Il dato è di quelli che obbligano a guardare oltre la singola statistica. Nel corso del mese di giugno, sulle strade di competenza della Questura litoraneo-montana, sono stati registrati più di venti casi di veicoli entrati in collisione con animali. Nella maggior parte degli episodi si è trattato di caprioli, ma il quadro è stato più ampio: tre impatti con cinghiali tra Veglia e Mattuglie, uno con un orso nell’area di Čabar, uno con uno sciacallo nella zona più ampia di Mattuglie e altri casi riguardanti animali domestici, tra cui un vitello a Verbenico, sull’isola di Veglia, e un cane a Poljane, nei pressi di Ičići.
Il bilancio, fortunatamente, non parla di persone ferite. Le conseguenze materiali, però, sono tutt’altro che trascurabili: la stima complessiva dei danni è di circa 24.350 euro. Gli animali morti sono stati presi in consegna dai servizi competenti. Le collisioni con caprioli sono state segnalate nelle aree di Delnice, Jelenje, Klana, Kostrena, Lussinpiccolo, Mattuglie, Draga di Moschiena, Veglia, Viškovo e Vrbovsko, confermando una distribuzione territoriale molto ampia, che non riguarda soltanto le zone interne o boschive.
Il fenomeno, del resto, non è nuovo. Già in altri periodi recenti la polizia aveva richiamato l’attenzione sulla frequenza degli impatti tra veicoli e animali. Nel gennaio 2024, nell’arco di una sola settimana, erano stati registrati dodici casi, con circa 7mila euro di danni. Nel settembre dello stesso anno gli episodi segnalati in una settimana erano stati sei, per circa 5mila euro di danni, mentre in ottobre si era saliti a dieci collisioni e a una stima di 14.600 euro. Nel gennaio 2025, sempre in una sola settimana, gli impatti erano stati quindici, con danni stimati in 21.650 euro. Il dato di giugno, quindi, non rappresenta un’anomalia isolata, ma un nuovo capitolo di una questione strutturale.
Un tema complesso
Il problema della selvaggina, inoltre, non si esaurisce nella sicurezza stradale. Riguarda l’agricoltura, gli allevamenti, la tutela degli ecosistemi, la convivenza tra attività umane e presenza animale, ma anche il turismo e la percezione di sicurezza nelle aree abitate. Sulle isole, ad esempio, il tema ha assunto da anni una dimensione specifica. A Cherso si discute da lungo tempo della presenza di selvaggina alloctona, in particolare cinghiali e daini, considerata dannosa per l’allevamento ovino, per la biodiversità e per l’equilibrio del territorio insulare. Il Consiglio cittadino di Cherso e l’Assemblea regionale sono tornati più volte sulla necessità di ridurre o rimuovere questi animali da determinate aree, anche perché su un’isola l’introduzione di specie non autoctone può produrre effetti molto diversi rispetto a quelli che si registrano in un ambiente continentale.
Proprio il confronto con Cherso mostra però quanto sia difficile applicare ovunque lo stesso modello. Un’isola è un territorio delimitato, nel quale la presenza di specie alloctone può essere affrontata con interventi mirati e con un obiettivo relativamente chiaro: ridurre una popolazione che non appartiene originariamente a quell’ecosistema e che incide su attività tradizionali come la pastorizia. Il Gorski kotar è un’altra cosa. È un’area montana, boschiva, vasta, attraversata da strade, insediamenti e corridoi naturali di movimento degli animali. Qui orsi, lupi, linci, cervi, caprioli e cinghiali non sono soltanto un problema da contenere, ma anche parte dell’identità ecologica del territorio.
È proprio questa differenza a rendere il tema più complesso. Dove gli animali sono alloctoni e concentrati in un ambiente fragile e circoscritto, come nel caso di alcune aree insulari, la riduzione numerica può essere discussa come misura di riequilibrio. Dove invece la selvaggina vive in un habitat naturale ampio e continuo, come nel Gorski kotar, il ragionamento non può ridursi all’idea di spostare o eliminare il problema. Questi animali dovranno pur vivere da qualche parte, muoversi, cercare cibo, attraversare boschi, radure e, talvolta, anche strade costruite lungo i loro percorsi.
La gestione del rischio
Da qui nasce il nodo più delicato: non si tratta di scegliere tra sicurezza delle persone e tutela della fauna, ma di costruire una gestione più intelligente del rischio. La segnaletica, la riduzione della velocità nei tratti più esposti, i dissuasori, il monitoraggio dei passaggi faunistici, la manutenzione delle fasce laterali delle strade e la collaborazione tra polizia, gestori delle strade, cacciatori, enti locali e servizi naturalistici sono strumenti diversi di una stessa politica. Nessuno, da solo, può risolvere il problema, ma l’assenza di un approccio integrato lascia che ogni nuovo incidente venga letto come un episodio separato.
La cronaca di giugno conferma invece che separati questi episodi non sono. Un capriolo che attraversa una strada a Kostrena, un cinghiale a Veglia, un orso nell’area di Čabar o uno sciacallo nei pressi di Mattuglie raccontano la stessa trasformazione: le infrastrutture umane e i movimenti della fauna si sovrappongono sempre più spesso. È una convivenza che non può essere lasciata al caso, né affrontata soltanto dopo l’urto tra un animale e un’automobile.
La sicurezza stradale resta il primo piano della notizia, ma dietro il paraurti danneggiato e l’animale morto c’è una questione più ampia. La Regione litoraneo-montana tiene insieme mare, isole, cintura urbana, retroterra e montagna. Per questo non può esistere una sola ricetta valida per Cherso, Veglia, Mattuglie o il Gorski kotar. Servono soluzioni calibrate sui singoli ambienti, capaci di ridurre il rischio senza fingere che la fauna possa semplicemente scomparire dal paesaggio. La presenza degli animali è parte del territorio; il punto è impedire che questa presenza si trasformi, sempre più spesso, in incidente, danno e pericolo.
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