«La tolleranza è il valore più importante che ho ricevuto in eredità»

La Targa d’oro con lo stemma della Città di Fiume rende omaggio a Melita Sciucca per una vita dedicata alla cultura, al dialogo e alla comunità. Con lei parliamo di scuola, identità, memoria e del bisogno, oggi più che mai, di costruire ponti anziché divisioni

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«La tolleranza è il valore più importante che ho ricevuto in eredità»
foto: Željko Jerneić

Più lusinghiera di così non potrebbe essere. Ecco il testo della motivazione per l’assegnazione della Targa d’oro con lo stemma della Città di Fiume a Melita Sciucca: “… per il suo instancabile impegno nella promozione della tolleranza, della comprensione reciproca, della profonda conoscenza della storia e del rispetto della diversità, considerata la più grande ricchezza di questa città”. Si tratta di valori che oggi sembrano quasi fuori moda, in un mondo in cui nulla è scontato e nel quale l’arroganza di alcuni ci porta ad accettare atteggiamenti che, fino a non molto tempo fa, sarebbero stati considerati inaccettabili.
Un riconoscimento come questo merita di essere commentato insieme alla diretta interessata, Melita Sciucca appunto, che nell’ambito della Comunità Nazionale Italiana, di cui è uno degli esponenti di spicco, non ha certo bisogno di presentazioni. Ci diamo del tu, anche se potrebbe sembrare poco professionale e poco elegante, ma procedere diversamente, rispettando certe forme, risulterebbe quasi grottesco. Inoltre, ci parliamo in dialetto fiumano, per cui anche questa conversazione è una traduzione, una trascrizione in italiano standard.
“Effettivamente, mi ha stupito la motivazione. L’iniziativa è partita da Enea Dessardo (presidente della Comunità degli Italiani di Fiume, nda) e Irene Mestrovich (presidente del Consiglio della minoranza nazionale italiana della Città di Fiume, nda), che mi hanno chiesto il consenso per propormi a questo riconoscimento. Ho accettato e ho quindi fornito tutta la documentazione relativa a ciò che ho fatto: dal Festival delle Canzonette fiumane alle presentazioni di libri, dalla pubblicazione di volumi bilingui fino a tutto quello che ho realizzato nel nostro Circolo. Ne è uscita la motivazione che hai letto, con il riferimento alla tolleranza, alla profonda conoscenza della storia e all’accettazione della diversità. Pensandoci bene, però, posso confermare che questi sono valori importanti che mi sono stati trasmessi da mia nonna e da mio papà. Li ho sempre portati con me, anche in classe, e li ho trasmessi anche a mia figlia. In poche parole, credo di essere stata riconosciuta, semplicemente, per quella che sono. Mi riconosco pienamente in questa motivazione. Avrebbero potuto esserci anche altre motivazioni, a partire dall’impegno per la tutela della fiumanità”.

Tolleranza e diversità
Non dobbiamo andare troppo lontano per renderci conto che oggi va più di moda sottolineare le differenze, soprattutto in chiave negativa, piuttosto che promuovere il dialogo. Succede, e non possiamo nascondercelo, anche all’interno della nostra piccola comunità. Ci viene talvolta la tentazione, parlando di fiumanità, di voler distinguere a tutti i costi i fiumani di nascita, quelli d’adozione e quelli che lo sono, senza meriti o colpe, da diverse generazioni. Detto ciò, le cose non possono andare diversamente quando si esce dal ristretto ambito comunitario. Per chi ha vissuto in prima persona, nel ruolo istituzionale di presidente della Comunità degli Italiani, certe situazioni appaiono ancora più evidenti.
“Sì, è vero. Si parla troppo spesso di Noi e Loro. Ho avuto modo di confrontarmi, anche di litigare, con l’ex sindaco Vojko Obersnel e con l’allora direttore dello ‘Zajc’, Marin Blažević, discutendo di ‘Esercitazione alla vita’, in un dibattito impostato fin dall’inizio su presupposti sbagliati. Se ci sono gli italiani, per esempio, sarebbe per colpa di D’Annunzio oppure perché c’è stato il ventennio fascista. I rimasti sarebbero gli avanzi del ventennio, comunisti, cattivi, quelli che hanno mandato gli altri nelle foibe e via dicendo. Io ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia il cui grado d’istruzione arrivava a cinque, sei o sette classi elementari. In compenso, vi regnava la saggezza degli anziani. Anche oggi, quando sento certi discorsi, mi sento ribollire dentro”.

