La tribolata storia del tricolore fiumano

Alla conferenza ha presenziato anche il sindaco Vojko Obersnel

Uno dei simboli più riconoscibili di Fiume, spesso osannato e altre volte anche disprezzato, è certamente la sua storica bandiera tricolore. Quella nata nel 1870 e di colore cremisi, oro e indaco, e con in mezzo la celebre aquila bicipite leopoldina. Un vessillo che simboleggia l’identità fiumana, il senso d’appartenenza, la storia e la cultura della città. Un simbolo che ultimamente abbiamo visto spesso sventolare fiero in vari punti della città in concomitanza con le celebrazioni per la Festa di San Vito, San Modesto e Santa Crescenzia. Non è un caso che tanti fiumani auspichino il suo ripristino. E i tentativi dell’amministrazione cittadina di rimediare a questo torto storico non sono mancati, ma sono andati sempre a sbattere contro il muro eretto dal governo di Zagabria. Come ad esempio nel 1998 quando il Consiglio cittadino approvò la proposta, ma l’allora ministro dell’Amministrazione, Marijan Ramušćak, mise il veto sulla delibera tirando in ballo motivazioni “giuridico-formali”, nonché il fatto che il gonfalone venisse già usato dal Libero Comune di Fiume in esilio, definito un’associazione irredentista e anticroata. Peccato però che il tricolore affondi le sue radici nel periodo antecedente alla nascita dei nazionalismi e dei totalitarismi, senza contare che l’Associazione non abbia mai fatto alcun riferimento all’annessione di Fiume all’Italia. Nel 2016 il Consiglio civico era nuovamente tornato a bussare alla porta del Ministero, ma due anni dopo dalla capitale era arrivato nuovamente un due di picche.

L’aquila sulla bandiera croata

Lontano dalle frizioni sull’asse Fiume-Zagabria, ieri sera nella sede della Comunità degli Italiani si è tenuta una curiosa e interessante conferenza dal titolo “Due secoli di lotta di Fiume per il diritto alla propria bandiera”, organizzata dall’associazione Stato Libero di Fiume e che ha avuto come relatore Željko Heimer, colonnello delle Forze armate croate, nonché presidente del Circolo croato di araldica e di vessillologia. Presente all’appuntamento anche Vojko Obersnel, sindaco di Fiume.
“Richiamandoci alle opere di Giovanni Kobler, i primi accenni di bandiere a Fiume risalgono agli inizi del XVI secolo quando dei vessilli vennero issati su dei pali all’ingresso del porto – inizia così il suo racconto Heimer –. Purtroppo non sappiamo quali bandiere sventolassero, ma è lecito pensare che si trattasse di quelle del Sacro romano impero, gialla con al centro un’aquila bicipite, simile a quella dello stemma che il 6 giugno 1659 l’imperatore Leopoldo I concesse alla città. Questo veniva utilizzato fino agli inizi dell’Ottocento quando venne vietato da Napoleone. Nel 1813 la città si liberò dei francesi e l’anno dopo gli Asburgo acconsentirono l’utilizzo della bandiera austriaca con al centro lo stemma leopoldino. Nel 1835 la città passò sotto l’amministrazione ungherese come Corpus separatum e di conseguenza l’aquila si ‘trasferì’ al centro del tricolore ungherese. Poco dopo, nel 1848, Fiume veniva annessa al Regno di Croazia ed ecco che il rapace campeggiava sulla bandiera croata. Un fatto peraltro poco noto”.

La svolta nel 1870

All’epoca queste sventolavano semplicemente su un palo all’ingresso nel porto della città, pertanto non si trattava ancora di bandiere ufficiali. “A partire dal 1848 i colori cremisi, oro e indaco iniziarono a comparire per la prima volta su coccarde e rosette. I fiumani iniziarono quindi a fare pressioni sulle autorità austriache prima, e ungheresi poi, affinché questi diventassero i colori ufficiali della bandiera della città, accanto ovviamente all’aquila bicipite. Ma dovettero attendere fino al 1870 per vedere avverarsi le loro aspirazioni. Fiume aveva finalmente la sua bandiera ufficiale”.
E arriviamo così al Novecento, un secolo che definire turbolento sembra quasi un eufemismo. “Dopo la Prima guerra mondiale sia D’Annunzio che le autorità italiane erano sì favorevoli al tricolore fiumano, ma non all’aquila bicipite, tant’è che gli arditi del Vate la decapitarono. Poi, al termine del secondo conflitto mondiale, con il passaggio della città alla Jugoslavia, il tricolore, l’aquila, la scritta Indeficienter e la corona asburgica posta sopra l’aquila erano invise alle autorità dell’epoca perché ritenute di stampo fascista. I simboli fiumani dunque sparirono, ma nel 1967 venne approvata una nuova bandiera, dal design molto semplice, ovvero azzurra con due triangoli bianchi che simboleggiavano la Rječina che sfocia nel mare”.

Contenzioso con il Ministero

Il viaggio ci riporta quindi al fatidico 1998. “Era il 26 marzo quando il Consiglio cittadino approvava lo storico tricolore, ma poche ore dopo il Ministero dell’Amministrazione rigettava la delibera. Tre furono i motivi alla base di tale decisione: i primi due erano legati rispettivamente alla corona asburgica e alla scritta indeficienter, entrambe giudicate inadeguate, mentre il terzo era relativo alla norma che definisce le bandiere delle città croate esclusivamente come monocolori. Il Consiglio allora non poté far altro che approvare la nuova bandiera, che poi è quella odierna, quindi su sfondo azzurro e con al centro lo stemma dell’aquila bicipite, ma senza la corona e la scritta Indeficienter”.
Tuttavia, la Città continua a rivendicare il suo tricolore. “Nel 2016 il Consiglio municipale ci ha riprovato aggrappandosi al fatto che il Ministero avesse concesso ad alcune città di utilizzare bandiere bicolori o tricolori, ma due anni più tardi il provvedimento venne nuovamente respinto. Sulla questione è attualmente in corso un contenzioso tra la Città e il Ministero, ma nel frattempo sta prendendo corpo l’idea di adottare il tricolore come bandiera storica, e quindi affiancarlo a quella ufficiale in modo da utilizzarla esclusivamente in occasioni speciali. Chiaramente, il vessillo storico non sarebbe soggetto alle norme ministeriali”, ha concluso Željko Heimer.

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