Covid-19. C’è chi lotta per ogni singolo respiro

A colloquio con il coordinatore del Centro per la respirazione assistita, Josip Brusić

Ivana Forembacher e Josip Brusić

Il Centro per la respirazione assistita, che opera nell’ambito nel Centro clinico-ospedaliero di Fiume – istituito in primavera, al pianterreno della Clinica di neurologia, per far fronte ai ricoveri dei pazienti Covid più gravi –, ha accolto dall’inizio della pandemia complessivi 40 pazienti di tutte le età, che necessitavano dell’aiuto del respiratore. Sono persone che, combattendo contro il virus, hanno avuto bisogno del polmone artificiale per superare la fase più acuta e critica della malattia. Nonostante se ne parli costantemente e venga accentuata la pericolosità del Covid-19 una volta che l’infezione attacca i polmoni, in tanti ancora non credono all’esistenza della malattia. Il personale medico e paramedico che lavora a diretto contatto con i pazienti, soprattutto quelli più gravi, continua a porre l’accento sull’aggressività del virus e sul fatto che non bisogna assolutamente paragonarlo a un’influenza o a un raffreddore un po’ più acuto. Ce lo conferma l’anestesiologo Josip Brusić, coordinatore del Centro.
L’opinione pubblica è letteralmente bombardata da informazioni a non finire sul virus, che per certi versi porta molti a pensare che la pandemia in corso sia in realtà un complotto a livello globale e che non sia poi tanto grave come viene presentata. D’altra parte, nel vostro Centro vengono ricoverati i pazienti più gravi, che sicuramente non reputano il virus uno scherzo.

“Purtroppo chi arriva da noi è giunto alla fase più critica della malattia. Al momento abbiamo in cura 14 pazienti, di cui 13 attaccati al respiratore. Sono pazienti che vengono tenuti costantemente sotto controllo in quanto critici. Fortunatamente, grazie al sapere acquisito finora, siamo in grado di affrontare anche i casi più gravi nella speranza che quest’agonia finisca al più presto”.

Per quale motivo un paziente colpito da Covid viene accolto nel Centro per la respirazione assistita?
“Si tratta di pazienti che hanno subito determinate complicanze e che necessitano di cure intensive, ovvero persone con polmoniti causate da questo virus che colpisce in particolar modo le vie respiratorie. Per questo motivo, quando ci sono pazienti che dichiarano di aver superato la malattia senza alcuna conseguenza, questi possono reputarsi davvero fortunati. I più giovani, il cui sistema immunitario è più potente, possono addirittura non lamentare alcun sintomo pur essendo positivi. Però se ci sono persone il cui sistema immunitario risulta essere compromesso da altre patologie, soprattutto pregresse, esiste una reale possibilità che vengano colpiti da una polmonite acuta, che necessita di una ventilazione polmonare invasiva. Una volta arrivati a questa fase della malattia, è una lotta continua per ogni singola boccata d’aria. Un disagio terribile”.


I pazienti che non necessitano del polmone artificiale respirano da soli, ma hanno bisogno di cure continue?
“Sono pazienti che sono usciti dall’unità di cure intensive o che non necessitavano di respirazione assistita. Per loro è previsto l’uso della mascherine con un minimo d’ossigeno, e possono presto venir dimessi. Altri, invece, si trovano in reparto a seconda delle loro malattie primarie”.
Che cosa significa aver bisogno del respiratore? In che stato si trovano questi pazienti?
“Lo definirei estremamente critico. Sono pazienti che non riescono più a respirare autonomamente. Innanzitutto vengono sedati per poter venir intubati e sottoposti a ventilazione meccanica con un altissimo tasso d’ossigeno affinché tutti gli organi possano funzionare al meglio evitando allo stesso tempo di arrivare al decesso. Se tutto procede come previsto, dopo 5-6 giorni il paziente viene svegliato e, se riesce a respirare da solo, viene estubato e provvisto della maschera di Venturi, che non è invasiva”.

Visto che la persona rimane sedata per 5 giorni, come si sente al risveglio? Come reagisce il suo organismo?
“È una prassi usata da lunghi anni e l’intero iter è sotto rigido controllo. Dal lato del benessere e delle eventuali conseguenze, va detto che viene data la precedenza alla respirazione, poiché il corpo non può funzionare senza ossigeno. Tutti i medicinali da noi usati sono alla pari di quelli a livello mondiale. Ciascun paziente ha una terapia personalizzata”.

Il personale medico assiste a scenari a volte terribili, spesso a decessi. Che messaggio si sente di dare a tutti gli scettici?
“La cosa che maggiormente ci rattrista è quest’attitudine negativa nei confronti del personale medico. Non sappiamo che cosa ci porterà il domani. Siamo a contatto con il virus e con i pazienti da aprile, però nessun dipendente del Centro di respirazione assistita non è stato contagiato, grazie all’osservanza delle misure, sia in ospedale che all’esterno. Ciò significa che hanno un effetto e un perché e non sono difficili da rispettare. Si avvicina l’inverno, che ci costringerà a stare molto più tempo al chiuso. Sarà un periodo difficile e pieno di sfide, con ulteriore pressione sul personale medico. Cerchiamo di organizzarci al meglio, d’istruire nuove persone in quanto consapevoli del fatto che se qualcuno di noi finisce in autoisolamento il sistema crolla. Ognuno di noi ha le proprie responsabilità. Penso che attenersi alle misure epidemiologiche non sia poi tanto difficile”, ha concluso Brusić.

Un set di laringoscopi

Per far fronte alle necessità del Centro per la respirazione assistita, la ditta Adriatic Gate Container Terminal ha donato alcuni laringoscopi e palloni autoespandibili per adulti e bambini. Donazioni dal valore inestimabile, come precisato da Josip Brusić e dalla responsabile del reparto di Anestesiologia, Ivana Koraca Chinchella, che hanno voluto ringraziare l’azienda, in quanto si tratta di strumenti d’essenziale importanza. Ivana Forembacher, della Adriatic Gate Container Terminal, si è voluta complimentare con il personale medico e paramedico, tutto “eroi” in prima linea che salvano vite e che combattono ogni giorno per farci uscire da quest’incubo dal nome Covid-19.

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