Il fiumano riconosciuto: lingua, identità, ritorno

Dalla notizia che ha suscitato entusiasmo e partecipazione alle storie personali che attraversano l’esodo e la memoria familiare, l’intervista a Franco Papetti ripercorre il valore di un idioma che unisce generazioni e comunità, tra radici, appartenenza e nuove prospettive per il futuro

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Il fiumano riconosciuto: lingua, identità, ritorno
Franco Papetti. Foto di Ivor Hreljanović/Edit

C’è un filo sottile che lega il presente al passato. A volte si perde nella quotidianità, a volte appare a cavallo di notizie, fatti, accadimenti, diventando palese, concreto, finalmente visibile. La reazione collettiva al riconoscimento del Dialetto fiumano come bene immateriale della cultura da parte della Croazia, è stata immediata, forte, significativa. Ma in che modo ciò mette in contatto il presente col passato, concretamente. Ne parliamo con il presidente dell’Associazione dei Fiumani italiani nel Mondo, Franco Papetti, nato a Fiume, ora residente a Perugia.

A volte le cose belle, succedono. Che cosa ha pensato nell’apprendere la notizia?
“È stata una sensazione bellissima sapere che finalmente ci sia stato un riconoscimento del nostro dialetto che è sempre esistito come veicolo di trasmissione tra le genti autoctone, chiaramente un fatto identitario, che oggi emerge pubblicamente. Nessuno potrà dire che il fiumano non esista. Altro aspetto positivo, la presa di coscienza sulla necessità della sua salvaguardia, ma anche la rinnovata forza del senso di appartenenza a questo piccolo mondo”.

Un nuovo punto di partenza

Che cosa ha determinato, secondo lei, il raggiungimento di questo successo?
“Senz’altro l’impegno dei singoli, in particolare di Melita Sciucca, in veste allora di presidente della Comunità degli Italiani la quale, supportata da varie persone, in primis da Mirjana Crnić Novosel, ha inoltrato formale richiesta al Ministero della Croazia. C’è stata subito l’adesione entusiastica di tutto il Consiglio direttivo che ha atteso con trepidazione l’esito dell’iter burocratico. Oggi gioiamo insieme per questo splendido risultato che rimette in moto tutta una realtà. Comunque c’è anche la giusta consapevolezza che si tratti di un nuovo punto di partenza oltre che di un traguardo impensabile solo qualche decennio fa. Ad un certo punto la città ha avuto bisogno di ripensare la propria identità e la Comunità degli Italiani con la sua popolazione e l’uso del dialetto è diventata un riferimento importante. L’abbiamo percepito chiaramente durante i Festival della canzonetta fiumana che hanno portato in piazza centinaia di spettatori locali e tanti turisti, ma che soprattutto hanno coinvolto anche autori e cantanti croati che hanno voluto cimentarsi nell’uso del dialetto accanto ai connazionali”.

Franco Papetti. Foto di Ivor Hreljanović/Edit

Forte impronta identitaria

Sono questi i momenti in cui diventa quasi doveroso ripensare ai percorsi familiari?
“Ho sempre frequentato Fiume, sin da bambino con i miei genitori e poi da ragazzo autonomamente unendomi alle famiglie dei cugini rimasti in loco. Purtroppo, vivendo comunque in una realtà lontana, l’uso del dialetto si è affievolito, ma non ha perso la sua impronta identitaria. Era molto bello durante i nostri raduni familiari sentire gli adulti usare il dialetto fiumano e noi bambini mescolare gli accenti dei luoghi di provenienza di tutta Italia”.

I Papetti come arrivano a Fiume?
“So che giunsero alla fine del 1700 dal Veneto, precisamente da Santorso vicino a Schio-Vicenza, per cercare fortuna in una città diventata ‘Corpus separatum’ dell’Ungheria che iniziava a svilupparsi sia economicamente che socialmente. Erano senz’altro commercianti che s’erano formati nel settore laniero a Schio. Ho potuto ricostruire l’albero genealogico della famiglia in quanto nella cappella del Cimitero di Cosala sono sepolti dagli inizi dell’Ottocento sino all’ultimo morto nel 1977. A Fiume, per la loro attività occuparono diversi edifici del centro storico in via Marco Polo, verso le rive. Poi si allargarono in altri posti della città. La Società principale fu fondata nel 1858 con sede in P.zza Santa Barbara. E nel Novecento occuparono per la loro attività il Palazzo Liberty sul Corso dove ancora si scorge la scritta ‘Tappeti’, il che mi emoziona”.

