Ante Škrobonja: «Historia (est) magistra vitae»

Il vincitore del Premio Opera omnia è un personaggio poliedrico. Medico, docente universitario, artista, fotografo. Una figura d'altri tempi cha ha dato tanto alla sua città

Anton Škrobonja. Foto Ivor Hreljanović

A un certo punto la voce ha un po’ tremato. Complice anche un po’ di raucedine. E pensare che lui è una persona spigliata, disinvolta, con una parlantina molto sciolta. Alla fine però, mentre sul palco del TNC “Ivan de Zajc” leggeva il proprio discorso di ringraziamento per l’assegnazione del Premio Opera omnia, l’emozione l’ha un po’ tradito. Comprensibile. Non è abituato a parlare davanti a certi palcoscenici. Anzi, le luci dei riflettori e gli obiettivi dei fotografi non fanno per lui. Il passaggio più sentito del suo discorso è stato il ringraziamento alla famiglia: alla moglie Anica, ai figli Tatjana e Ante e ai suoi quattro nipotini Roko, Lora, Ivan e Fran. Che adora.
Medico, docente universitario, artista, fotografo. Ante Škrobonja è difficile da inquadrare. E da definire. Andando a scorrere la sua biografia, lo è ancora di più. Insomma, un personaggio poliedrico. Nato a Sušak nel 1944, dopo la laurea in Medicina inizia a lavorare presso un ambulatorio a Vipacco (Slovenia), per poi proseguire la carriera di medico alla Casa di salute di Fiume. Nel 1984 inizia a insegnare alla Facoltà di Medicina, dove rimarrà per 25 anni. Membro della Croce rossa per 60 anni, è stato uno degli ideatori, nonché il primo presidente dell’Unità “Dott. Ante Švalba”, che si è portata a casa la Targa d’oro. Nel passaggio dalle elementari alle medie superiori, inizia a farsi largo in lui l’interesse verso la fotografia. Nel 1961 è tra i fondatori della rock band “Uragani” (anche se non vi ha mai suonato). Una passione, quella per la fotografia rock, che nel corso della carriera lo porta a partecipare a circa 200 mostre nazionali e internazionali, oltre ad allestirne autonomamente 16 in Croazia, Slovenia e Serbia. E ci fermiamo qui.
Prof. Škrobonja, partiamo dalla serata della consegna dei premi: com’è andata?
“È stata una cerimonia magnifica, molto ben organizzata. Peccato soltanto per il teatro mezzo vuoto (causa le misure anti-Covid, nda), ma pazienza. Devo ammettere che il Presidente Milanović mi ha molto sorpreso. Ha fatto un bel discorso, senza copione, molto chiaro e fluido. Onestamente, non ricordo l’ultima volta in cui ho sentito un politico parlare così”.
A perorare il suo nome per il Premio Opera omnia sono stati Velid Đekić, la sezione cittadina della Croce rossa e la Società croata di storia della cultura sanitaria. Loro le avevano già anticipato questa cosa o è stata piuttosto una sorpresa?
“No, nessuna sorpresa. Mi avevano accennato questa possibilità e poi ne abbiamo parlato insieme. Io ero d’accordo e poi loro hanno fatto il resto”.
Ha insegnato all’Università per 25 anni. Di norma, i docenti sono concordi sul fatto che trasferire il sapere agli studenti è un qualcosa di impagabile. È stato così anche per lei?
“Assolutamente. Ho avuto la fortuna di essere riuscito a creare un gruppo di studenti con i quali ho lavorato assieme. Ricordo ad esempio un corso facoltativo, Medicina del territorio, nell’ambito del quale andavamo a studiare direttamente sul campo. Ci si recava in determinati luoghi alla ricerca di tracce e testimonianze della medicina di una volta, tipo nelle chiese o nel Viale glaglolitico in Istria, ma si andava anche sull’isola di Veglia, ecc. Spesso poi in questi gruppi c’erano 4 o 5 studenti con l’hobby per la musica e quindi si suonava, cantava, ma anche studiavano i legami tra la musica e la medicina. Era davvero un periodo bellissimo”.
Per 50 anni ha organizzato raduni di studiosi di storia della medicina. Perché questa disciplina è così importante?
