L’anno nuovo viene spesso visto come la possibilità di un nuovo inizio. Ognuno di noi ha una propria lista di desideri, di buoni proposti. Fuori dalla sfera personale è però interessante capire quali potrebbero essere i desideri di Fiume, da dove ripartire. In un momento così delicato per il mondo, con grandi cambiamenti in atto e chissà quali altri ancora da scoprire, siamo andati a chiedere un’opinione in merito allo storico, teologo e ricercatore fiumano Marko Medved, professore presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Fiume, che nella sua carriera si è occupato della storia della città, ma che ha sempre pensato al presente e al futuro della stessa. Medved ha descritto il capoluogo quarnerino come una realtà mitteleuropea, che incontra l’Adriatico e il Mediterraneo, attraversata anche da un costante rapporto con i Balcani. Ha ammesso che per lui, da cittadino e da studioso, Fiume oltre che un luogo, è sempre stata anche un’“idea” e ha richiamato una visione quasi poetica dell’identità fiumana come condizione di mobilità, sradicamento e appartenenza interiore più che geografica.
Se dovesse descrivere Fiume a qualcuno che non la conosce, quale sarebbe la sua definizione essenziale della città oggi?
“Mi riesce difficile separare il giudizio derivante dall’essere cittadino di Fiume da quello di ricercatore che esplora il passato della città. In altre parole, non credo di poter offrire una descrizione imparziale. Comunque, Fiume la definerei come una città dell’Europa centrale, mitteleuropea, che incontra l’Adriatico, ossia il Mediterraneo. A ciò si aggiunga l’incontro coi Balcani, verificatosi soprattutto nel Novecento sino ad oggi, ma presente sin da prima.
Oserei dire di più, Fiume per me diventa sempre più una realtà ideale. Mi sia concessa una citazione quasi poetica di Gino Brazzoduro il cui carteggio con Paolo Santarcangeli è stato pubblicato di recente: ‘Essere nati a Fiume si condensa forse in quella ineludibile predestinazione ad una vita fluttuante… in fughe mancate… verso agognate terre di speranza sfiorate, ma non possedute. Ci sentiamo inevitabilmente stranieri ovunque e ci manca il senso profondo di appartenenza a quell’ubi consistam dove pure risiediamo. Il posto tranquillo dove ammainare le vele può esistere, sì, ma solo dentro di noi, costruito da noi stessi; e sarà il più sicuro, il meglio difeso’”.
Se guardiamo alle trasformazioni urbane, sociali e demografiche degli ultimi decenni, che cosa si è guadagnato e che cosa si è perso in termini di identità cittadina?
“Ci vorrebbe un sociologo a rispondere a questa domanda. Tuttavia, non serve essere esperti per notare che la città è in fase di declino causa la mancanza di politiche economiche sia locali che nazionali che avrebbero dovuto trovare nuove vie di sviluppo per Fiume dopo il fallimento dell’economia di epoca socialista. A tale crisi sono seguite nuove emigrazioni di fiumani e nuova immigrazione in città. Circa l’immigrazione terrei a precisare che lungo tutta la sua storia – pensiamo al porto franco del 1719 e all’industria nella seconda metà dell’Ottocento e nel Novecento – l’immigrazione per Fiume è stata fonte di sviluppo e crescita. Certo, l’emigrazione/immigrazione, dunque da e a Fiume, ha prodotto anche traumi nel tessuto cittadino, ad esempio dopo il 1918 e dopo il 1945, come pure negli ultimi trent’anni. Tuttavia, mi aspetto dai cittadini di Fiume comprensione e tolleranza verso i nuovi migranti, ricordando loro che i nostri antenati non sarebbero riusciti a sopravvivere in tutto il mondo se non fossero stati accolti da altri, e la nostra città non avrebbe potuto svilupparsi se non avesse integrato i nuovi arrivati.
