Raccogliere i frammenti della storia: Fiume e Pisa, un abbraccio oltre i confini

Nel pellegrinaggio giubilare dell’Arcidiocesi del capoluogo quarnerino, memoria e riconciliazione si intrecciano con la storia dell’esodo e della comunione tra popoli e Chiese

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Raccogliere i frammenti della storia: Fiume e Pisa, un abbraccio oltre i confini
I pellegrini fiumani nella cattedrale di Pisa. Foto Marko Medved

L’Arcidiocesi di Fiume celebra quest’anno il centenario della sua fondazione, come già si ebbe a scrivere su queste pagine. Nelle diverse manifestazioni si è cercato di purificare la memoria o, come il 14 giugno a Tersatto, in presenza del card. Matteo Zuppi, ebbe a dire l’arcivescovo di Fiume Mate Uzinić, ricordare chi per diverse ragioni politiche “ha dovuto andarsene, ma che ha lasciato un segno di bontà”.

Tale ricorrenza avviene nel contesto dell’Anno Giubilare per l’intera Chiesa cattolica, causa il quale l’Arcidiocesi di Fiume ha preso parte al pellegrinaggio a Roma, unendosi in questo modo dal 6 all’11 ottobre alle altre diocesi croate. Per i pellegrini fiumani però, tale pellegrinaggio ha assunto un tono speciale. Dato che l’ultimo vescovo di Fiume Ugo Camozzo, lasciata Fiume nel 1947, divenne arcivescovo di Pisa nel 1948, ove, nel famoso Duomo, dal 1977 riposano le sue spoglie, i pellegrini di Fiume sostarono sulla sua tomba.

La santa messa nella cattedrale di Arezzo. Foto Marko Medved

Il contributo del clero fiumano

Guidati dall’arcivescovo di Fiume Uzinić e da sette sacerdoti, il 6 ottobre i 250 pellegrini fiumani sono stati accolti a Pisa dall’attuale arcivescovo Saverio Cannistrà, il quale ha affermato che nel Novecento “il contributo del clero di Fiume a Pisa non è stato solo quantitativo, ma anche qualitativo”, spiegando che l’arcivescovo Ugo Camozzo di Fiume “ha iniziato a Pisa un lavoro pastorale nuovo preparando la Chiesa pisana al rinnovamento che poi è venuto con il Concilio”.

Infatti, Camozzo raccolse colà ben 26 tra sacerdoti e seminaristi esodati da Fiume, dei quali il più illustre è il teologo Severino Dianich, nato a Fiume nel lontano 1934, anch’egli presente all’incontro. Non nascondendo la propria commozione, Dianich si è rivolto ai pellegrini esprimendo la propria gioia e precisando che dietro all’arrivo del clero fiumano a Pisa vi era stato un dramma umano.

Conflitto tra due nazionalismi

“C’è stato il conflitto tra i due nazionalismi, quello croato e quello italiano, fra l’altro in quegli anni, paradossalmente, erano tutti e due fascisti – alleati e nemici. Nel 1944-1945, avevo 10 anni, e mia madre mi diceva di non passare per la Fiumara perché tra fascisti italiani e fascisti croati cominciavano a spararsi. Ringraziamo Dio che questo tempo è superato e preghiamolo che sia superato per sempre. Che a nessuno venga nostalgia di questo tempo. Pensiamo che i nazionalismi ci hanno dato due guerre mondiali. Ma questo nostro incontro è esattamente l’opposto, motivo di grande gioia. Grazie al vescovo e a quelli che hanno pensato di realizzarlo”.

Auspicando che la grande ricchezza del passato di Fiume possa essere conservata anche dall’attuale cittadinanza croata di Fiume, Dianich ha interpretato il dramma della Seconda guerra mondiale e dell’esodo: “Certamente ci tengo a dire che Fiume ha sempre avuto una cultura aperta, pluriculturale e plurireligiosa. Io credo – è un’opinione personale – che mai i Fiumani Italiani avrebbero lasciato Fiume semplicemente perché si passava sotto giurisdizione jugoslava, ma per l’iniquità del regime”.

