L’INTERVISTA. Snježana Prijić Samaržija: «La gentilezza fa la differenza»

A tutto tondo con la rettrice dell’Università di Fiume, vincitrice nel luglio scorso del premio «Donna dell’anno 2022»

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L’INTERVISTA. Snježana Prijić Samaržija: «La gentilezza fa la differenza»
Foto: GORAN ŽIKOVIĆ

Determinata e coraggiosa, dalla mente e dalla sensibilità raffinate, ha fatto della gentilezza il suo punto di forza. Abbiamo intervistato Snježana Prijić Samaržija, rettrice dell’Università di Fiume al suo secondo mandato, luminare docente di filosofia della scienza, promotrice di una miriade di progetti di successo, attiva sostenitrice della parità di genere e dei diritti delle donne, nonché vincitrice del premio “Donna dell’anno 2022”, conferitole dalla rivista “Zaposlena”.

Quest’anno è il suo anno. A luglio la rivista “Zaposlena”, tra altre quattro eccezionali professioniste profusesi nella promozione dei diritti delle donne, le ha conferito il prestigioso titolo di “Donna dell’anno 2022”, svoltosi per la prima volta sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, oltre che della Città di Zagabria e dell’Ambasciata canadese in Croazia. In primavera, invece, con il suo prezioso gruppo di lavoro dell’Università di Fiume, lo SPEAR (“Supporto e attuazione dei programmi per la parità di genere nella comunità accademica e nella ricerca”), siete stati insigniti del riconoscimento “Fierce Women Award” (Premio a donne tremende), da parte del portale voxfeminae.net e dell’impresa Fierce Woman, dedicato a donne coraggiose e di spicco le quali, con la loro creatività, il loro agire e i risultati ottenuti, hanno segnato l’annata. Come si sente al riguardo?
“I premi sono momenti in cui si focalizza il riconoscimento di un lavoro, di un’attività, di un percorso. È ovvio che, rispetto a tante altre donne che fanno cose meravigliose e importanti, io abbia una maggiore visibilità. Vorrei sottolineare, specialmente per ciò che riguarda il secondo premio, di essere affiancata da un ottimo team, che lavora sul prestigioso progetto Horizon, nel quale sono incluse ricercatrici esperte di tutto l’Ateneo di Fiume. Non sono, quindi, da sola e il premio ottenuto è anche di tutte loro. Per me esso, in qualche modo, significa il riconoscimento del mio lavoro, al quale l’uomo aspira per sua natura. Ognuno ambisce e merita di essere valorizzato e apprezzato. Mi dispiace che certe persone, le quali realmente dovrebbero venire riconosciute e fanno delle bellissime cose, per una ragione o per l’altra, non lo siano o non riescano ad avere la dovuta visibilità”.

Trattasi di premi pensati da donne per le donne, il che è molto significativo…
“Sì, sono riconoscimenti conferiti da donne o, perlopiù, focalizzati sulla prospettiva femminile, il che la dice lunga. Le sfumature sono tante. Sinceramente non me l’aspettavo, ragione per cui tutta quest’attenzione nei miei confronti m’imbarazza un pochino. In effetti, tale sensazione è dovuta alla consapevolezza delle succitate sfumature inerenti al lavoro di gruppo e al fatto che io sia più esposta, ma c’è qualcosa in quelle che chiamiamo le storie dei “role models” (“modelli di riferimento”), ovvero percorsi presi ad esempio da parte di altre giovani o altre donne, grazie ai quali possono capire che, con perseveranza e tanto lavoro, è possibile fare qualcosa. In ogni caso, è un passo più vicino a un riconoscimento generale del gentil sesso. La tematica relativa alla solidarietà femminile è vasta. Vi sono dati secondo i quali le donne non si confrontano con gli uomini, bensì tendono a farlo con le altre donne, momento in cui nasce la famosa competizione femminile. Gli uomini fanno la stessa cosa. Come se fossero due mondi separati. Èd è proprio questa, la causa della mancata solidarietà. D’altronde, vi sono tanti esempi, e il mio è uno di questi, d’appoggio e d’incoraggiamento femminile. Per quello che facciamo e che accade nel nostro gruppo di lavoro, trattasi davvero di donne tremende. Mi piace molto quest’aggettivo, innanzitutto per il suo duplice significato di “qualcosa di molto buono e positivo”, nel senso superlativo del termine e, dall’altro lato, per l’indicazione che essere tremendi non vuole dire essere dei beniamini. Ancor sempre, però, la lotta per la parità di genere viene considerata da alcuni come una questione di educazione, da altri è ritenuta ingiustificata in quanto persegue l’idea di cercare qualcosa che già esiste e che non dovrebbe pertanto venire continuamente sottolineato, ecc.”.