Restare educati è un’impresa?
La buona educazione viene messa a dura prova e la tentazione di rinunciare ai modi civili può essere forte. Come sei riuscita, e come riesci tuttora, a non perdere la pazienza? Nel tuo caso, la buona educazione non è mai venuta meno.
“Qualche volta – ammette Melita – è successo. Al mattino mi sveglio, mi alzo, prendo il mio tè e poi apro un libro. Tutte le mie giornate iniziano con la lettura e, successivamente, cerco di fare tutte le cose che amo, nei limiti del possibile. Nella vita subiamo dei brutti colpi, perdiamo persone care e affrontiamo le malattie. Ci sono momenti in cui o prosegui o molli, muori dalla disperazione. In questo senso, la lettura, ma anche il mio modo di vivere, perfino quello di mangiare, mi aiutano. Nella vita non ho mai avuto smanie, come quella di voler possedere una grande casa o una grande macchina. I miei soldi li spendo, per esempio, per andare a vedere La Traviata a Verona, i Pooh a Bergamo, Jovanotti a Pola oppure Gianni Morandi. Anche un bel viaggio mi consente di ricaricare le batterie. Come ho detto, ci sono i libri e, a Verona, me ne sono comprati cinque. Se torniamo alla domanda sulla pazienza, naturalmente è anche una questione di carattere, quello che ho ereditato da mia nonna e da mio papà. Ho preso da lui, perché la mamma non era né troppo paziente né troppo tollerante”.
Che cosa significa essere tolleranti? “Qualche giorno fa ho parlato con Mirjana Cnić Novosel (dirigente della sede dislocata dell’Istituto di lingua e linguistica croata che opera in seno alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Fiume, nda), la persona che ha contribuito in modo determinante al riconoscimento del dialetto fiumano come patrimonio culturale immateriale della Repubblica di Croazia. Mi ha detto che tutti mi vogliono bene perché non ho mai sbattuto la porta in faccia a nessuno. Dentro di me c’è sempre il desiderio di andare incontro agli altri. Non ci sono ricette, è tutto qui”, è la risposta secca di Melita.

Buoni e cattivi esempi
Usando un eufemismo, possiamo constatare che la dialettica politica, a tutti i livelli, ha subito un declino. Fuori dalla politica è anche peggio. Non ci sono molti punti di riferimento dai quali trarre insegnamenti di un certo livello.
“Io insegno a scuola e mi accorgo dei cambiamenti e delle differenze tra le generazioni di dieci o cinque anni fa e quelle di oggi. C’è una differenza enorme nella presenza, o nell’assenza, di valori. Mi chiedo se ci siano ancora o se siano cambiati. Insegno la lingua italiana come lingua straniera e ci sono modi e modi per farlo. Con la matematica non riuscirei a penetrare nelle piccole anime degli alunni. Ho la fortuna di poter scavare, di andare a scoprire la presenza di questi valori. Per esempio, quando suona la campanella, alla fine della lezione, le sedie vanno rimesse al loro posto. Sembra una stupidaggine. Non lo è. Se tu non glielo dici, non lo fanno. Un tempo mi ci volevano dieci giorni per farlo capire, così come ci mettevo lo stesso tempo per convincerli a gettare la gomma da masticare. Oggi non basta un intero anno scolastico. Ci sono ancora quelli che non riescono a comprendere il perché di quanto viene loro richiesto. Serve avere pazienza. Non basta palesare la propria posizione di professore. Per questo, e per altro, occorre dare il buon esempio”.

Quasi un premio alla carriera
Per le modalità con cui è avvenuto, il conferimento del riconoscimento a Melita Sciucca sembra quasi un premio alla carriera, non per l’impegno di un anno o di dieci anni. A questa riflessione Melita sorride e risponde: “Una persona mi ha detto, più o meno con queste parole, che sono la persona più meritevole di questo premio e che, per fortuna, sono ancora in vita. Non è falsa modestia. Sono sempre stata così. Ai tempi della scuola l’intera classe veniva a casa mia per ripetere gli esercizi di matematica. Loro risolvevano gli esercizi, mentre io preparavo le fritole allo yogurt. Era un modo per stare insieme e aiutarci a vicenda. Questo è il mio approccio al lavoro, alla vita. Nel momento in cui, ad esempio, mi trovo in un contesto nel quale non mi sento bene, anche sul lavoro, cambio e basta. Non è né per incoscienza né per coraggio, ma per necessità. Ho cambiato tanti posti di lavoro per preservare la mia salute mentale”.

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