Un fiumano in Cina: «La vita è ripresa» (video da Shenzhen)

Il connazionale Livio Defranza ha inviato un video da Shenzhen

La parte più critica dell’emergenza coronavirus in Cina sembra ormai alle spalle. I dati aggiornati confermano un Paese in tendenza positiva, ad immagine delle cifre relative alla provincia di Hubei e della sua capitale Wuhan – i punti di partenza dell’epidemia – dove non sono stati registrati nuovi casi. Nella giornata di oggi l’unico contagio locale si è verificato nella provincia meridionale del Guangdong, ma secondo le autorità sanitarie cinesi è da ricondursi ad un caso importato dall’estero.

Il lento ritorno alla normalità ci viene dimostrato anche da questo video che vi proponiamo in esclusiva e che ci è stato inviato dal connazionale Livio Defranza, che ormai da quattro anni vive in Cina, assieme alla fidanzata russa Svetlana. “Durante l’emergenza lavoravo da casa, ora sono tornato in ufficio”, ci dice il fiumano Defranza. A Shenzhen, nella Cina sudorientale, moderna metropoli che collega Hong Kong al resto del territorio cinese, “quasi tutti indossano ancora le mascherine, anche se si notano sempre più persone che vanno in giro sprovvisti di questa protezione”. Questo racconto ci inietta una forte dose di speranza, ossia che il coronavirus possa presto lasciare anche l’Europa, come lo sta facendo in Cina, dove tutto ebbe inizio alla fine del 2019.

La vita riprende da Shenzhen
di Viviana Ban
Dopo mesi di crisi, la Cina sembra avere quasi del tutto superato l’emergenza dovuta al coronavirus. Gli ultimi bollettini confermano un Paese in tendenza positiva, a partire da Wuhan, capoluogo della provincia di Hubei, da cui appunto il virus è partito, che di questi tempi di sta lentamente riprendendo. Tra le città che hanno ricominciato a respirare a pieni polmoni c’è anche Shenzhen, dove da quattro anni, vive il connazionale Livio Defranza. Entusiasta di questa rinascita, ha voluto fornirci la propria testimonianza su un periodo che tutti noi, una volta finito, vorremo dimenticare.
“Oggi, ripensandoci, mi sembra che la Cina abbia vissuto l’epidemia in fasi. Dal 23 gennaio fino al primi di febbraio ha visto l’escalation del virus, la chiusura totale del Paese, con almeno 700 milioni di cinesi in quarantena. Dagli inizi di febbraio e fino a metà mese, il numero di contagi ha continuato ad aumentare, con tassi esponenziali, per poi rallentare e quindi diminuire progressivamente. La cosa strana è che inizialmente le restrizioni non erano poi così dure, i supermercati erano aperti fino alle 9 di sera e alcuni ristoranti erano ancora accessibili alla clientela. Il governo ha inasprito le misure a metà febbraio, quando il virus era ormai sotto controllo. Il timore maggiore era che il possibile rientro di milioni di cittadini in vacanza nelle grandi città, avrebbe potuto provocare nuovi focolai. Le nostre abitudini quotidiane, come ora le vostre, sono cambiate parecchio, ma a parte il fatto che abbiamo lavorato da remoto e che le strade erano deserte, non ho notato una grande differenza rispetto a prima. Ancora adesso, a pericolo più o meno rientrato, ogni tanto usciamo per una passeggiata o per fare a spesa, però sempre mantenendo 2 metri di distanza dalle altre persone.
Oggi non sono più in vigore gran parte delle restrizioni provvisorie, anche se ora c’è un altro possibile pericolo da evitare, ovvero l’importazione del virus da Paesi terzi. Ecco perché stanno prestando particolare attenzione agli stranieri e ai cinesi in arrivo dall’estero. Tutti coloro che entrano in Cina, devono stare due settimane in quarantena obbligatoria (vengono trasferiti con un furgoncino in un albergo convertito per l’occasione) a proprie spese. Devono inoltre superare determinati controlli in aeroporto, tra cui farsi fare l’esame del sangue e compilare questionari. È particolarmente dura per gli italiani in arrivo in Cina, visto che sono potenzialmente a rischio. Nelle ultime giornate ho sentito di casi di discriminazione e xenofobia paragonabili a quelli che molti cinesi e asiatici in Europa avevano subito nelle scorse settimane: c’è gente che ha paura anche soltanto di sedersi o di stare vicino a un occidentale”, racconta Defranza.
“Uno dei motivi della mia preoccupazione è dovuta alle temute ricadute sull’economia. La ripresa è sicuramente iniziata, però l’economia tarda a decollare, dato che quella cinese dipende molto dall’esportazione, e i principali mercati in cui la Cina esporta, ovvero l’Europa e l’America, sono in questo momento in piena crisi coronavirus. La popolazione in Europa non esce di casa se non per acquistare beni di prima necessità. L’unica cosa che la Cina esporta alla grande, al momento, sono le mascherine e i respiratori, molto spesso con vere e proprie operazioni di marketing, aerei umanitari e grandi donazioni. L’obiettivo è chiaro: ridurre al minimo il danno d’immagine subito inizialmente, dopo avere ignorato o minimizzato il problema per ben due mesi (dicembre e gennaio).
Devo dire, però, che nell’azienda in cui lavoro siamo stati fortunati più degli altri, perché abbiamo ricevuto l’intero stipendio di febbraio e marzo, mentre altre ditte non hanno pagato affatto i propri dipendenti o sono ricorse ai licenziamenti. Per una ripresa totale dell’economia serviranno almeno uno o due anni, a patto che l’epidemia venga messa sotto controllo e non si ripresenti l’anno prossimo. Un’altra cosa negativa per la Cina scaturita dall’emergenza coronavirus è che quest’ultima ha contribuito a rafforzare la tendenza a diversificare i canali di distribuzione; molti hanno capito che mettere tutte le uova in un solo paniere, ovvero tutto il settore manifatturiero in un unico Paese, è potenzialmente pericoloso, perché se le fabbriche in Cina interrompono provvisoriamente la propria produzione (come avvenuto nelle scorse settimane), non c’è più chi possa procurarti determinati prodotti. Ecco perché sono del parere che a medio e lungo termine, a guadagnare da tutto ciò saranno i Paesi asiatici in via di sviluppo. È possibile che assisteremo al trasferimento della produzione dalla Cina a Paesi quali il Vietnam, il Bangladesh, l’India e a tutto il continente africano”, conclude Livio Defranza.

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