Ivo Orlić, un impavido lupo di mare

Navigare necesse est, recita un antico detto. Nulla di più vero, diranno alcuni. Nulla di più falso, ribatteranno altri. Se lo chiedete a Ivo Orlić, lui non avrà dubbi da quale parte schierarsi. Questo docente universitario in pensione, che vanta alle spalle una carriera accademico-scientifica di prim’ordine, avendo insegnato nelle Università di Singapore e Sydney, oltre che al Dipartimento di Fisica a Fiume, è originario di Ponte (Veglia) e il mare ce l’ha nel DNA. Una passione talmente sconfinata, che nel 2003 lo spinse a intraprendere il viaggio più entusiasmante della sua vita. Quale? Quello di circumnavigare il globo in barca a vela. Un viaggio degno di un romanzo d’avventura. E non a caso ci ha scritto un libro, “Fiu odiseja”, uscito di recente, nel quale racconta il periplo che lo portò a diventare il terzo croato a effettuare il giro del mondo dopo Joža Horvat e Mladen Šutej. E fu proprio il primo a ispirarlo quand’era ancora un adolescente.
Da Ponte alle Canarie

Ai bordi di un vulcano attivo alle Vanuatu

“Avrò avuto 17-18 anni quando lessi ‘Besa’ di Joža Horvat, il romanzo in cui raccontò la sua impresa – ricorda Ivo –. Quel libro ispirò molte generazioni. Così decisi che un giorno avrei fatto lo stesso, però ci vollero tanti anni prima di mettermi nelle condizioni di poterlo fare. Verso la Pasqua del 2003 acquistai in Italia una barca a vela di 14 metri (che chiamò Fiu, da cui trae il nome il titolo del suo libro, nda). Dopo vari test e collaudi, il 5 ottobre salpammo da Ponte. Il tempo però non ci stava dando una mano perché c’era forte vento, mare agitato e persino un po’ di nevischio. Dopo qualche giorno arrivammo a Ragusa (Dubrovnik), dove però fummo bloccati per una settimana per via del maltempo che non ci consentiva di lasciare l’Adriatico. Una volta ripreso il mare, partimmo alla volta di Sicilia, Sardegna, Corsica, poi verso Barcellona, Maiorca e quindi Gibilterra. Anche qui dovemmo attendere qualche giorno affinché passasse il maltempo prima di salpare verso Las Palmas, alle Canarie”.
Una traversata tra amici
Qui presero parte all’Atlantic Rally for Cruises (ARC), una delle regate più famose al mondo che ogni anno riunisce centinaia di velisti. Ma l’ARC non è semplicemente una regata. Anzi, la competizione è solo uno dei tanti aspetti dell’evento.
“L’ARC è prima di tutto una traversata oceanica tra amici – sottolinea –. Per molti velisti si tratta della prima traversata, perciò è molto più bello e sicuro farlo in compagnia di altri equipaggi. Dopo 20 giorni di navigazione raggiungemmo i Caraibi. Era l’inizio di dicembre. La prima tappa fu Santa Lucia, seguita dalle Isole Vergini britanniche dove ci prendemmo una pausa. Io volai a Sydney dalla mia famiglia per trascorrere Natale e Capodanno. All’epoca vivevamo lì e io insegnavo all’Università. Tornammo ai Caraibi alla fine di febbraio e proseguimmo visitando una ad una le varie isole: Antigua, Dominica, Martinica, nuovamente Santa Lucia, Grenada…”
Come in Antartide
Il vero viaggio iniziò dopo essere entrati nel Pacifico attraversando il Canale di Panama.
“Un’opera ingegneristica impressionante che riesce a far transitare enormi navi attraverso stretti canali, attraversando in totale 6 chiuse basandosi sul sistema dei vasi comunicanti, per un dislivello complessivo di 28 metri. Dopo aver fatto una bella scorta di provviste, partimmo in direzione delle Galapagos. Che fanno storia a sé. Sebbene si trovino all’equatore, il clima è piuttosto freddo perché l’arcipelago è lambito dalla gelida corrente di Humboldt, perciò trovammo pinguini, foche, leoni marini… Sembrava quasi di stare in Antartide. Dopo aver attraversato il Pacifico arrivammo nella Polinesia francese, fermandoci nei vari atolli come le Isole Marchesi, Tahiti, Raiatea, Bora Bora… Quindi proseguimmo verso Samoa, Figi, Nuova Caledonia, fino ad arrivare a Sydney, dove sostammo per 2-3 mesi. A marzo del 2005 salpammo verso la Nuova Zelanda, che girammo in lungo e in largo sia via mare che via terra. Dopo aver atteso la fine della stagione dei tifoni, partimmo verso nord, verso Tonga e nuovamente le Figi”.
Knock-down
Quella fu la parte più difficile dell’intera impresa.
“Eravamo ancorati in una baia e una notte una tempesta ci spinse verso la barriera corallina dove ci incagliammo. Fortunatamente la barca non subì danni gravi e l’acqua non penetrò nello scafo. La mattina dopo, con l’alta marea e grazie all’aiuto di alcuni diportisti, riuscimmo a disincagliarci e a raggiungere un porto dove per un mese eravamo impegnati nei lavori di riparazione. Quindi ripartimmo alla volta delle Vanuatu. Lì fui invitato a tenere una lezione in una scuola elementare e così parlai ai ragazzi di fisica, geografia e astronomia. Fu un’esperienza molto particolare. Quindi scendemmo verso la Grande barriera corallina, lungo l’Australia nordorientale. Il mare era parecchio agitato e quando ci avvicinammo alla Barriera, siccome i fondali si facevano via via sempre più bassi e di conseguenza le onde ancora più alte, una di queste ribaltò la barca. Eravamo completamente sdraiati, in knock-down, come si usa dire in gergo velico. Fortunatamente la cabina era chiusa perché altrimenti avremmo imbarcato acqua e chissà come sarebbe andata a finire. Nel frattempo stava sopraggiungendo la stagione dei monsoni quindi volevamo raggiungere l’Africa. La traversata dell’Oceano Indiano fu favorita da un forte vento di 40-50 nodi in poppa, perciò arrivammo velocemente alle Seychelles”.
Nelle acque dei pirati
Dopo quasi due anni trascorsi in mare, il richiamo di casa iniziò a farsi sentire e così Ivo e il suo equipaggio optarono per una via molto rischiosa: raggiungere il Mediterraneo passando per il Mar Rosso. In altre parole, attraversare il famigerato Golfo di Aden, infestato di pirati somali.
“Non intendevo passare per il Capo di Buona Speranza e quindi circumnavigare l’Africa perché ci avremmo messo altri 2-3 mesi e io avevo fretta di tornare a casa. Prendemmo coraggio. Fu molto inquietante, soprattutto di notte, ma per fortuna non incontrammo nessun pirata. Attraversato il Mar Rosso e superato il Canale di Suez, ci ritrovammo nel Mediterraneo. Ci fermammo a Creta, dove rimanemmo in attesa dello scirocco che poi ci catapultò nell’Adriatico. Festeggiamo a Ragusa e a Spalato, dove addirittura nevicò, un po’ come all’inizio di quest’avventura. Era la fine di novembre del 2005. A Ponte venne infine organizzata una grande festa in nostro onore e tantissime persone accorsero per salutarci. Fu davvero una bellissima sorpresa”, conclude Ivo Orlić.

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