Diciannove minuti di silenzio contro la violenza che uccide

Dinanzi allo «Zajc» l’azione di «SOS Fiume» per le 19 donne uccise nel 2025 in Croazia e per riportare il femminicidio fuori dall’anonimato dei numeri

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Diciannove minuti di silenzio contro la violenza che uccide
Foto Ivor Hreljanović

Diciannove minuti di raccoglimento, uno per ciascuna delle diciannove donne uccise in Croazia nel 2025: è questa l’iniziativa che si è svolta nel parco davanti al Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” di Fiume, organizzata dall’associazione “SOS Fiume” e a cui ha partecipato attivamente, tra gli altri, anche il presidente della Comunità degli Italiani di Palazzo Modello nonché consigliere cittadino per la CNI, Enea Dessardo. Si è trattato di un momento breve, pacifico e dignitoso, dedicato alla memoria delle donne ammazzate a livello nazionale, nel corso dell’anno appena trascorso. Durante quei diciannove minuti, operatrici, socie, volontarie, utenti e amiche dell’associazione hanno tenuto in mano cartelli con i dati essenziali delle vittime, per sottrarre i nomi all’anonimato e impedire che il fenomeno venga percepito come una semplice sequenza di numeri senza volto.

Il messaggio dell’azione è stato esplicito: nella maggior parte dei casi le donne sono state uccise da persone a loro vicine, all’interno di relazioni intime o familiari, dove la violenza tende a crescere lontano dallo sguardo pubblico. Le organizzatrici hanno richiamato anche una lettura dei casi che distingue gli omicidi dal femminicidio, inteso come uccisione legata a dinamiche di controllo e possesso, sottolineando come una quota rilevante dei delitti del 2025 ricada proprio nell’ambito del femminicidio di partner intimo, con un aumento molto marcato rispetto all’anno precedente. È stata evidenziata, inoltre, la ricorrenza di elementi che rendono questi delitti particolarmente brutali: l’uso di diversi strumenti di aggressione, la presenza di una violenza “eccedente” e, in vari casi, segnali di premeditazione. Un altro aspetto richiamato riguarda il luogo in cui avviene l’uccisione: spesso le quattro mura di casa, cioè lo spazio che dovrebbe rappresentare protezione e che invece diventa il teatro della violenza.
A margine dell’iniziativa, le rappresentanti di “SOS Fiume” hanno ribadito che ricordare le vittime non è soltanto un atto simbolico: significa anche chiamare le cose con il loro nome e pretendere risposte più efficaci sul piano della prevenzione e della protezione. È stato richiamato l’impatto che questi omicidi lasciano dietro di sé, in particolare sui figli e sulle famiglie, e la necessità di un sostegno concreto a chi resta, oltre all’urgenza di interventi capaci di fermare l’escalation prima che arrivi al punto di non ritorno. L’azione si è chiusa così come era iniziata: senza clamore, ma con un messaggio netto, riassunto nel titolo stesso dell’iniziativa, che trasforma il tempo in responsabilità collettiva. Anche un solo minuto, quando si parla di vite spezzate, è troppo.

O mia o di nessuno
Il dato che fa da sfondo all’iniziativa è però ancora più duro se letto nella prospettiva del femminicidio, inteso come uccisione di una donna in quanto donna, spesso all’interno di dinamiche di controllo, possesso e violenza che maturano in relazioni intime o familiari. Secondo le informazioni diffuse da “SOS Fiume” sulla base dei riscontri raccolti da Dunja Bonacci Skenderović, autrice dell’analisi “Ili moja ili ničija” (“O mia o di nessuno”), nel 2025 in Croazia sono state uccise 19 donne; 15 di questi casi vengono qualificati come femminicidi. I responsabili sarebbero 15 uomini. Dodici femminicidi rientrerebbero nella categoria del femminicidio di partner intimo: dieci commessi dal partner attuale (in sette casi il marito, in tre il compagno) e due legati a un ex marito, che avrebbe agito direttamente oppure avrebbe incaricato altri di farlo. Gli altri tre casi riguarderebbero un autore “vicino”, ma non partner: due figli e un cognato.
Dentro questi numeri emergono due elementi che colpiscono perché raccontano, insieme, un’accelerazione e una specificità. Il primo è l’aumento dei femminicidi di partner intimo: secondo la stessa ricostruzione, nel passaggio dal 2024 al 2025 i casi sarebbero raddoppiati, da sei a dodici, e il loro peso sul totale sarebbe salito fino a rappresentare circa quattro quinti dei femminicidi. Il secondo è la varietà dei mezzi e dei contesti: armi da fuoco, armi da taglio, violenza fisica “a mani nude”, corpi bruciati, uccisioni avvenute in casa o in spazi comunque prossimi alla quotidianità della vittima.
L’azione di Fiume nasce precisamente per evitare che questa varietà diventi un alibi narrativo (“casi diversi”, “storie isolate”) e per riportare il fenomeno a ciò che è: un’espressione estrema di violenza di genere.
La domanda che inevitabilmente accompagna ogni minuto di quel silenzio riguarda ciò che sta cambiando, e ciò che non sta cambiando, nel modo in cui lo Stato e le istituzioni leggono e contrastano questi delitti.
Dal punto di vista normativo, un passaggio importante c’è stato. Nel marzo 2024, con le modifiche al Codice penale pubblicate sulla Gazzetta ufficiale della Repubblica di Croazia (Narodne novine RH), è stata introdotta una nuova fattispecie ovvero “omicidio aggravato di una persona di sesso femminile”, comunemente indicata nel dibattito pubblico come femminicidio (articolo 111a del Codice penale croato), con una cornice sanzionatoria che prevede una pena minima di dieci anni o, nei casi più gravi, il carcere di lunga durata (ergastolo).

