Sono trascorse ormai alcune settimane da quando, in Molo Zagabria, è operativo il nuovo terminal container “Rijeka Gateway”, un progetto di enorme rilevanza, anche e soprattutto a livello statale, celebrato come simbolo di progresso e modernizzazione del porto fiumano e la cui concessione cinquantennale è stata affidata al consorzio danese APM Terminals, parte del gruppo Maersk, e dalla società croata Enna Logic. Nonostante la costruzione e la successiva apertura del terminal fosse visibile agli occhi di tutti, la maggior parte dei cittadini, ma soprattutto di quelli che vivono nelle immediate vicinanze dello scalo, si è resa conto dell’impatto vero e proprio – acustico e luminoso – che può avere un impianto di questo tipo se collocato praticamente nel nucleo urbano della città. Inizialmente, però, se ricordiamo bene, non sarebbe dovuto essere così.
Video fornito da Jasmina B
Infatti, il terminal, pensato agli inizi degli anni Duemila, avrebbe dovuto rispondere a esigenze allora ben diverse: navi più piccole, gru più contenute, una scala portuale più modesta. Oggi, la capacità prevista supera i 650mila TEU l’anno – con proiezione 1 milione – quattro volte quanto immaginato all’inizio. I cittadini non hanno mai avuto modo di partecipare alle decisioni, di esprimere dubbi o suggerire limiti. Sebbene non ancora pienamente operativo, il terminal sembra essere già una presenza insopportabile per chi abita nei rioni di Mlaka, Torretta, Pioppi, Krnjevo e Potok. La città, con la sua struttura urbana quasi a forma di “mezzo anfiteatro”, amplifica il rumore e il bagliore dei riflettori, che arriva fino alle case più alte. Le luci invadono gli spazi interni degli appartamenti, il rombo dei macchinari e degli impianti portuali, come quello delle gru che trasferiscono i container da un punto all’altro della banchina operativa, penetra nelle case, con più insistenza nelle ore notturne quando il resto della città dorme.
Tutto ciò è stato, per noi, un pretesto per tentare di scoprire da vicino i disagi che rendono la quotidianità difficile a chi abita nelle vicinanze del terminal. Abbiamo raggiunto il rione di Mlaka di giorno, dove ci hanno accolto tre residenti dello stesso, con la promessa che ci avrebbero inviato delle foto scattate da loro stesse dai loro rispettivi alloggi. Tranne una, le altre hanno voluto mantenere l’anonimato. “Non viviamo più accanto al porto, bensì si ha l’impressione che il porto si sia intrufolato nelle nostre case”, ci ha raccontato una delle nostre interlocutrici, ormai esausta. Sul suo viso visibili la stanchezza (e anche un po’ di rassegnazione). “Quando arriva una nave, il sonno sparisce. Dipende da quanti riflettori vengono accesi e fino a che ora lavorano. È estenuante”. Il rione, con abitazioni e scuole vicine, si trova ad affrontare la modernità come se fosse una forza esterna, implacabile, che decide per conto di tutti senza consultare chi vi vive. I piani di espansione del terminal prevedono l’allungamento della banchina fino a 680 metri e la possibilità di ospitare navi gigantesche di 24.000 TEU. L’area resterà sotto concessione per 50 anni, e con essa il destino dei residenti, privati della possibilità di una nuova consultazione pubblica. In altre città portuali europee, come Trieste, i cittadini hanno potuto visionare documenti, proporre osservazioni, suggerire misure di tutela ambientale. A Fiume, invece, l’accesso resta chiuso, mentre segnalazioni di rumore e luce, inoltrate per anni all’Autorità portuale, sono state e vengono tuttora ignorate.
Promesse
Nonostante le promesse di 300 posti di lavoro generati dall’investimento di 380 milioni di euro, il futuro appare incerto. Nei porti più avanzati del mondo, l’automazione ha ridotto drasticamente il personale: gru robotizzate e operazioni automatizzate gestiscono la maggior parte dei container. Se quel modello verrà adottato anche nell’Alto Adriatico (anche se ormai posti come la Cina sembrano veramente essere mondi a sé sempre più difficili da imitare per avanzamento tecnologico), il lavoro promesso potrebbe non materializzarsi, mentre il rumore, le luci e l’inquinamento resteranno concreti, quotidiani, inevitabili. Qualche settimana fa, nell’Aula consiliare in Corso, si era tenuto un dibattito pubblico promosso dal Comitato di quartiere Centar–Sušak e coordinato da Azra Zubić-Zec, che anche il nostro quotidiano aveva seguito e riportato. La sala era gremita, i toni un po’ accesi, ma del tutto nei limiti del civile con un’unica parola d’ordine scandita più volte: convivenza. I residenti avevano denunciato luci invadenti, rumore incessante e polveri sottili, affermando come la vita quotidiana sia diventata una costante negoziazione con i terminal (sia quello di Brajdica che il “Rijeka Gateway”), un compromesso tra il bisogno di riposo e la pressione di impianti pensati e piazzati lì per i container e non per le persone. I cittadini non chiedono la chiusura del terminal, ma il rispetto di diritti fondamentali: quello di vivere in un ambiente sano, avere voce nelle decisioni che li riguardano, non essere marginalizzati in nome del progresso.