Davanti alla tomba di Ugo Camozzo nella cattedrale di Pisa. Foto Marko Medved

I sentimenti dei «pretich»

Illustrando quali erano stati i sentimenti degli esuli seminaristi e preti (o pretich come venivano chiamati a Pisa), Dianich ha messo in risalto il contributo che i Fiumani, abituati a vivere in un contesto plurale, hanno portato alla Toscana: “Quando io avevo 15 anni, qui in liceo a Pisa, eravamo intimiditi della ricchezza della cultura toscana. Qui sono nati Galileo e i grandi artisti medievali, abbiamo Dante Alighieri, ed è chiaro che tutto questo ci intimidisse, per quanto come italiani fossimo partecipi della stessa cultura. Ma Fiume ha avuto qualcosa da dare a Pisa, e non poco. L’apertura culturale al mondo. La Toscana ovviamente ha una storia culturale altissima, ma non ha confini; questo vuol dire qualcosa.

A Fiume eravamo una terra di confine ove, se i confini hanno portato ai conflitti, hanno portato anche alla ricchezza dello scambio”. In calce, Dianich ha invitato i presenti a valorizzare sempre più questa ricchezza della tradizione culturale fiumana, “che è una grazia di Dio e un dono da scambiare, per voi con il resto della Croazia, ma in realtà con tutto il mondo”.

L’arcivescovo di Pisa Cannistrà, prendendo spunto dall’architettura della cattedrale di Pisa, “con elementi provenienti da diverse parti del Mediterraneo che hanno 900 anni di storia, esprime il momento di maggiore vivacità culturale per Pisa, quale città aperta al mondo, Repubblica marinara, con contatti con tutto il Mediterraneo sino alla Terra Santa e all’Oriente”, ha lanciato un messaggio per il dialogo e l’incontro tra i popoli oggi.

Additando al Mare Mediterraneo che ci unisce, ha sottolineato che “quando ci sono dialogo, apertura e scambio si realizzano delle opere straordinarie” e “se ci richiudiamo in noi stessi alla fine ci impoveriamo”. Ringraziando i pellegrini fiumani per la visita a Pisa, l’arcivescovo Cannistrà ha auspicato la continuazione delle relazioni tra le Chiese di Pisa e Fiume.

L’intervento di Severino Diaich. Foto Marko Medved

I buoni frutti di un periodo tragico

Ringraziando l’Arcidiocesi di Pisa per l’accoglienza, l’arcivescovo di Fiume Mate Uzinić, ha espresso l’ammirazione per cultura e i monumenti di Pisa, ma ha tenuto a precisare che i motivi del pellegrinaggio sono altri: “Il motivo essenziale della nostra presenza è il desiderio di raccogliere i frammenti dispersi della nostra storia, di ricomporla e riconciliarla, una storia che – come ha ricordato don Severino raccontando la propria esperienza – ha conosciuto periodi difficili”. “Siamo venuti – ha affermato Uzinić – per riconciliarci, ma anche per raccogliere i buoni frutti nati da un periodo tragico”.

L’esilio della componente italiana della Diocesi ottant’anni orsono è stato definito dall’attuale arcivescovo di Fiume “una grande ferita nel corpo della nostra Chiesa”, dato che se per la Chiesa di Pisa l’arrivo di Camozzo, dei sacerdoti e dei seminaristi “è stato un arricchimento, per noi è stato invece, è un grande impoverimento”.

“L’esilio da Fiume – ha detto Uzinić – era dovuto non solo a motivi nazionali, ma anche ai diversi conflitti tra totalitarismi che hanno segnato la nostra storia, come pure quella di molti altri popoli”. Ha proseguito affermando che “non possiamo cambiare il passato, ma possiamo cercare di riconciliarci, guardare con gratitudine a tutte le persone che hanno contribuito alla nostra storia, che hanno edificato la nostra Chiesa, e che, a un certo punto, hanno dovuto lasciarla”.

L’arrivo nella sede dell’Arcivescovado di Pisa. Foto Marko Medved

La pace nella patria celeste

Partendo dalla testimonianza di mons. Cannistrà e del teologo Dianich relative al prezioso contributo dato dal clero fiumano alla Chiesa pisana, Uzinić, quale pastore di Fiume, ha espresso la propria soddisfazione che dalla Diocesi di Fiume sia giunto qualcosa di buono e ha potuto contribuire la crescita di un’altra Chiesa particolare. Ha testimoniato la riconoscenza verso Camozzo e il clero italiano di Fiume “per ciò che hanno compiuto per la nostra Chiesa”. Ha invitato i presenti alla fratellanza cristiana auspicando che “tutti quelli che per vari motivi politici e in diversi periodi della storia, sono stati costretti ad abbandonare la diocesi fiumana e sono morti lontano da essa (…) trovino pace nella patria celeste, dove ci ritroveremo riconosciuti gli uni gli altri come fratelli e sorelle, e saremo riconosciuti dal nostro Signore come suoi fratelli e sorelle, cioè come figli e figlie di Dio”.

