Lo Statuto che non mette d’accordo nessuno

A Palazzo Modello si è tenuta la riunione tematica dell’Assemblea della CI di Fiume per votare il nuovo documento, che però non è passato

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Lo Statuto che non mette d’accordo nessuno
Foto IVOR HRELJANOVIĆ

L’inizio della riunione era previsto per le 17.30. Passano cinque, poi dieci, poi quindici minuti, e si fa sempre più concreto ciò che tutti temono: dei 29 consiglieri dell’Assemblea della Comunità degli Italiani di Fiume, alla convocazione di lunedì, 20 aprile, ne sono presenti soltanto 14, uno in meno per raggiungere il quorum. E, in questa occasione, raggiungerlo è indispensabile, poiché la riunione è stata convocata proprio per votare gli emendamenti proposti dai consiglieri al nuovo Statuto e, in ultima istanza, per approvare lo Statuto stesso. Il nuovo Statuto, promosso dal Comitato esecutivo della CI di Palazzo Modello, era già stato presentato e discusso nella seduta dell’Assemblea dello scorso 24 marzo. Insomma, lunedì l’arrivo del quindicesimo consigliere appare sempre più come un miraggio; si propone quindi di attendere fino alle 18 e, superato tale termine, di annullare la riunione e riprogrammarla, confidando in una maggiore partecipazione in una data successiva da stabilire. Alle 18.02 ecco finalmente arrivare la quindicesima consigliera: “Avevo avvertito che avrei fatto mezz’ora di ritardo”, annuncia. Così, tra il disappunto di chi si era già pregustato una piacevole passeggiata anticipata verso casa – approfittando del bel tempo primaverile – e il sollievo di chi, invece, desiderava che la riunione si tenesse per non avere viaggiato invano, i lavori hanno inizio: poco importa che siano passati due minuti rispetto all’ultimatum stabilito.

Un inizio col botto
Si aprono le danze. Gli emendamenti proposti al nuovo Statuto sono 23 e durante la riunione si andranno a discutere e a votare uno per uno. Il primo, proposto da Sandro Vrancich, riguarda le Disposizioni introduttive. Nello specifico, il consigliere propone di aggiungere “tradizione sportiva” alle già presenti “musicale, teatrale e culturale della comunità italiana”, alla cui conservazione e sviluppo, “attraverso l’attività delle proprie sezioni e iniziative, la Comunità degli Italiani di Fiume ha contribuito e continua a contribuire”. Messo ai voti, l’emendamento viene approvato: un inizio che sembra preannunciare una riunione positiva anche per quanto riguarda le successive proposte. Peccato che questo emendamento sia stato il primo e l’unico approvato dall’Assemblea. Sui successivi 22, infatti, i consiglieri si sono confrontati, gli stessi sono stati messi al voto, ma nessuno è passato.

La questione dell’italianità
Ad accendere un’intensa e a tratti animata discussione, è stata la questione dei requisiti necessari affinché un individuo possa essere socio effettivo della CI. Tutto ha preso l’avvio da un emendamento presentato da Sandro Vrancich, che ha sottolineato come, in assenza di una scadenza per il versamento della quota associativa annuale, la situazione risulti “caotica”, con molti frequentatori abituali del sodalizio di Palazzo Modello, che da anni non versano la quota. Il consigliere ha proposto quindi di aggiungere, nel testo dell’articolo 9, comma 1, tra i requisiti per acquisire lo status di socio effettivo, anche quello di “avere pagato la quota associativa per l’anno precedente”. Si è aperto così un dibattito su chi debba essere considerato socio effettivo e chi, invece, socio sostenitore. Alcuni consiglieri hanno insistito sull’elemento dell’identità italiana come discrimine imprescindibile per l’ammissione tra i soci effettivi. A tal proposito, c’è chi ritiene sufficiente la conoscenza della lingua e della cultura italiane per potersi considerare di identità italiana; altri, invece, hanno chiamato in causa la burocrazia croata, ipotizzando l’introduzione del requisito secondo cui, per diventare soci effettivi del sodalizio, si debba risultare iscritti come appartenenti alla minoranza nazionale italiana nei registri elettorali. Immancabile il richiamo ai cosiddetti “matrimoni misti”, tema ricorrente, rispetto al quale alcuni consiglieri hanno espresso preoccupazione, ritenendo che possano in qualche modo compromettere quell’italianità che la CI intende preservare.

Abolire la quota associativa?
In merito ai soci effettivi, non si è discusso soltanto di aspetti identitari: alcuni consiglieri hanno infatti posto l’accento anche su questioni di natura economica. Riferendosi alla proposta di emendamento di Sandro Vrancich, la consigliera Maria Grazia Frank ha affermato che “non è giusto che una persona cessi di essere considerata socio effettivo se non paga la quota associativa”, proponendo quindi di abolirla (ricordiamo che ammonta a 15 euro annui, ridotti a 10 per i pensionati). In risposta, altri consiglieri hanno sostenuto con forza che il mancato pagamento della quota associativa rappresenti una forma di mancanza di rispetto nei confronti del sodalizio.

Corsa alle poltrone e sedie vuote
Infine, è stato lo Statuto stesso a essere messo ai voti. L’esito è sembrato non sorprendere i presenti: nove consiglieri si sono dichiarati favorevoli, due contrari e quattro astenuti. Pertanto, non è passato. Al di là del risultato della specifica riunione, c’è un elefante nella stanza, difficile da ignorare, ed è Sandro Vrancich a dirlo apertamente: “È l’assenteismo che ha fatto cadere questo Statuto”. Queste parole, che sono suonate allo stesso tempo come un ammonimento, ma anche come un’amara constatazione, hanno portato i consiglieri presenti a una riflessione più profonda su quella che è l’effettiva partecipazione alle attività dell’Assemblea della CI. Ciò che è emerso è che troppo spesso alle riunioni si vedono molte sedie vuote. Quelle sedie che, nel periodo delle elezioni, in diversi si impegnano a occupare, presentando promesse e programmi dettagliati, ma che poi trascurano una volta aggiudicatisi il titolo di consigliere. Un titolo che non dovrebbe fungere solo da ornamento di cui fregiarsi, ma che dovrebbe essere accompagnato da un impegno attivo e concreto nella vita istituzionale della comunità.

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