Anonimato
Le nostre interlocutrici, incontrate in via Milutin Barač, e che per motivi di anonimato chiameremo con una lettera, hanno deciso di parlare solo dopo aver visto che, probabilmente, nessun altro avrebbe alzato la voce. “Se già altri non vogliono dire nulla, noi non faremo lo stesso”. Perché sentirsi ignorati è un dolore quotidiano. Nessuna delle loro richieste – ridurre l’illuminazione, introdurre limiti orari per il lavoro notturno – ha trovato ascolto. “Quando arriva la nave è una follia – ci ha detto M –. Di giorno può esserci tranquillità, di notte è come se si volesse colpire di proposito. È insopportabile”. E questo disagio non resta isolato: genera polarizzazione. Chi lavora al terminal e chi abita vicino vivono realtà contrapposte. Solidarietà? Sui social spesso si legge il contrario: “Trasferitevi in Gorski kotar”, “Vendete l’appartamento”, “Abbassate le tapparelle e chiudete tutto”. Un invito a sopportare in silenzio, a subire, a mettere i tappi nelle orecchie. Ma Fiume non è soltanto porto: è una città di persone, alcune anziane, altre con reddito ridotto. Non tutti possono vendere casa e andarsene. “Il calo del valore degli immobili qui fa male allo stomaco – si è unità al discorso A –. Queste persone saranno penalizzate proprio a causa del terminal, mentre altrove in città i prezzi crescono. Eppure siamo in un rione con scuole e asili. Perché i media locali non ne parlano? Ci sentiamo esclusi”. “Noi eravamo qui prima del terminal – ha ribadito M –, abbiamo comprato casa pensando a un futuro normale. Ora subiamo noi, non chi ha costruito il terminal. E sentirsi dire: ‘taci e sopporta’, è inaccettabile”.
Le persone che ci si sono prestate con delle dichiarazioni, hanno scelto di parlare e ribellarsi nell’unico modo in cui possono farlo. E lo hanno fatto per mettere in luce un principio ovvero il fatto che il rispetto della legge e dei diritti dei cittadini non è e non dev’essere negoziabile. Nessuno, davanti alla Costituzione, può essere considerato inferiore. La priorità, di chi governa, sembra, però, essere unicamente il capitale e non le persone. La componente sociale di questa storia è centrale. Non si tratta solo di rumore, luce o traffico: si tratta di giustizia, partecipazione, dignità. Si tratta di ricordare che lo sviluppo economico non può essere una scusa per ignorare chi vive nel cuore della città. E mentre i riflettori, la notte, continuano a illuminare le case di via Milutin Barač, la domanda resta sospesa nell’aria: Fiume può crescere davvero se chi la abita viene messo da parte? Quale prezzo deve pagare l’uomo di fronte al profitto?
Ampliamento del problema
Le nostre interlocutrici ci hanno dichiarato che, se dovesse realizzarsi l’espansione del terminal, ne risentirebbero negativamente anche le zone circostanti, non soltanto quella di Mlaka. L’Autorità portuale, che dovrebbe essere al servizio dei cittadini, dovrebbe monitorare l’attività del concessionario. Invece, continua a sostenere che tutto è sotto controllo, che non c’è rumore, come se chi abita nelle vicinanze mentisse. La qualità di vita è ai minimi termini, anche se nessuna autorità lo riconosce. “Il concessionario sostiene sempre che, oltre ai cittadini, dovrebbero intervenire anche la Città e lo Stato. La municipalità non ha competenze dirette, le nostre interlocutrici lo sanno bene, ma come amministrazione cittadina può e deve insistere su alcune questioni. Qualche giorno fa, la sindaca Iva Rinčić ha dichiarato che interverrà; ora resta da vedere come e quando. Secondo chi scrive, bisogna agire subito, perché tra pochi anni le conseguenze potrebbero essere tragiche sia per la popolazione sia per la qualità di vita”, ha proseguito A affermando che anche i media locali hanno una grande responsabilità nel modo in cui diffondono (o non diffondono) le notizie. “Il loro lavoro può certamente influenzare molto l’opinione dei cittadini. Il terminal produce un rumore costante, come se si trattasse di un’acciaieria. Forse non è ancora come al terminal di Brajdica, ma nessuno può garantirci che non possa diventarlo”.
