Cresce il fronte delle domande senza risposta attorno alla gestione della municipalizzata “Čistoća”, azienda preposta alla nettezza urbana della Città di Fiume. Dopo aver portato all’attenzione dell’opinione pubblica il caso del costoso camion Iveco rimasto per anni inutilizzato, Ćenan Beljulji, dipendente dell’azienda e fiduciario sindacale, torna ora alla carica, sul suo profilo Facebook, con un nuovo, pesante interrogativo che riguarda l’uso di fondi pubblici destinati alla digitalizzazione del servizio.
Nel 2018, ricorda Beljulji, alla “Čistoća” erano stati approvati 1.397.200 kune (IVA esclusa) per l’introduzione di un moderno sistema a codici a barre destinato alla lettura automatica dei contenitori dei rifiuti direttamente dai camion di raccolta. Un investimento presentato all’epoca come un passo decisivo verso l’efficienza, la tracciabilità e la modernizzazione del servizio.
A distanza di anni, però, la realtà sul campo appare ben diversa. Al posto di sofisticati sistemi automatizzati installati sui mezzi, oggi i lavoratori svolgono le stesse operazioni con telefoni cellulari e scanner manuali, strumenti di gran lunga più economici e che, secondo Beljulji, “non hanno nulla a che vedere con quanto è stato effettivamente pagato”.
Da qui la domanda centrale, che il sindacalista pone in modo diretto: dove è finita la differenza di denaro?
Secondo le informazioni raccolte da Beljulji, non solo il sistema automatizzato non è mai entrato realmente in funzione, ma nel tempo avrebbe generato ulteriori costi sotto forma di riparazioni, adattamenti tecnici e licenze aggiuntive, arrivando addirittura a superare l’importo iniziale della gara pubblica. Il risultato finale, però, sarebbe paradossale: più soldi spesi, meno tecnologia utilizzata.
La palla alle istituzioni
“Per quasi un milione e mezzo di kune – sottolinea – non si acquistano certo una decina di smartphone e qualche lettore portatile. Se si è rinunciato al sistema automatizzato perché si è rivelato un ‘semilavorato’ inutilizzabile, allora qualcuno deve spiegare dove sia finito il resto del denaro e chi abbia firmato quelle decisioni”.
Nel suo intervento Beljulji richiama anche un aspetto spesso rimasto ai margini del dibattito: la sicurezza sul lavoro. I supporti con le telecamere e i dispositivi di lettura, installati sui camion, sarebbero stati collocati all’altezza della testa degli operatori, causando urti, infortuni e numerose segnalazioni.
Quei dispositivi, precisa, non sarebbero stati rimossi per una presa d’atto spontanea degli errori progettuali, ma solo dopo le proteste dei lavoratori, che avrebbero iniziato a denunciare infortuni e l’impossibilità di operare in condizioni sicure. “La salute delle persone è stata il prezzo pagato mentre il sistema continuava a inghiottire denaro pubblico”, accusa.
Beljulji dice di non voler più accettare spiegazioni vaghe o giustificazioni burocratiche. Né, tantomeno, argomentazioni tecniche ritenute pretestuose, come quelle che attribuirebbero i problemi del sistema alle condizioni meteorologiche locali. “Non mi interessano più racconti che servono solo a prendere tempo”, afferma. Ora, sostiene, la palla passa alle istituzioni. In particolare, chiede verifiche puntuali su tre aspetti fondamentali: la tracciabilità del denaro, per chiarire la differenza tra l’importo stanziato e le soluzioni effettivamente adottate; le responsabilità decisionali, soprattutto alla luce del fatto che sistemi simili erano già stati giudicati fallimentari in altre città; la tutela dei lavoratori, per accertare chi abbia approvato un progetto che ha comportato rischi concreti per la sicurezza.
Il messaggio conclusivo è netto: i cittadini di Fiume, ricorda Beljulji, non sono tenuti a finanziare esperimenti mal riusciti, né a rassegnarsi all’opacità nella gestione del denaro pubblico. “I soldi pubblici non svaniscono nella nebbia – conclude – qualcuno li ha autorizzati, qualcuno li ha spesi e qualcuno deve assumersene la responsabilità”.
Nuovo banco di prova
Dopo il “camion che tace”, anche il “barcode system” diventa così un nuovo banco di prova per la trasparenza della gestione municipale. E, ancora una volta, la domanda resta sospesa: chi risponderà davvero?
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