Arco romano. Quando la memoria si copre di cemento

Tra polemiche e lunghi anni di attesa: come si è arrivati alla «devastazione» del più antico monumento di Fiume

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Arco romano. Quando la memoria si copre di cemento
Foto Roni Brmalj

C’è un paradosso che a Fiume ritorna con una regolarità talmente precisa da sembrare un algoritmo: ciò che davvero merita tutela, attenzione e rigore scientifico finisce trascurato, mentre ciò che ha scarso valore ottiene cure maniacali, iter burocratici infiniti, polemiche e difese incondizionate. L’ultimo caso, forse il più grave degli ultimi anni, riguarda l’Arco romano, il monumento più antico della città, l’unico sopravvissuto dell’antica Tarsatica tardoantica, simbolo fisico e indiscutibile delle radici urbane di Fiume.
Le immagini circolate in rete nel fine settimana mostrano una parte dell’Arco coperta da una superficie cementizia uniforme, liscia, estranea, che ne appiattisce la lettura e ne banalizza l’essenza. Le reazioni non si sono fatte attendere: cittadini, associazioni culturali, archeologi, storici dell’arte e persino esponenti dell’amministrazione municipale hanno espresso indignazione, sorpresa, incredulità. Liste, comunicati, post, interpellanze: tutti chiedono la stessa cosa: come e perché si è arrivati a questo risultato?

Valore identitario enorme
Insomma, dopo una serie di interventi frammentati, il risultato è sotto gli occhi di tutti: una parte dell’Arco romano appare “lisciata” da uno strato uniforme di cemento. Secondo la Lista per Fiume, ciò che sarebbe dovuto essere un intervento provvisorio di protezione della struttura, volto a impedire ulteriori crolli, si è trasformato nei fatti in una soluzione di fatto permanente, applicata in modo opaco e fuori da ogni logica estetica e scientifica. L’Arco romano è formalmente sotto la tutela del Ministero della Cultura e rientra in un progetto di conservazione elaborato dall’Istituto nazionale di restauro con la collaborazione del Dipartimento conservativo di Fiume. Eppure il risultato visibile oggi non sembra corrispondere alle premesse né ai metodi annunciati nel 2019, quando il restauro era stato presentato alla stampa locale come un intervento fondamentale per la sicurezza e la sopravvivenza del monumento.
Alto 5,8 metri e largo 3,65, l’Arco costituiva l’ingresso del Pretorio della Clausura Alpina, il sistema difensivo che nel III-IV secolo proteggeva l’area urbanizzata della Tarsatica e, allo stesso tempo, le rotte commerciali e militari che collegavano l’Impero. È uno dei rarissimi resti romani sopravvissuti in città: una presenza che, oltre al valore archeologico, incorpora un valore identitario enorme. È il punto in cui la Fiume medievale e moderna trova la sua radice più antica, la prova che qui – in questo spazio oggi soffocato da edifici, cavi, intonaci e traffico – esisteva una città già duemila anni fa.

Tutto iniziò nel 2019
Per comprendere l’attuale situazione bisogna tornare al 2019, quando l’Istituto di restauro avviò la pulitura e la messa in sicurezza del monumento, cosa che era stata accolta con sollievo e soddisfazione. Gli archeologi dell’Istituto di restauro, tra cui Josip Višnjić, avevano documentato uno stato di fragilità avanzata: microfratture, sfaldamenti, erosioni profonde, perdita di materiale lapideo. La prima fase aveva utilizzato metodi rigorosi: pulitura con acqua a pressione controllata, strumenti meccanici calibrati, interventi chimici localizzati, tecnologia laser per le parti più delicate. Erano state mappate con precisione millimetrica tutte le lesioni, con l’obiettivo di predisporre una futura stabilizzazione statica.
Poi, come spesso accade, tutto si è rallentato. Sono arrivati i terremoti di Zagabria e Petrinja, con la conseguente riallocazione dei fondi e delle priorità. La pandemia ha complicato ulteriormente la logistica. Il personale è cambiato. L’Istituto di restauro ha visto riduzioni, trasferimenti, sospensioni. I ponteggi sono rimasti, ma i lavori si sono fermati. Per cinque anni l’Arco è rimasto intrappolato in una struttura metallica, proprio accanto all’Ufficio conservativo e a pochi metri dal Municipio. Una sorta di allegoria perfetta del modo in cui Fiume gestisce il proprio patrimonio storico.