La storia di Umbertino e Tullio

Quali i personaggi che si sono distinti nel corso dei decenni?
“Furono due i ragazzi che vale la pena citare: Umbertino e Tullio, due cugini nati nel 1904, volontari nella Legione fiumana nel periodo dannunziano. Si distinsero perché Tullio divenne un affermato avvocato con studio in P.zza Dante e aderì all’ideologia zanelliana dello Stato Libero di Fiume. Partecipò alla Conferenza di Pace di Parigi nel 1946 insieme allo stesso Riccardo Zanella per chiedere alle potenze vincitrici la restaurazione dello Stato Libero di Fiume, riconosciuto dalla Società delle Nazioni, che il colpo di stato fascista aveva cancellato. Sposò Angela Dalma figlia di una gloria fiumana, il prof. Giovanni Dalma, famoso psicoterapeuta dell’epoca, di fama mondiale. Nel 1948 Dalma si trasferì a Tecuman in Argentina e oggi a lui è dedicato il principale ospedale della città che conta seicentomila abitanti. Umbertino invece, abbandonò Fiume e divenne imprenditore, fondatore d’imprese a Genova nonché armatore”.

Franco Papetti. Foto di Ivor Hreljanović/Edit

La conoscenza con Angelo Moratti

La loro attività li porta a stringere quasi un patto con la popolazione locale, vivere in pace con tutti…
“Nel dopoguerra, alla mia famiglia furono sequestrati tutti i beni e l’impresa nazionalizzata. Nonostante ciò, l’attaccamento della famiglia alla città di Fiume si condensa nella frase pronunciata dal nonno: ‘semo vissudi soto cento paroni, continueremo anche con gli slavi…’. E invece se ne dovettero andare per non dover provare la povertà che si era prospettata per tutti. Il nonno si trasferì nella sua casa di Sanremo, dove aveva svernato per tanti anni in precedenza. La mia famiglia – io avevo solo due anni – scelse l’Umbria perché mio padre conosceva Angelo Moratti (sarebbe diventato presidente dell’Inter, ndr), il quale aveva iniziato la sua attività imprenditoriale nella società mineraria del Trasimeno. Significava lavoro. Non è stato facile crescere in un mondo così diverso, non c’era più la città, non c’erano i parenti e mancava il mare. Per molto tempo si rivelò un ambiente ostile per noi che avevano abbandonato il ‘paradiso comunista’ arrivando in una regione molto rossa”.

Appartenenza? Una cosa complessa

Che cosa rappresentava il dialetto nella sua famiglia?
“Senz’altro l’identità e il senso di appartenenza, anche se ci raccomandavano di usare la lingua standard per farci capire. I miei genitori vivevano tutto l’anno nell’attesa di ritornare alla loro città e al loro dialetto”.

Il linguaggio non è in assoluto un segno d’appartenenza, l’identità si può esprimere in qualsiasi idioma – afferma nell’ultimo numero della Voce di Fiume, Aleksandra Stojanovic, docente in Canada – cosa ne pensa?
“Succede a molte persone di non usare il dialetto, ma di capirlo perfettamente. È un idioma interiorizzato che ci mette un attimo a riaffiorare se messi nella condizione di farlo. Ha ragione Aleksandra, l’appartenenza è molto più complessa di quanto si possa immaginare. Un esempio: quando a scuola il Maestro m’interpellava, rispondevo ‘comandi’ come d’uso dalle nostre parti, era più forte di qualsiasi altro percorso”.

Il contributo di Bezinović

È stata criticata l’assegnazione del “Maylender” da parte dell’AFIM al film “Fiume o morte!” di Igor Bezinović: questo premio che cosa conferma?
“Penso che il premio a Bezinović sia stata una scelta consapevole anche se sofferta e spesso criticata; egli ha esaltato l’esistenza del fiumano diventando per noi un esempio di grande coraggio e dignità. Egli ha contribuito, a nostro avviso, a completare l’iter del riconoscimento proprio sulla scia dei successi ottenuti in tutto il mondo che sdoganano un idioma ancora presente”.

A giugno, in occasione di San Vito, si svolgerà la quinta edizione del “Festival della canzonetta fiumana”, voluto fortemente anche dall’AFIM, una fiducia ben riposta?
“Nella prima edizione più che un festival si era manifestato come un’esibizione di canzoni fiumane a cavallo tra Ottocento e Novecento. Mi sono commosso perché circondato dalla presenza dei miei avi fiumani oltre alla presenza fisica di sei o settecento spettatori di lingua sia italiana che croata che hanno gioito con quelle canzoni e in quei luoghi dove i miei avi mi avevano preceduto. Poi c’è stato un meraviglioso crescendo che noi sosteniamo”.

Siamo a casa…

Questo riconoscimento è un ritorno a casa?
“Abbiamo fatto nostro un concetto espresso anni fa da Lucio Toth, presidente FederEsuli e ANVGD per lungo tempo. Egli affermava che saremmo ritornati a casa nel momento in cui i giovani croati e sloveni residenti si sarebbero riconosciuti anche nella nostra cultura. E forse questo è il momento. Ciò che mi rassicura è la reazione del Consiglio municipale di Fiume dopo il riconoscimento del dialetto al quale ha tributato un lungo e caloroso applauso, mentre la sindaca Iva Rinčić ha dichiarato la multietnicità della città di Fiume, concludendo con una frase in fiumano: ‘xe parte della nostra identità’. Siamo a casa”.

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