In relazione all’immigrazione va sottolineato il bisogno della mediazione culturale tra i locali e i venuti. Tale mediazione, non solo a Fiume, è stata il motore di arricchimento culturale, economico, ecc. A proposito della mediazione culturale, il regista fiumano Igor Bezinović (Fiume o morte!) è riuscito a far conoscere il dialetto fiumano ai più. Negli ultimi anni non ho visto politiche intelligenti intese a costruire l’identità cittadina, formularla di nuovo dopo il crollo delle ideologie e conciliare, insomma, l’identità fiumana col Novecento. Mi ricordo che con quanta speranza ci si attendeva l’anno in cui Fiume ha portato il titolo di Capitale europea della Cultura (2020) e poi il tonfo. Non ne reputo colpevole soltanto la pandemia di Covid, ma piuttosto l’incapacità di elaborare un programma intelligente frutto di quello che lei sembra menzionare nella domanda. Personalmente avevo presentato più di un progetto a nome dell’Arcidiocesi, tutti rifiutati. Tra di essi vi era uno che intendeva riflettere appunto sulla pace tra i popoli in base alla storia e al patrimonio architettonico della Chiesa di San Romualdo e Ognissanti di Cosala. Un esempio positivo è la mostra e il catalogo di cartoline storiche di Sušak, manifestazione che ha visto la collaborazione tra il Museo civico e la Comunità degli Italiani di Palazzo Modello, con responsabili l’autrice dell’allestimento e consulente museale Marija Lazanja Dušević, e di cui faccio plauso anche al presidente del sodalizio fiumano Enea Dessardo. A proposito degli anni recenti, vi è stato un nuovo esodo da Fiume. Un processo simile lo si è avuto anche in altri Paesi in seguito alla loro adesione all’Unione europea. Ma ciò che mi preoccupa non sono le cifre, quello che rattrista e che la nostra città sta diventando una città di provincia. Da come la vedo io, l’Ateneo e l’Arcidiocesi con l’arcivescovo, monsignor Mate Uzinić, sono i pochi campi in cui siamo all’avanguardia in Croazia.
Devo notare che negli ultimi anni, il tessuto urbano lo trovo alquanto degradato e desolante. Anche se espresse in riferimento a un’altra città, faccio mie le parole dell’architetto Bogdan Bogdanović: ‘Non è la dimensione o la grandezza di una città a darle il carattere urbano. L’urbano significa essere raffinato, cercare l’armonia tra pensiero e azione, parole ed emozioni, emozioni e movimento. Qualcosa di molto potente e di inespugnabile rimane e neanche ai barbari più acerrimi dell’urbano riesce a distruggerlo. È l’essenza urbana, ossia la bellezza morale e spirituale. Infatti, vi sono delle città che non possono venir uccise finché in esse vive l’ultimo uomo cittadino, il quale conserva nel proprio intimo questa città e in questo modo essa sopravvive’”.
Fiume può essere considerata una città di frontiera non solo politica, ma anche culturale, linguistica e religiosa?
“Sì, anche a me piace riflettere su Fiume quale città di confine. Il termine ‘città di frontiera’ può avere significati diversi a seconda dell’epoca, in riferimento al carattere geopolitico in città situate lungo un confine statale oppure a quello storico-militare con città fortificate poste a difesa di un impero o di uno stato oppure culturale in città luoghi di incontro/scontro tra popolazioni, lingue e religioni diverse. Fiume non è l’unica. Restando nelle vicinanze, lo è anche Trieste, posta tra mondo italiano, germanico e slavo, città contesa tra Impero Asburgico e l’Italia oppure Gorizia/Görz, divisa tra sfera latina, germanica e slava. Sono famose, inoltre, Breslavia (Wrocław), tra Prussia e Impero Asburgico; Danzica (Gdańsk), città libera tra Germania e Polonia; Strasburgo, contesa tra Francia e Germania; Granada, frontiera tra i regni cristiani e il Sultanato fino alla fine del Quattrocento. Mi piace in merito citare il teologo fiumano Severino Dianich, il quale commentando il suo personale senso di soggezione di fronte alla grande cultura toscana, quanto vi giunse come esule da Fiume, ha potuto sottolineare l’apertura culturale e religiosa del clero fiumano dovuta proprio all’essere vissuti in una terra di confine: ‘Per noi a Fiume era del tutto normale passare ogni giorno davanti a due sinagoghe, due chiese evangeliche e una chiesa ortodossa. Era naturale per noi mescolare le lingue; Fiume era una città cosmopolita. (…) Ora, nella mia vecchiaia, sento quell’esperienza di crescere a Fiume, con la sua cultura aperta e il suo cosmopolitismo, come una grande eredità. Certo, la Toscana, dove vivo, è incomparabilmente più ricca di cultura, ma non ha ancora nulla del genere’. Aggiungerei, anche per ricordare una grande figura scomparsa quest’anno, Papa Francesco, il quale non si stancava di ripetere che dai margini la realtà si vede meglio e più correttamente. Inoltre, mi piace ricordare che i padri fondatori dell’Unione europea Schuman, Adenauer e De Gasperi provenivano da regioni plurinazionali, territori simili al contesto fiumano. Pertanto, erano consapevoli dei pericoli del nazionalismo ed erano protesi verso una politica di collaborazione e riconciliazione”.