Un «rattoppo edilizio»?
Il dettaglio che ha aggravato ulteriormente la vicenda è il tempismo della “pubblicazione” dell’intervento: il cemento è apparso nel fine settimana, quando gli uffici cittadini e ministeriali erano chiusi e la città si preparava al weekend. Nessuna comunicazione preventiva, nessuna spiegazione tecnica, nessun incontro pubblico. Solo, improvvisamente, un nuovo volto dell’Arco romano, visibile a tutti e giustificato da nessuno.
Un silenzio che pesa più del cemento stesso, perché in materia di beni culturali la trasparenza non è una cortesia: è un dovere. Perché un intervento sul monumento più antico della città non può essere trattato come un banale rattoppo edilizio. A oggi, attendiamo ancora una dichiarazione ufficiale dal Ministero della Cultura, dalla direzione dell’Istituto di restauro e dalla stessa sindaca Iva Rinčić.

Opus caementicium… al contrario
Il fatto che l’unico monumento romano finisca ricoperto… di cemento rappresenta un paradosso che strappa un sorriso amaro. Se c’era un popolo che del cemento aveva fatto un’arte, erano proprio i Romani. Lo chiamavano opus caementicium: un materiale rivoluzionario, resistente, versatile, capace di sostenere cupole e acquedotti per millenni. Eppure, duemila anni dopo, utilizziamo un cemento che nulla ha a che vedere con l’ingegnosità romana… proprio sull’Arco romano. Un tributo involontario ai progenitori? O, più realisticamente, l’ennesima dimostrazione che la storia non insegna nulla a chi non la vuole ascoltare e quando ignorata, ritorna sotto forma di caricatura.
La vicenda dell’Arco romano è la cronaca di una lunga attesa e di una mancanza di vigilanza. Per anni il monumento è rimasto avvolto in una gabbia di tubi metallici per proteggerlo dalle sue stesse fragilità. Poi sono arrivati i terremoti di Zagabria e Petrinja, le emergenze, la riallocazione dei fondi. I lavori si sono fermati, i ponteggi no. La tutela della memoria, evidentemente, è un concetto più facile da proclamare che da esercitare.

Tante domande…
Ora, dopo un intervento definito “temporaneo”, l’Arco romano appare come un compromesso mal riuscito: un’opera che non valorizza la pietra antica, non la interpreta, non la protegge e non la racconta. Semplicemente la copre.
Il vicesindaco Vedran Vivoda, storico di formazione, ha espresso pubblicamente indignazione e perplessità. “L’Arco romano è il cuore dell’identità urbana di Fiume”, ha dichiarato, chiedendo spiegazioni formali. E ha aggiunto una considerazione difficile da confutare: Fiume spesso tutela con zelo strutture di scarso valore, mentre non riesce a proteggere ciò che rende unica la sua storia.
Anche la Lista per Fiume chiede responsabilità, accountability, un termine che da noi sembra appartenere più al vocabolario delle buone intenzioni che alla prassi amministrativa. In attesa delle reazioni ufficiali della sindaca Iva Rinčić e del Ministero della Cultura, andrebbero accertate le responsabilità rispondendo ad alcune domande: chi ha autorizzato l’uso del cemento come soluzione visibile? Tale intervento era previsto dalla documentazione tecnica? Perché non è stata informata la cittadinanza? È possibile rimuovere il materiale senza ulteriori danni? Finora, il silenzio è stato il rumore più assordante della vicenda.

Un ponte simbolico
Un monumento più antico della città stessa rischia oggi di perdere la propria identità. L’Arco romano non è solo un reperto: è ciò che rimane della Tarsatica, la prova fisica delle radici urbane di Fiume. La sua tutela è un dovere civile e culturale. Condividiamo l’opinione di Vivoda: Fiume merita di meglio. E merita che ciò che è più antico venga trattato con il massimo rispetto.
L’Arco romano ha superato secoli di instabilità politica, guerre, ricostruzioni selvagge, trasformazioni urbane. Ha resistito a tutto, salvo forse alla superficialità dei nostri anni. Perché un monumento non vive solo di pietra: vive del rapporto che una comunità decide di avere con la propria memoria. E questo rapporto, oggi, appare segnato da disattenzione, scarsa vigilanza e un approccio incoerente alla tutela del patrimonio. Quello romano, per la città, non è soltanto un arco: è un ponte simbolico tra la Tarsatica e la Fiume moderna.

I Romani costruivano per l’eternità…
Il nostro auspicio – e quello espresso da molti – è che si possa ancora intervenire per rimediare. Restituire all’Arco la sua materia, la sua forma, la sua storia. Far sì che ciò che è temporaneo smetta di diventare permanente. E soprattutto, restituire ai cittadini il diritto di sapere, vedere, capire. Perché i Romani costruivano per l’eternità. Noi, troppo spesso, costruiamo per la scadenza del prossimo appalto. E questo – più del cemento – è il vero problema culturale di questa città.

Foto Roni Brmalj

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