La scorsa settimana sono partiti i lavori di ampliamento e modernizzazione del porto di San Martino (Martinšćica), sull’isola di Cherso. Si allunga il molo, si sistema la riva, arrivano 50 nuovi posti barca comunali. Fine prevista: agosto 2027.
Investimento totale: 11,6 milioni di euro. Ben 9,8 milioni provenienti dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale, il resto dal bilancio statale e dall’autorità portuale. I lavori sono partiti subito dopo lo sgombero delle imbarcazioni. L’impresa esecutrice è la Sun Adria, con supervisione e sicurezza affidate alla ditta Rijeka Projekt.
Il progetto riguarda il Molo dei frati, 63 metri da restaurare, il molo sud da rifare e allungare di 98 metri, un nuovo molo in cemento, 330 metri di riva da sistemare. E, appunto, 50 nuovi ormeggi, per un totale di 121.
Cosa cambia davvero? Collegamenti più sicuri per i catamarani verso Fiume e le isole. Acque più calme nel porto. Le imbarcazioni non saranno più esposte ai venti e alle onde che fino a oggi creavano problemi.
Sotto un sole spaccapietre, nonostante fossimo agli ultimi sgoccioli della stagione estiva, nel fine settimana, abbiamo raggiunto il villaggio chersino, che d’inverno, come ci avevano detto i locali, conta appena un’ottantina di abitanti. Ma nei mesi caldi, includendo Zaglav, i campeggi e tutte le strutture ricettive, la popolazione supera le 5.000 persone. Ci siamo fatti quattro chiacchiere con i locali, tra cui i signori Tullio e Libero, che ci hanno spiegato: “Tutto questo si fa per la protezione del molo, ma soprattutto per i ricchi che qui faranno il bello e il cattivo tempo.Un progetto in cantiere fin dagli anni ‘80 e che, finalmente, abbiamo visto realizzarsi. Se non ci fossero stati i fondi europei, non se ne sarebbe fatto nulla. Una certezza”.
Mentre osservavamo ruspe e gru all’opera, ci ha raggiunto Ivo Saganić, ex capitano di lungo corso per compagnie straniere e oggi grandissimo appassionato della storia del suo villaggio, ma anche di Cherso e Lussino. Un uomo che, come dice lui stesso, ha scritto tre libri per “scoprire le origini del nostro popolo”.
Il primo libro riguarda il villaggio di Vidovići, a 2 km da San Martino: 27 case, 150 abitanti un tempo, oggi deserto. Lì ha creato anche un etno-museo, inaugurato nel 2013, che ha attirato l’attenzione dell’organizzazione europea SIMRA (Social Innovation in Marginalised Rural Areas). Saganić, che li ha rappresentati in Europa, ha portato Vidovići sia a Padova che a Edimburgo. Una parte del libro, tradotta in inglese, racconta la vita, l’arte, la morte e i miracoli di ben 450 persone che lui ha studiato in maniera approfondita: un documento del tempo, un’eredità storica che lui ha tracciato per ognuno di loro. Dieci anni di lavoro, mentre navigava, per puro piacere e relax.
L’ultima opera, presentata l’anno scorso, segue un po’ la stessa linea e tratta della millenaria tradizione e storia di San Martino, che oggi celebra 500 anni di storia. Cinquecento pagine che partono dalla Serenissima, passando per gli Asburgo, l’Italia e la Jugoslavia. San Martino era una roccaforte veneziana agli albori, con una sola insenatura che ne usava il nome; alla fine del XV secolo fu costruito un monastero e, con esso, nacque il villaggio.
Saganić ci ha raccontato anche la storia del porto di San Martino e dei lavori in corso: “Nel 1869 gli Asburgo costruirono sette piccoli moli – i ‘grafulini’ – per attraccare i velieri, mentre i locali iniziavano a possedere i propri natanti. Nel 1897, con lo sviluppo del commercio marittimo, sulla riva che oggi ospita il catamarano, arrivò anche il piccolo faro, oggi verde, una volta rosso. Nel 1930 l’Italia realizzò un molo importante, con il simbolo del Fascio, poi rimosso con l’arrivo delle autorità jugoslave. Il lungo molo locale, oggi in demolizione, era un’opera improvvisata di quasi cento anni, sistemata alla meno peggio fino all’arrivo dei fondi europei: finalmente qualcosa di stabile. L’Austria – scherza Ivo – ha fatto il primo molo, l’Austria farà anche il secondo”.
San Martino aveva anche un cantiere navale, nato nel 1943 e poi abbandonato con la fine dell’Italia. Interessante il caso di Josip Sučić (Giuseppe Sucich), capitano locale che aiutava gli abitanti ad acquistare imbarcazioni. Durante il periodo italiano, chi voleva fare affari doveva italianizzare il proprio nome: così Linardić divenne Linardi, altrimenti avrebbe perso una nave. Linardi, nel 1903, fondò una distilleria di estratti di salvia e di elicriso che in pochi anni conquistò il mondo con i suoi prodotti, vendendo anche negli Stati Uniti. Dopo la nazionalizzazione post-bellica, si trasferì in Italia, lasciando un segno indelebile con le sue visioni sullo sviluppo turistico e industriale di San Martino.
Saganić conclude con entusiasmo: “Finalmente i fondi europei garantiranno a chi, come noi, abbia avuto legami antichi con queste acque, posti dignitosi per le proprie imbarcazioni. Siamo felici che tutto questo stia partendo. Se la gente sistema i cortili di casa, perché non dovremmo fare lo stesso con il nostro porto?”.
Si è parlato un po’ di tutto: della bora che qui picchia come un martello, portando quell’aria pungente di montagna ai turisti, che spesso manco se ne accorgono. Con noi c’erano il signor Libero e l’ex pilota di Segna, Mladen Križanović.
Il signor Ivo ci ha raccontato che la settimana prossima farà da guida a un gruppo di camminatori provenienti da Trieste: sbarcheranno a Faresina e poi, a piedi, percorreranno le colline e i vecchi sentieri attraverso Vallon, fino a San Martino. Già dalla prima frase, Ivo li conquisterà raccontando varie storie che risalgono ai tempi della Serenissima… E non manca mai di citare il villino della famiglia Sforza di Milano, che oggi ospita il nostro museo. Insomma, il turismo a San Martino va avanti da 250 anni: non è uno scherzo.
Per chiudere, il signor Saganić ha voluto lanciare un messaggio chiaro: “Questo paese un tempo viveva davvero. Oggi, a parte il turismo, non succede più nulla, nemmeno si raccolgono le olive. Speriamo che con la nuova infrastruttura che arriva qualcosa si muova e che qui la vita riprenda un po’… sarebbe davvero bello!”.







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