Riconoscimento politico e giuridico
Questa scelta legislativa viene spesso descritta come un riconoscimento politico e giuridico del fenomeno, ma non come una soluzione in sé. Un indicatore utile è l’attività giudiziaria iniziale: il Ministero competente ha segnalato che, dall’introduzione della nuova fattispecie e fino a settembre 2025, sarebbero state confermate sette incriminazioni, in sei casi per tentato femminicidio, con quattro sentenze già emesse (tre per tentato femminicidio). Numeri che mostrano l’avvio dell’applicazione concreta della norma, ma che evidenziano anche quanto sia lunga la strada tra l’innovazione normativa e un impatto reale sulla prevenzione.
Nel frattempo, l’agenda europea sta spingendo gli Stati membri verso un quadro più integrato. La Direttiva (UE) 2024/1385 sulla lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica, adottata nel maggio 2024, chiede misure che non si esauriscono nel penale: prevenzione, protezione, accesso ai servizi, formazione degli operatori, coordinamento tra istituzioni e raccolta di dati comparabili. È un punto cruciale, perché il femminicidio, di regola, non “nasce” il giorno dell’omicidio: cresce in un contesto fatto di segnali, escalation, denunce spesso difficili, risposte istituzionali non sempre tempestive e, soprattutto, rapporti di potere che si radicano nel quotidiano.
A rendere più evidente questa dimensione “domestica” sono anche gli studi prodotti dalle stesse istituzioni. Una ricerca del Ministero dell’Interno sulle uccisioni di donne nella Repubblica di Croazia tra il 2016 e il 2024 sottolinea, ad esempio, quanto frequentemente il delitto avvenga in spazi chiusi: oltre il 90% dei casi analizzati risulterebbe commesso in ambienti interni, cioè lontano da sguardi esterni e interventi immediati. Lo studio evidenzia, inoltre, un altro aspetto strutturale quando entrano in gioco le armi da fuoco: nei casi in cui l’omicidio è stato commesso con armi da fuoco, una quota molto elevata sarebbe riconducibile ad armi detenute illegalmente dall’autore. Elementi che spostano l’attenzione dalla sola “reazione dopo” alla necessità di leggere i fattori di rischio e di ridurre le condizioni materiali che rendono più letale la violenza.

Conteggio doloroso
Nel 2025 il tema è rimasto stabilmente nell’agenda pubblica anche a causa di un conteggio doloroso che, già prima della fine dell’anno, mostrava un bilancio pesante. In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, il Difensore civico per la parità di genere aveva richiamato l’attenzione sul numero di donne uccise dall’inizio del 2025 e sulla prevalenza dei casi legati a partner intimi, chiedendo cambiamenti “sistemici”. Quel richiamo, letto oggi alla luce del totale di fine anno indicato dagli attivisti, rende ancora più chiaro il nodo: le leggi sono necessarie, ma se non diventano capacità di intercettare prima, proteggere meglio e intervenire con continuità, il conteggio può continuare.
È qui che il senso dell’azione tenutasi l’altra sera nel capoluogo quarnerino supera la dimensione commemorativa. Diciannove minuti sono un gesto minimo, volutamente misurato, che parla ai media e alle istituzioni con una grammatica semplice: nomi, età, circostanze e un tempo breve che non consente di “abituarsi”. Ma è anche un modo per ribadire che la violenza di genere non è un tema episodico e che il femminicidio non è una somma di tragedie private: è un indicatore estremo di un problema sociale, sanitario e di sicurezza che richiede prevenzione, protezione, presa in carico e responsabilità. In questo senso, “Anche una sola (vita) è già troppo” non è soltanto un titolo: è una soglia etica, oltre la quale nessuna statistica dovrebbe mai diventare normalità.

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