L’arcivescovo di Fiume ha rivolto parole di affetto all’illustre teologo fiumano Severino Dianich. Uzinić gli ha espresso la propria gratitudine per la sua testimonianza ringraziandolo altresì per il suo libro (Troppo breve il mio secolo, ndr), in cui ha raccontato la propria vita. “Devo confessare – ha detto Uzinić – che il libro mi ha aiutato molto a guardare la nostra storia con gli occhi di chi è dovuto partire, mentre fino ad allora l’avevo guardata soltanto con gli occhi di chi è rimasto. Solo quando entriamo nelle scarpe dell’altro, solo quando guardiamo con gli occhi dell’altro, possiamo ottenere un’immagine autentica e dire di vedere davvero”.

La figura di Severino Dianich

Mons. Uzinić ha ringraziato Dianich “per essere rimasto fiumano” testimoniando pubblicamente “con orgoglio e senza alcun sentimento negativo”, l’amore alla “nostra città e la sua gente, la quale in quei tempi era altra, mentre oggi siamo noi”.
Facendo seguito alle parole di stima espresse a Dianich da mons. Cannistrà, Uzinić ha aggiunto: “Il Suo arcivescovo ha detto che Lei ha reso un grande servizio alla Chiesa di Pisa e a tutta l’Italia; io aggiungerei che il Suo contributo va anche oltre, perché Lei ha arricchito tutta la Chiesa Cattolica. Molti dei nostri studenti di teologia hanno letto le Sue opere e hanno approfondito così la loro formazione teologica”. L’arcivescovo di Fiume ha concluso esprimendo il desiderio che questo incontro possa segnare un nuovo legame tra le due Diocesi.

All’incontro, avvenuto nell’Arcivescovado, è seguita la messa nel Duomo celebrata da mons. Mate Uzinić. La messa ha visto la presenza anche dell’arcivescovo emerito di Pisa mons. Giovanni Paolo Benotto e di Severino Dianich, è stata celebrata, come affermato dall’arcivescovo Uzinić rivolgendosi ai pellegrini, “per l’anima dell’arcivescovo Ugo Camozzo e per i fedeli della nostra Arcidiocesi che, in diversi periodi storici, sono stati costretti dalle circostanze politiche ad abbandonare le proprie case”. Uzinić ha invitato a pregare, altresì, per tutti quelli che, in varie parti del mondo, a causa di guerre e di persecuzioni politiche o religiose, sono costretti a lasciare le loro terre.

Saverio Cannistrà, Severino Dianich e Mate Uzinić. Foto Marko Medved

I primi vescovi di Fiume

Nella sua omelia, l’arcivescovo di Fiume ha descritto il contesto di erezione della diocesi di Fiume cent’anni orsono: “I primi vescovi di Fiume erano di nazionalità italiana; i fedeli, oltre a quelli di nazionalità italiana, erano anche croati e sloveni. L’ultimo vescovo della diocesi di Fiume di nazionalità italiana fu l’arcivescovo Ugo Camozzo, la cui tomba si trova in questa cattedrale. Per questo motivo oggi – all’inizio del nostro pellegrinaggio giubilare a Roma – siamo qui. Questa è un’occasione per esprimere la nostra gratitudine per il suo servizio alla nostra Diocesi, così come per tutti coloro che, in quegli anni iniziali, hanno contribuito a edificare la nostra Chiesa di Fiume e hanno intrecciato la loro vita con la sua missione”.
In calce alla messa, lo storico della Chiesa Marko Medved ha fatto un breve excursus sull’episcopato fiumano di Ugo Camozzo.

