Ossero non è solo un punto geografico. È un luogo di passaggio, di incontri, di storia millenaria. Situato sulla sottile lingua di terra che un tempo univa Cherso e Lussino in un’unica isola, oggi separate da un canale, denominato Cavanella o Cavana, scavato dall’uomo già nell’età del Bronzo, il borgo è il simbolo di come ingegno umano e natura abbiano convissuto nei secoli. Quel canale, pensato per agevolare il transito delle navi da un mare all’altro, continua ancora oggi a scandire la vita della comunità grazie a un ponte girevole che rappresenta un raro gioiello di ingegneria.
Il canale di Ossero garantiva un’eccellente protezione dai venti e dalle tempeste durante tutto l’arco della storia e costituiva anche un punto chiave sulla più antica rotta marittimo-terrestre europea conosciuta, la Via dell’Ambra, che collegava l’Egeo al Baltico. A conferma della sua importanza, numerosi ornamenti in ambra sono stati rinvenuti nelle tombe illiriche della zona.
Con l’arrivo dei Romani, Ossero si trasformò in una città fortificata e prospera, di cui oggi restano frammenti delle imponenti mura e di edifici monumentali. Il borgo rappresentava allora un centro strategico lungo un crocevia fondamentale del Mediterraneo settentrionale, intrecciando storia, commercio e difesa.
L’équipe de La Voce del Popolo, di passaggio sull’isola di Lussino, non ha perso l’occasione di osservare da vicino il celebre ponte in ferro che proprio a Ossero unisce Cherso con Lussino. E ci siamo trovati proprio durante una delle due aperture quotidiane, alle 9 del mattino o alle 18. Il traffico si ferma, il semaforo diventa rosso, i motori delle auto si spengono. Poi inizia la manovra: sette minuti di movimenti precisi e lenti, l’acciaio che si solleva e ruota, permettendo a barche e velieri di attraversare il canale. Un rituale che affascina i turisti e, al tempo stesso, mantiene viva una funzione essenziale per la navigazione.
Abbiamo parlato con l’uomo incaricato delle operazioni quotidiane che ci ha pregato a sua volta di mantenerne l’anonimato. Con grande disponibilità ci ha raccontato la storia e il funzionamento del ponte, mostrando perfino i meccanismi nascosti sotto la struttura. Fino al 2018, infatti, l’apertura era manuale, azionata da due manovelle: una per sollevare e l’altra per ruotare il braccio. Oggi il sistema è elettrificato e sostenuto dall’idraulica, ma resta sempre sotto il controllo vigile di chi lo manovra, che deve valutare condizioni come vento e mare. “Lo scirocco è il vento più insidioso – ci spiega –. Se non fosse per il design del ponte, con le sue ringhiere piene di aperture, durante le raffiche più forti non si riuscirebbe neppure ad aprirlo”.
Il ponte pesa 90 tonnellate, ma la sua storia lo rende ancora più imponente. Fu progettato dallo Stabilimento Tecnico Triestino e costruito nel 1939 dalla Antonio Badoni di Lecco (ABL). Quello che trasse in inganno gli abitanti di Ossero quando videro il nuovo ponte era il colore, lo stesso del ponte montato sul Canal Grande a Trieste, che però in quella data era ancora al suo posto a svolgere la sua funzione e vi sarebbe rimasto fino al 1950.
Il ponte di Ossero, dunque, non è soltanto un’infrastruttura funzionale quanto necessaria. È anche un monumento vivente della tecnologia del Novecento che ha molto a che fare con l’Italia. E anche queste zone tramandano ancora legami e tradizioni con il Bel paese.
Restaurato ed elettrificato nel 2018 dalla ditta Bimont, il ponte oggi continua a funzionare con precisione, permettendo il passaggio di decine di imbarcazioni ogni giorno, con picchi estivi che arrivano, a volte a toccare, i 70 transiti consecutivi.
E mentre i turisti scattano fotografie, incantati dal lento spostarsi del gigante di ferro, gli abitanti di Ossero sanno che quel ponte è qualcosa di più: è un legame tra due isole, tra passato e presente, tra l’ingegno antico e quello moderno, tra la storia antica del Mediterraneo e l’eredità industriale italiana.











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