In Italia, sebbene a livello amministrativo l’uso paritario della lingua sia stato ribadito all’interno di direttive per favorire la parità di genere, a livello culturale la questione non trova terreno fertile, e se viene sollevata è accolta con fastidio, proprio da molte responsabili di importanti istituzioni o donne politiche che preferiscono il titolo maschile, sentito come più prestigioso della regolare declinazione femminile. Sembra, però, che le cose stiano lentamente cambiando. Com’è la situazione in Croazia?
“È una questione che riteniamo molto importante. In merito alla stessa, proprio nell’ambito del progetto Horizon, abbiamo introdotto delle linee guida per attuare il pari trattamento linguistico di donna e uomo. Nel farlo abbiamo adottato gli esempi di buona pratica già presenti in Europa, dove in svariati modi si cerca di agire affinché il linguaggio sia equo e inclusivo sotto il profilo del genere e non solo al maschile, il che può risultare discriminatorio. Quindi, cerchiamo di rafforzare l’eguaglianza anche attraverso il lessico. Il fatto che qualche collega insista nel farsi chiamare rettore piuttosto che rettrice o simili, è una dimostrazione di quanto la questione sia profondamente radicata, quanti pregiudizi, espliciti e impliciti, vi siano ancora al riguardo, nell’immaginario degli stereotipi, e di quale portata sia la problematica. Quello che noi cerchiamo di fare è sensibilizzare le persone sulla stessa, senza forzature, ma con il solo desiderio di suggerire che vi è anche un’altra opzione, come ad esempio l’uso del genere neutro, e che si può scegliere”.

Crede che la nota massima “Dietro a ogni uomo di successo c’è una grande donna” possa valere anche al contrario? Gli uomini hanno la forza e la sensibilità di poterlo o saperlo fare?
“È diverso. Nel caso degli uomini, le donne sono coloro che hanno sempre gestito e determinato i lavori domestici, dandogli lo spazio di poter essere pubblicamente più presenti, il che non accade al contrario. In un modo o nell’altro, le faccende di casa spettano alle donne. D’altronde, però, gli uomini le aiutano offrendogli stabilità, appoggio e la sensazione di sicurezza di cui, avendo loro continuamente mille dubbi e domande, nonché un’autostima minore, hanno molto bisogno”.

Con il suo approccio, lei ha creato un milieu lavorativo nel qualesi si respira una bella collaborazione, i rapporti sono sereni e le persone soddisfatte. Immagino ciò sia per lei importante.
“Per me è importantissimo. Ognuno ha i propri modelli di gestione e creazione dei rapporti interpersonali. Per quanto mi riguarda, mi rifaccio al modello anglossassone, nel quale l’atmosfera è informale, tutti si chiamano per nome, le relazioni si creano e curano con attenzione. Sono fermamente convinta che le persone soddisfatte siano molto più motivate, riconoscano l’importanza del lavorare su e per un obiettivo comune e facciano decisamente la differenza. Personalmente ammiro coloro che sono educati e gentili, quelli che ti rendono la giornata più bella. Dobbiamo avere rispetto gli uni degli altri, il che si manifesta anche attraverso i modi, gli atteggiamenti, la parola. Apprezzo molto chi ha questi modi di fare, che rendono la vita più piacevole, ma è un livello di civilizzazione ancora da conquistare”.

Che cosa rappresenta per lei la filosofia? Possiamo dire che è un suo modus vivendi, uno stile di vita, che l’aiuta ad affrontare la quotidianità, il lavoro?
“Mi fa molto piacere che lei me l’abbia chiesto. Mi aiuta tanto. In primo luogo perché il mio campo di ricerca principale è l’epistemologia – lo studio critico della natura e dei limiti della conoscenza scientifica, nda –, la quale mi dà la possibilità di guardare alla scienza da un’altra prospettiva. Appartengo alla tradizione analitica della filosofia, che cerca la chiarezza concettuale, nell’espressione dei pensieri, nell’argomentare e, da un altro lato, vi è l’esigenza di allargare gli orizzonti, di mettere in pratica l’approccio umanistico, che dev’essere sempre ampio, contestualizzato, riguardevole. In effetti, vi sono una miriade di aspetti etici, epistemici, come pure quelli provenienti da altre discipline, che mi permettono di funzionare e di poter cambiare prospettive di continuo. La filosofia della scienza regala l’allestimento esperienziale di mettersi nelle scarpe altrui, di uscire dalla zona di conforto, nonché la curiosità e l’eterogeneità grazie alle quali le vedute si ampliano. Ultimamente ci penso spesso e mi rendo conto sempre di più di quanto il mio background scientifico mi sia stato di grande aiuto. Ne sto beneficiando molto più di quanto mi potessi aspettare. A mio avviso il mondo per risollevarsi, in tutte le sue dimensioni. In seguito alla crisi che abbiamo vissuto a svariati livelli, avrebbe bisogno di più figure provenienti dagli studi umanistici che affianchino gli altri esperti”.

Finora ha realizzato progetti di grande portata e importanza. C’è qualcosa che ancora sogna di fare in qualità di rettrice?
“Vorrei rafforzare la dimensione internazionale, ovvero che l’Ateneo funzioni e si posizioni a livello europeo, che possa essere alla pari di Trieste, Maastricht e altri, come pure introdurre la cosidetta “internazionalizzazione integrata”, che rappresenta una modalità di studio completamente nuova. In tal senso, vorrei rilevare che siamo parte di una meravigliosa comunità di dieci Università dinamiche e giovani, basate sulla ricerca, la YUFE (Young Universities for the Future of Europe). In questi giorni, poi, ci è giunta la notizia che siamo stati riconfermati anche per il secondo ciclo e valutati tra i migliori. Ne siamo felicissimi”.

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