“In particolare, chi ha appartamenti con esposizione a sud è quello più colpito – ha aggiunto L –. Temo soprattutto l’estate, perché con tutta quella luce non appena calerà il buio non potremo aprire le finestre. Anche le porte dei balconi rivolte a sud sono un grosso problema. C’è una famiglia che conosco in via Vitomir Pajo Širola con un bambino piccolo e affermano che per loro è un vero calvario. Non c’è da stupirsi se a volte il rumore di fondo, improvvisamente viene interrotto dallo schianto di un container o dal boato di una sirena, e stravolge il riposo. Provate solo a immaginare…”.
Quando arrivano le navi più grandi, il rumore aumenta ulteriormente. A. ha osservato: “Non posso condannarmi a dover chiudere porte e finestre per tutta la vita solo perché si tratta della prosperità della nostra città… Questo non è assolutamente un ambiente sano”.
Ci hanno poi parlato di un paradosso legislativo: esiste il nuovo Regolamento sul rispetto della quiete domestica che permette a una persona di denunciare un vicino per feste notturne. Ma noi? Cosa possiamo fare contro questo rumore costante che ci viene imposto? Quale legge ci tutela? A chi rivolgersi? Penso che siamo un caso unico al mondo. Inoltre, un paradosso: ci è stato riferito che i riflettori restano accesi anche in pieno giorno, quando il sole splende alto nel cielo. Un completo nonsense”.
Alla denuncia delle nostre tre interlocutrici si è aggiunta una mail pervenutaci da Jasmina B., che vive a Gomila, e che ha voluto anche lei dire la sua sulla questione. In riferimento a tutto ci ha mandato anche un messaggio vocale e un video che testimoniano pienamente le attività notturne del terminal in Molo Zagabria. Il vocale recita: “Noi viviamo circa 400 metri a nord del terminal, in una casa privata. Come sappiamo tutti, la struttura urbana di Fiume fa sì che i suoni vengano percepiti in modo diverso: più deboli in basso, vicino al terminal stesso, e più forti in alto, anche se siamo più lontani. Penso che questo sia proprio ciò che ci crea il problema. Il fatto che al posto del mare di una volta, ora nella nostra visuale ci siano gru e navi, è qualcosa di inaccettabile: non dovrebbero esserci in una zona urbana del centro città. Non riesco a capire come un soggetto commerciale possa operare in una zona così densamente popolata. Per noi, il vero problema è il rumore che produce il terminal: o meglio, il rumore notturno. Di notte, anche quando chiudo le finestre, quel suono mi sveglia. Ci sono due tipi di rumori: il primo è il bip, molto forte, che suona dieci volte di seguito e poi si ripete. L’altra notte mi ha svegliata fino e sono rimasta sveglia fino alle tre del mattino. Non sapevo più che cosa fare, così ho dovuto mettere i tappi nelle orecchie per riuscire a riaddormentarmi. Per me, come imprenditrice e madre di tre figli, tutto ciò è davvero estenuante, inaccettabile e insopportabile. È un grave problema, perché durante il giorno sono estremamente stanca. Il secondo rumore fastidioso è quello dei movimenti e dei forti urti dei container e i miei bimbi a volte si spaventano. Quando si sente l’urto, nemmeno i tappi per le orecchie servono a qualcosa. Mi chiedo come sia possibile che a un’azienda privata sia permesso produrre un simile rumore notturno, ben oltre i limiti di legge (ricordiamo che tra le 23 e le 7 i decibel dovrebbero essere limitati a 40-50). Se qualcuno avesse un bar con musica ad alto volume, verrebbe immediatamente richiamato all’ordine. Il fatto che da parte delle istituzioni tutto ciò sia stato approvato mi provoca una grande sfiducia nel sistema, e come cittadina di Fiume mi sento non ben accolta. Non sono originaria di questa città, ci siamo trasferiti qui due anni fa, e questo atteggiamento mi ha profondamente delusa. Per me e per i miei figli questa non è un ambiente sano, in cui possiamo vivere bene. Se non cambierà nulla e il lavoro notturno non verrà reso più silenzioso, stiamo pensando di trasferirci di nuovo. Mi chiedo come può una simile azienda non trovare e applicare una tecnologia che renda tutto più silenzioso, eliminando quei bip? Questo davvero non è accettabile. Grazie per lo spazio che mi avete dato per denunciare la cosa come cittadina di Fiume”.
Una cosa è certa: Fiume non è soltanto un porto. Fiume è anche chi la abita. E lungo via Milutin Barač in zona Mlaka, a pochi passi dal nuovo terminal container “Rijeka Gateway”, la vita dei residenti è cambiata radicalmente in peggio, al limite del sopportabile. I media scrivono di sviluppo, di economia, di posti di lavoro. Ma qui, tra queste case, la storia è un’altra. La città cresce, i cantieri rinnovano infrastrutture con soldi dall’estero, ma i cittadini sembrano sempre più cittadini di serie B.
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