“Historia (est) magistra vitae (letteralmente: La storia (è) maestra di vita, nda). Serve altro? Un medico deve conoscere ciò che chi l’ha preceduto ha fatto, quali esperienze ha maturato e cos’ha immaginato. La storia non è fine a sé stessa. Lo storico non vive nel passato, ma nel futuro. Può sembrare paradossale, ma è così. Conoscere la storia serve inoltre anche per evitare di ripetere gli errori del passato”.
È membro della Croce rossa cittadina da quasi 60 anni. Quando, come e perché si è avvicinato a questo mondo?
“Già in prima elementare mi avevano iscritto nella Gioventù della Croce rossa. Poi in settima e ottava classe venivano organizzati corsi di pronto soccorso e così è partito tutto. Agli inizi degli anni ‘60 veniva promossa con inistenza la cultura sanitaria e venivano organizzati raduni degli studenti di praticamente tutte le medie superiori della città, che da lì a poco portò alla fondazione dell’Unità Dott. Ante Švalba, di cui sono stato il primo presidente. Poco dopo avevo organizzato la prima donazione di sangue in una scuola media superiore a Fiume, e poi feci altrettanto all’Università. Vedere inoltre il presidente dell’Unità ritirare la Targa d’oro mi ha fatto un enorme piacere”.
Quante volte è stato donatore?
“In realtà non più di 25. Dato che il mio gruppo sanguigno è molto raro, si preferiva tenermi da parte per essere chiamato esclusivamente in caso di necessità”.
Arriviamo ora a un altro suo grande amore: la fotografia rock. Nel 1961 è stato tra i fondatori della rock band “Uragani”. Quale significato ha per lei questo genere?
“È uno stile di vita. È moda, musica, poesia. E poi ancora un nuovo modo di pensare. Nella monografia che ho pubblicato di recente ci sono 220 foto relative agli Uragani, ma nel mio archivio ne ho centinaia di altre con tantissime band che all’epoca si erano esibite a Fiume. Vogliamo poi parlare del ‘Kino Partizan’? Checché se ne dica oggi, lì ci veniva gente del calibro di Mina, Domenico Modugno, Tony Dallara, Peppino di Capri… Oggi è impensabile. Erano altri tempi. Ma Fiume era avanti. Di recente una tv tedesca ha realizzato un servizio sul passato della città. Sono rimasti estasiati dai graffiti, dal porto, dal patrimonio industriale. Nell’occasione, io e Velid (Đekić, nda) eravamo stati chiamati per illustrare il passato rock della città. Li avevamo portati sulla nave ‘Marina’ per vedere esibirsi l’associazione LP Rock, che ancor’oggi riesce a richiamare un centinaio di persone over 60 e 70 che ballano, cantano e si divertono. E poi ancora nell’ex club ‘Husar’, dove si ballava sulla musica dei dischi di vinile. Sapete come si facevano gli spettacoli di luce? C’erano due lampadine, una colorata di rosso e l’altra di blu. Ebbene, si svitavano a vicenda e il light show era servito. Inoltre, ci sono ancora oggi due ventilatori perfettamente funzionanti che non erano altro che gli scarti della fabbrica ‘Svjetlost’ di Scoglietto, che produceva i motori per le navi. La troupe era rimasta molto colpita. Erano anni in cui i giovani erano pieni di entusiasmo e con poco si riusciva a fare tanto”.
Tra le varie mostre che ha allestito, c’è una alla quale è particolarmente legato?
“Difficile sceglierne una. Ricordo con piacere la prima a Vipacco, una grande a Fiume nel Piccolo salone, una sugli Uragani nella Filodrammatica. Ho esposto i miei lavori anche a Lubiana, Novi Sad, Zagabria, Osijek… Diciamo che sono legate un po’ a tutte. Attualmente ne sto preparando altre due, una sul rock moderno e l’altra sui panorami della città”.
Guardandosi indietro, ha qualche rimpianto?
“Non rimpiango nulla. Sì, ho subito torti e avuto malintesi in campo professionale, ma questo è normale e vale un po’ per tutti. Quando arrivi a una certa età, inizi a pensare se magari potevi fare di più, ma alla fine il passato non lo puoi cambiare ed è inutile star lì a rimuginare”.
Ora che è in pensione di che cosa si occupa?
“Scrivo. Ho già pubblicato dei libri e ne sto scrivendo altri due. E come ho già detto prima, sto preparando due mostre. Le idee di certo non mi mancano”.

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