Sul Monte Maggiore (Učka) non è emerso soltanto un caso di maltrattamento di animali, ma un fallimento collettivo, maturato nel silenzio, nella sottovalutazione e forse anche nell’incapacità di riconoscere per tempo una realtà degenerata oltre ogni limite. I 47 cani trovati in condizioni gravissime, denutriti, malati e costretti a vivere in ambienti disumani, rappresentano il volto più immediato di una vicenda che ha profondamente scosso l’opinione pubblica. Ma il ritrovamento di altri esemplari morti, rende il quadro ancora più drammatico e impone una domanda inevitabile: com’è possibile che tutto questo sia rimasto invisibile così a lungo?
La tragedia è emersa soltanto dopo la morte del proprietario, deceduto in un incidente stradale. I volontari del canile di Viškovo erano stati inizialmente contattati per prendersi carico di un numero molto più limitato di cani, ma una volta arrivati sul posto si sono trovati davanti a una realtà sconvolgente: decine di esemplari vivi, molti in condizioni fisiche estremamente compromesse, e poi la scoperta di numerosi corpi senza vita. Alcune testate riferiscono di carcasse trovate nei congelatori, negli armadi, nella vasca da bagno e in altri spazi dell’abitazione. Sono dettagli da trattare con cautela, ma che restituiscono la portata dell’orrore documentato dai soccorritori.
Ora il primo fronte è quello dell’emergenza. L’arrivo improvviso di 47 cani ha messo sotto enorme pressione una struttura che già normalmente lavora al limite delle proprie possibilità. Servono cure veterinarie, isolamento sanitario, cibo, farmaci, pulizia, personale, volontari, stalli temporanei e, più avanti, famiglie in grado di accogliere animali che non hanno mai conosciuto una vita normale. Non si tratta semplicemente di sottrarli al luogo in cui vivevano, ma di accompagnarli in un percorso lungo e delicato: recuperarli fisicamente, abituarli al contatto umano, alla passeggiata, alla regolarità del cibo, alla sicurezza e a un ambiente non ostile.
Il comunicato del KRAS, il Gruppo di lavoro di coordinamento per la tutela degli animali della Regione litoraneo-montana, coglie uno dei punti centrali della vicenda: la trascuratezza non può essere liquidata come una questione privata. Quando decine di esseri viventi vengono lasciati per mesi o anni in condizioni di sofferenza prolungata, non siamo più davanti a un fatto domestico, ma a un problema sociale, sanitario e istituzionale. Una realtà che riguarda i servizi veterinari, le autorità locali, le associazioni, il vicinato e l’intera comunità. Riguarda anche la capacità di intervenire prima che l’emergenza esploda nella sua forma più brutale.
Vicende come questa mostrano inoltre quanto sia fragile un sistema che continua a dipendere quasi esclusivamente dalla resistenza dei volontari. Gli attivisti arrivano quando il danno è ormai enorme e si caricano sulle spalle l’urgenza, il peso emotivo, i costi economici, la rabbia pubblica e la gestione quotidiana dei sopravvissuti. Ma la tutela degli animali non può poggiare soltanto sulla buona volontà. Servono controlli più efficaci, canali di segnalazione realmente accessibili, risposte rapide e una collaborazione concreta tra istituzioni e associazioni. Soprattutto, ogni segnale di accumulo incontrollato, denutrizione, isolamento o incuria dovrebbe essere preso sul serio molto prima che si arrivi a tragedie di questa portata.
Il sindaco di Abbazia, Fernando Kirigin, ha definito la vicenda “triste, tragica e incomprensibile”, spiegando di essere rimasto profondamente colpito dal caso delle decine di cani maltrattati e di quelli che non sono stati salvati in tempo. Kirigin ha riferito di aver parlato con i vicini più prossimi del proprietario, anch’essi sorpresi e sconvolti da quanto emerso, sottolineando inoltre che né la Città di Abbazia né la vigilanza comunale avevano mai ricevuto segnalazioni o denunce relative alla presenza di animali detenuti in condizioni disumane in quella zona.

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