Fiume. Dai negozi… al web. Il Corso si spopola

Chiudono definitivamente i battenti due brand di moda

Il negozio H&M in centro città ha chiuso i battenti

Chiusura definitiva in centro città per due negozi ormai iconici e riconoscibili anche dagli acquirenti fiumani (per lo più i giovanissimi), l’H&M, marchio svedese di abbigliamento low cost e l’O bag, giovane azienda di Padova, tutta made in Italy ma dal respiro internazionale, attenta a valorizzare il proprio territorio, che dal 2009 realizza borse componibili in gomma, diventate un vero cult in tutto il mondo.

 

Tra i motivi, oltre all’emergenza pandemica, soprattutto cavilli amministrativi inerenti il prolungamento dei contratti di locazione in proprietà della Città o anche il nuovo, importante mercato dell’e-commerce che ha modificato moltissime delle nostre abitudini in fatto di acquisti.

Chiusure sentite, anche perché gli habitué dei due colossi della moda “alla mano”, come per gli ormai ben identificabili, ma più fortunati brand spagnoli Zara e Mango, non ne possono più fare a meno. Aziende amate, che hanno democratizzato e cambiato il concetto di moda, portato colore alla città, aprendo definitivamente le porte delle ultime tendenze anche a chi, prima, non poteva permetterselo. Ma cosa c’era prima? Come vestivano le fiumane? In che negozi entravano?

La chiusura dell’ italiano O bag

Il Nama, il Ri, il Korzo e il Varteks

Innanzitutto le abitudini all’acquisto erano diverse, si mirava a comprare capi che durassero, dai tessuti naturali: se non erano in pura lana vergine, in cotone naturale, in seta, in lino venivano ritenuti scadenti, di bassa qualità.

Il Corso brulicava di negozi di metraggi, custodi dell’antica arte del cucito, proponendo un’ampia selezione di stoffe al metro.

Non di rado si osservavano mamme in giro per botteghe che accompagnavano le figlie, in cerca di qualche scampolo da portare alla sarta o alla nonna, per realizzare un’idea, una piccola visione stilistica, un timido tentativo di emulare i modelli da passerella carpiti su qualche giornale di moda, o dalla popolarissima Burda, da abbinare con gli intramontabili jeans.

Gli anni ottanta e parte dei novanta, poi, sono stati ricchi di contraddizioni ed esagerazioni, anni in cui l’abbigliamento sia maschile che femminile era a dir poco eccentrico, ma divertente e spensierato. Nei pochi negozi sul Corso, tra cui lo storico Nama (fino a ieri H&M), i centri commerciali Ri e Korzo, o più tardi il Varteks, la scelta non era vasta, i colori si limitavano al grigio o al blu scuro, al marrone, al nero e gli abbinamenti si presentavano spesso assurdi, con stampe al limite del buon gusto, del kitsch.

I negozi dell’usato

Eppure c’è qualcosa di quegli anni che continua ad affascinare e tornare tra le mensole dei nostri armadi, soprattutto grazie alla riscoperta del vintage e del “thrift shopping”, ovvero dei negozi dell’usato e della filosofia del riciclo. Un boom che si declina al passato ma si legge al futuro e che sta democratizzando il piacere dell’essere alla moda anche nella nostra città, dove ce ne sono svariati.

Chiusure di spazi e memorie

Con la chiusura dei negozi H&M e O bag, la cui apertura aveva rallegrato tutti i fashion addicted, ma anche quelli meno interessati alla moda in sé (o, meglio dire, al trend del momento) e più propensi all’ecosostenibilità ed economicità dei prodotti, si viene a perdere il punto vendita fisico, quindi esperienziale, che mette in relazione acquirenti e commessi, persone e luoghi, passato e presente.

Un passato fatto di cappotti lunghi e scuri, pantaloni in velluto a coste (le famose “samterice”), scarpe scamosciate (le “sajmonke”), piumini rigorosamente in vera piuma d’oca, comprati tutti al Nama, in Ri o in Korzo, quindi spesso simili, se non uguali, a quelli del compagno di banco o del collega di lavoro.

Il presente e, ovviamente, anche e soprattutto il futuro sono ormai in mano ai negozi virtuali, dove “tutto” (inteso come le grandi possibilità di scelta) e “subito” (inteso come immediatezza della transizione) la fanno da padrone. Comodissimo, si, ma poco vissuto. I ricordi, come il Corso povero di colore e i negozi privi di fantasia di una Fiume che fu, non avranno più appigli.

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