabile, in ogni caso, dovrebbe essere escluso da quella comunità. Se viene tollerato o addirittura incoraggiato dagli altri, evidentemente c’è qualcosa che non va”.
Il messaggio conclusivo di Mate Uzinić racchiude lo spirito con cui sono stati affrontati tutti i temi di attualità, anche quelli che potrebbero apparire fuori luogo in questi giorni. Il Natale, però, non è un tempo di evasione, ma un’occasione per fermarsi, guardare la realtà senza filtri e interrogarsi sul modo in cui ci relazioniamo agli altri, soprattutto a chi è più fragile o più distante. È in questa chiave che l’arcivescovo affida il suo augurio:
“Il Natale ci invita a essere pienamente persone, a riconoscere l’umanità degli altri e a comportarci di conseguenza, nel rispetto e nella cura reciproca, così come Dio ha voluto fare per noi quando si è fatto uomo. Con questo auspicio desidero augurare a tutti un Buon Natale e un felice Anno Nuovo”.

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