Come una famiglia

Il 7 ottobre i pellegrini fiumani si sono recati ad Arezzo ove la storia del Duomo e il suo patrimonio artistico al folto gruppo fiumano è stato illustrato dallo storico della Chiesa e canonico don Fabrizio Vantini. L’arcivescovo Mate Uzinić ha ringrazio don Vantini e, riallacciandosi alla secolare conflittualità tra Firenze ed Arezzo, ha sottolineato l’importanza dell’avvenuta conciliazione tra le due città, conciliazione che sta alla base altresì del pellegrinaggio dei fiumani: “Noi, come Chiesa di Fiume, siamo una Chiesa simile a una famiglia che, a causa di determinate circostanze storiche, ha perso alcuni dei suoi membri.

Non è colpa nostra, ma le circostanze sono state tali che non siamo più rimasti in contatto”.
Tra questi vi è anche il ramo italiano della Congregazione del Sacro Cuore di Gesù, con il quale, ha continuato il pastore di Fiume, già grazie al processo di beatificazione della fondatrice i rapporti sono migliorati. “Non possiamo cambiare ciò che è stato, ma possiamo dire che siamo fratelli e sorelle. Possiamo riconciliarci con il nostro passato. Per questo sono profondamente lieto che voi, care sorelle, siate qui con noi”.

Nonostante l’invecchiamento sia del ramo croato che di quello italiano della comunità, l’arcivescovo ha affermato che il carisma di madre Crocifissa non deve invecchiare, ma deve “essere vivo in tutti noi, membri della nostra arcidiocesi, perché esso significa essere una Chiesa viva, che si china sui propri fratelli e sorelle, specialmente servendo coloro che sono nel bisogno”.

Ricordata Maria Crocifissa Cosulich

Come a Pisa, anche ad Arezzo Uzinić ha ribadito l’auspicio di “una Chiesa riconciliata, viva e al servizio, anche grazie al carisma della madre Maria Crocifissa Cosulich”. Ed è appunto la comunità nata da questa suora a cavallo tra Ottocento e Novecento la causa della tappa ad Arezzo dei Pellegrini fiumani. La Congregazione delle Figlie del Sacro Cuore è una comunità eretta a Fiume nel 1899, la quale si divise dopo la Seconda Guerra mondiale tra quella italiana emigrata in Toscana, ove aprirono diverse case a Pergo e Terontola, e quella croata che vive tutt’ora a Fiume e in diverse zone della Croazia. All’incontro nel Duomo di Arezzo erano presenti la superiora Elena Agosto e suor Grazia Copparoni.

Ringraziando le suore per aver diffuso anche in Toscana il carisma della madre fondatrice, l’arcivescovo le ha invitate a rivolgersi ai presenti. Esprimendo la gioia per l’incontro, la superiora s. Elena ha affermato che “non possiamo essere divisi se siamo cristiani. Ciò che ha fatto la politica, Cristo unisce”. Ha invitato i pellegrini a vivere “nella fratellanza, nello spirito di Cristo e nel Sacro Cuore di Gesù e nello spirito della madre Crocifissa”.

Ha illustrato quello che è lo spirito della fondatrice: “La madre non ha avuto una vita facile, ma ogni situazione ha contribuito a realizzare la sua persona come cristiana e figlia di Dio. E anche non avendo niente, ha dato tutta se stessa, facendo attenzione ai poveri e alle ragazze povere. Era ricca di fede e della capacità di amare”.

«Quello che abbiamo ricevuto, diamolo…»

Ai pellegrini di Fiume ha testimoniato che il compito delle suore è rendere presente il messaggio della madre “che ci fa sentire l’amore che Dio ha per ciascuno di noi”. La madre Crocifissa “non ha avuto paura della vita. Ha portato su di se la povertà degli altri dando una risposta di vita e un’accoglienza che parte dalle dimensioni del cuore. In Via Pomerio a Fiume possiamo vedere quello che ha fatto madre Crocefissa”.

Augurando buon pellegrinaggio, ha riassunto il messaggio della madre fondatrice: “Quello che abbiamo ricevuto diamolo. Questo ci ha insegnato la Madre”. Senza celare una profonda commozione e gioia, l’incontro si è concluso con un caloroso applauso, qualche lacrima e una foto di tutto il gruppo sul sagrato del Duomo di Arezzo.

*storico della Chiesa, teologo e ricercatore fiumano, laureato presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, professore presso la Facoltà di Medicina di Fiume

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