Cambia il caso, ma il copione resta lo stesso. Dopo il camion Iveco rimasto inutilizzato per anni, il sistema di lettura a codici a barre mai entrato in funzione e la spazzatrice elettrica Dulevo Zero trasformata in un costoso soprammobile, il fiduciario sindacale della municipalizzata Čistoća, Ćenan Beljulji, torna a puntare il dito su un’altra vicenda emblematica. Stavolta al centro della sua nuova denuncia social c’è la cosiddetta “sortirnica”, ossia l’impianto di selezione dei rifiuti di Mihačeva Draga, una struttura che oggi lavora regolarmente, ma attorno alla quale – secondo Beljulji – continuano a restare troppe domande senza risposta.
Il tono è diretto, tagliente, volutamente provocatorio. “L’impianto funziona, i nastri girano, i rifiuti vengono separati. Tutto bene – scrive Beljulji sul proprio profilo Facebook –. Ma mentre le macchine lavorano, la giustizia è ferma, le istituzioni tergiversano e i consigli di sorveglianza restano accuratamente fuori da ogni serio discorso sulle responsabilità”.
Il riferimento è a un progetto da 3,6 milioni di euro, cofinanziato con fondi dell’Unione europea, che avrebbe dovuto rappresentare un esempio di gestione trasparente ed efficiente del denaro pubblico. Invece, secondo quanto emerso da procedimenti ufficiali già avviati, l’iter di appalto legato all’impianto di selezione dell’output della raccolta differenziata sarebbe stato segnato da favoritismi e irregolarità tali da generare un aumento illecito dei costi di almeno 319mila euro, con un danno diretto per il bilancio europeo e per quello croato.
Una parte dei soggetti coinvolti ha ammesso le proprie responsabilità e ha patteggiato. Per altri, tra cui l’ex direttrice di Čistoća e alcuni funzionari dell’amministrazione cittadina, i procedimenti sono ancora in corso. Ed è qui che, secondo Beljulji, si apre il vero buco nero della vicenda: il ruolo dei consigli di sorveglianza.
“Dove erano? Chi controllava il loro operato? Chi verifica se abbiano adempiuto al loro obbligo di legge di vigilare sulla gestione finanziaria e sulle operazioni dell’azienda?”, si chiede il sindacalista. Domande che, a suo dire, vengono sistematicamente evitate, come se la sola esistenza formale di un organo di controllo bastasse a escludere qualsiasi responsabilità.
Beljulji non usa mezzi termini: se un consiglio di sorveglianza ha il dovere di vigilare e non interviene, non segnala anomalie, non pone domande e non reagisce, allora la questione non è più soltanto politica o morale. Diventa istituzionale e, potenzialmente, anche penale. Eppure – osserva – l’indagine sembra essersi fermata prima di arrivare a questo livello.
A rendere il quadro ancora più inquietante è il fattore tempo. La lentezza delle istituzioni apre infatti lo spettro della prescrizione. “Se i procedimenti si trascinano per anni, se le responsabilità vengono ristrette a pochi nomi e il sistema di controllo resta intatto, allora la prescrizione non è più una fatalità giuridica – scrive Beljulji –. Diventa un problema sistemico”.
In altre parole, se oltre 300mila euro possono scivolare sotto il naso dei consigli di sorveglianza senza che nessuno se ne accorga – o senza che nessuno reagisca – viene spontaneo chiedersi a cosa serva davvero il controllo. La denuncia, ci tiene a precisare, non è un attacco all’impianto di Mihačeva Draga né ai lavoratori che vi operano quotidianamente. È una richiesta di responsabilità, di efficienza istituzionale e di trasparenza, prima che l’ennesimo caso finisca archiviato nel cassetto delle “affaire dimenticate”.
Nel frattempo, sottolinea Beljulji, da parte dell’azienda non è arrivata alcuna risposta ufficiale. Un silenzio che, alla luce dei precedenti, non sorprende più nessuno e che lascia presagire una cosa sola: le domande non sono finite qui. Perché, come conclude amaramente il fiduciario sindacale, se la giustizia arriva troppo tardi, non è solo un procedimento ad aver fallito. È l’intero sistema.
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