Anna Superina: ««Fiume è cambiata, ma rimane unica»

Classe 1926, esule fiumana dal 1947, racconta la sua storia

Anna Superina sul balcone di Palazzo Modello. Foto Željko Jerneić

Anna Superina è un’arzilla signora, classe 1926, nata a Fiume e precisamente nel rione di Cosala, in una famiglia numerosa formata dai genitori e da cinque fratelli. Nel febbraio del 1947, con uno dei suoi fratelli decide di lasciare la sua città e d’intraprendere la strada dell’esodo. Da allora vive a Genova, precisamente a Bogliasco. In questi giorni soggiorna a Fiume, che visita regolarmente, assieme al cugino Claudio Malinarich e alla consorte Gabriella Ghiotto. L’abbiamo incontrata per una piacevole chiacchierata a Palazzo Modello, negli ambienti della Comunità degli Italiani.
Come le sembra Fiume rispetto a quando l’ha lasciata da piccola?
“È cambiata molto, sopratutto negli ultimi anni. Ci sono tornata per la prima volta nel 1966, appena riaperti i confini. Allora era ancora la Fiume che avevo lasciato, a parte il rione di Torretta dove si stavano costruendo i grattacieli. Ora invece non mi sembra più la stessa città, ma ci torno volentieri perché qui sono incatenati tutti i miei ricordi”.
Com’è stata la sua infanzia e gioventù?
“È stata bella. Sono nata a Cosala, nell’allora via Ludovico Ariosto. Al pianterreno della nostra casa c’era la trattoria Alle rose. L’edificio esiste tuttora. Mia mamma Maria Malinarich, durante la guerra, era l’unica donna che guidava il tram a Fiume e ha anche insegnato questo mestiere a molti giovani. Nell’azienda aveva conosciuto mio padre. I nostri vicini erano una famiglia di ebrei, persone per bene e molto care. Mi ricordo che un giorno è arrivato un camioncino con i soldati tedeschi. Sono entrati in casa e hanno sequestrato tutta la famiglia. Non li ho rivisti mai più. Ancora adesso mi passano i brividi a pensarci. Ho terminato la scuola d’avviamento professionale e quella commerciale, mentre ho frequentato l’elementare di piazza Cambieri. All’epoca la vita a Fiume era molto dinamica. Si andava a ballare nella Sala bianca, al cinema, a teatro, dove ho ascoltato Beniamino Gigli. Per due anni ho lavorato nel Comune, poi nel 1945 sono stata licenziata, ma ho trovato un altro lavoro. Siccome si trattava di un impiego statale, quando sono partita per l’Italia, sono andata a Roma. In prefettura mi fu assegnato il trasferimento a Genova, ovvero nel comune di Bogliasco-Pieve, dove ho lavorato fino al pensionamento, nel 1977. Devo dire che, come profuga mi sono stati riconosciuti sette anni di lavoro. La mia famiglia al completo si è trasferita a Genova e dintorni nel giugno del 1947. Un fratello, invece, ha vissuto a Novara. Io non mi sono mai sposata, ma ho 12 nipoti e 12 pronipoti: siamo una famiglia numerosa e rumorosa”.
Che cosa ricorda delle prime volte quand’è tornata a Fiume?
“Beh, all’inizio nessuno parlava italiano, oppure facevano finta di non capirlo. Poi, con il passare degli anni, le cose sono un po’ cambiate. Mi piace venire qui ogni tanto. A casa mia ho tanti ricordi. Sono riuscita a conservare tutte le figurine del mio presepio e anche qualche pallina per l’albero di Natale che avevo acquistato qui da giovane. Che dire, Fiume rimarrà per sempre nel mio cuore, anche se c’ho vissuto pochissimo. A Genova ci sono tantissimi fiumani, è una città che ci ha accolti calorosamente quando siamo arrivati come esuli, ma venire a Fiume mi riempie il cuore”.

Facebook Commenti