Quanto è stato specifico il caso fiumano rispetto ad altre città dell’Adriatico orientale, e dove invece vede pattern più generali?
“Le somiglianze le vedo nei vari movimenti nazionali che qui come altrove hanno inciso sulla storia negli ultimi due secoli. Tuttavia la specificità di Fiume è legata all’importanza che ha avuto come porto e centro industriale, fatto questo che ha influito sulla città facendola divenire un centro cosmopolita, il che mancava altrove nell’Adriatico. Il melting pot fiumano, secondo me, non ha avuto pari, almeno sulla costa orientale dell’Adriatico; questo termine, di solito usato per gli USA, è un concetto che si riferisce a gruppi etnici e tradizioni diverse che si mescolano gradualmente formando una cultura specifica e comune.
Essendomi occupato di storia religiosa, vorrei sottolineare anche la laicità ossia il secolarismo proprio dei fiumani, che poneva la religione in un contesto moderno – il che non significava come non significa nemmeno oggi – rinnegare il cristianesimo. In altre parole, per intenderci, Fiume era una città moderna, ove moderno significa sensibile alle libertà personali. Vi è poi la lotta per l’ingiustizia sociale, ossia le lotte sindacali per i diritti dei lavoratori, movimento che si può seguire sin dalla fine dell’Ottocento e lungo tutto il secolo seguente”.
Qual è la difficoltà principale nel trasmettere ai giovani una storia complessa come quella di Fiume senza ridurla a slogan?
“Non sono la persona più adatta per rispondere lavorando all’Università e non nelle scuole, anche se posso dire di aver percepito l’interesse dei giovani quando ho avuto modo di farli entrare in archivio e permettere loro di toccare con mano le fonti d’archivio. Senz’altro per coinvolgere i giovani oggi non sono sufficienti i metodi tradizionali di insegnamento ex cathedra. Bisogna portarli in loco e fare lezione fuori aula. Si rende necessario far ascoltare loro le testimonianze dirette dei testimoni con video registrati. L’Archivio della memoria della Comunità degli Italiani di Fiume, realizzato da Vanni d’Alessio e Gianfranco Miksa è un bell’esempio. Dunque, storia vissuta piuttosto che storia di rapporti tra Stati e trattati internazionali. Chi intende trasmettere ai giovani la storia di Fiume deve essere aperto a metodi e risultati interdisciplinari, con il presupposto della pluralità che ha plasmato la città nell’arco della sua storia. Ad esempio, la storia della medicina a Fiume – di cui di recente è stata pubblicata una guida della città degli autori Muzur, Buterin e Doričić – è un bel modo di valorizzare la storia di Fiume, forgiata da persone impegnate per il bene della salute dei fiumani con scoperte scientifiche e sforzi pubblici e privati di vario genere. Mi viene in mente anche la cucina, cioè la gastronomia quale spazio in cui si permette agli altri e ai diversi di entrare e plasmare questa identità”.
Se potesse correggere un solo grande fraintendimento diffuso sulla storia di Fiume, quale sceglierebbe?
“Scelgo due fatti. Come prima cosa, il fatto che la storia di Fiume, e l’identità di cui facciamo memoria, sia reclusa solo alla memoria storica del Novecento e a qualche decennio dell’Ottocento in relazione al grande sviluppo dovuto all’industria e al porto. È vero, la Fiume cosmopolita che ci piace ricordare – anche se tale Fiume ho paura non esista più – è stata forgiata dallo sviluppo economico quale risultato della sua posizione nell’Impero asburgico come corpus separatum ungherese. Ma la sua storia è ben più ampia e non è solo moderna. Dunque, Fiume è anche medievale e se vogliamo tardoantica, pensiamo a Tarsatica ad esempio.
Come seconda cosa, il fatto che l’identità nazionale sia il perno attorno al quale gira tutta la storia e l’identità fiumana. L’identità nazionale come la conosciamo oggi è stata strutturata nel secolo XIX, a cui sono seguiti i movimenti nazionali un po’ dappertutto in Europa. Bisogna affermare che l’uomo delle epoche storiche precedenti non concepiva la propria identità in termini nazionali come noi la conosciamo oggi. Tale identità nel passato era in gran parte legata alla posizione sociale e regionale piuttosto che all’ethnos. Riguardo a Fiume, non tutti in questa città, né prima né poi, hanno permesso all’identità nazionale di radicalizzare le loro identità personali e collettive. Potreste obiettare dicendo che la storia ha dimostrato il contrario, ovvero che tali movimenti nazionali e nazionalistici abbiano prevalso nel passato e che anche oggi sembrino dominare. In quel caso risponderei che la storia di Fiume ha vari esempi di personaggi dalla vita religiosa alla cultura di persone che, senza privarsi dell’identità nazionale, hanno svolto il loro ruolo in maniera aperta e, diremmo oggi, europea. Ho cercato di dimostrare in questi anni che l’identità nazionale, seppur necessaria, non deve venire radicalizzata. Su questi valori di fraternità universale il cristianesimo, fin dalle sue origini, superando le divisioni tra Giudei e Greci, ha plasmato l’umanità per secoli. Quando il patriottismo viene assolutizzato, si tratta di nazionalismo e non di patriottismo, e di una distorsione del vero amore per la patria. Questo ci insegna la storia del XX secolo”.
Quali sono i risultati più significativi delle sue ricerche sulla storia di Fiume?
“Mi sono occupato perlopiù della storia del cristianesimo a Fiume. In primis, ho indagato la storia della diocesi di Fiume, nata in seguito all’annessione della città all’Italia. Ho cercato di far conoscere questa pagina storica alquanto importante dato che in quel contesto nacquero strutture ecclesiastiche di cui la Chiesa cattolica ancora oggi fa uso quali chiese parrocchiali, seminario, capitolo Cattedrale ecc. Tuttavia, esaminare questo periodo significava analizzare altresì il delicato rapporto tra gerarchia cattolica e fascismo, la capacità della Chiesa di dialogare con la modernità in un contesto plurinazionale in circostanze di regimi politici totalitari. Negli ultimi anni mi sono occupato degli agostiniani, prima comunità religiosa a Fiume, presente dal Trecento alle riforme giuseppiniste del Settecento. Storia quest’ultima alquanto ignorata, ma importante in quanto segnò la vita non solo religiosa, ma pure economica e culturale della città in epoca preindustriale. Basti pensare che ho potuto rintracciare un messale manoscritto e illuminato del Quattrocento, di cui ho scritto di recente in un saggio. Ho pubblicato, inoltre, sulle benedettine fiumane e sui gesuiti. Spero di dare alle stampe anche un libro sul vescovo Ugo Camozzo”.
Quale futuro immagina per la cultura della memoria a Fiume nei prossimi vent’anni?
“Gli storici devono fare ricerca e pubblicare, mentre i politici devono svolgere il loro lavoro inteso allo sviluppo della società e del bene comune. Tuttavia, tutti insieme dobbiamo proteggere la democrazia e i valori europei. Gli storici non devono permettere che la politica si impossessi dell’interpretazione della storia e formuli da sé la cultura della memoria. La storia non deve divenire ostaggio della politica. La politica che si occupa della storia senza il contributo degli storici diviene un’ingegneria politica facente uso di avvenimenti storici interpretandoli a proprio piacimento, secondo interessi politici (elettorali) e spesso nazionalisti. È compito non solo di storici, ma di tutta la società civile impedire che ciò accada. Auspico una cultura della memoria che sia in grado di parlare dei grandi drammi del Novecento senza equiparare le ideologie e allo stesso tempo senza omettere le vittime, sapendo tuttavia cogliere le cause e gli effetti nelle vicende storiche.
Come cristiano vorrei sottolineare la necessità di non rimanere impantanati nella narrativa vittimologica delle nostre comunità di appartenenza individuando le colpe esclusivamente presso le altre comunità, bensì saper riconoscere le vittime e i torti sofferti dalle altre comunità, individuando le colpe anche all’interno delle nostre comunità di appartenenza. Questa è una sfida e un compito per tutti se vogliamo giungere a una memoria conciliata e guardare al futuro con ottimismo.
Dopo l’esperienza del XX secolo e delle due guerre mondiali, in queste regioni dell’Europa centrale in cui croati, sloveni e italiani vivono insieme da secoli, non abbiamo bisogno dell’esaltazione del nazionalismo. Bisogna saper distinguere l’identità nazionale dal nazionalismo. Abbiamo bisogno di rispetto reciproco fra i tre popoli e di una cooperazione più intensa in tutti gli ambiti della vita. Naturalmente, in un periodo di rinnovato rafforzamento dei nazionalismi in Europa che stiamo attraversando, ciò è piuttosto difficile”.
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