Ana Juračić La donna che «sussurra» agli uragani

La scorsa estate la ricercatrice originaria di Mattuglie era volata in Costarica per partecipare al progetto OTREC, incentrato sullo studio di uno dei fenomeni più violenti sulla Terra

Ana Juračić nell’“aereo meteorologico”

Nel nostro immaginario collettivo i tropici sono considerati un paradiso terrestre. Sia per le incantevoli spiagge e il mare cristallino, che per la loro ricchissima biodiversità animale e vegetale. Eppure, queste zone possono trasformarsi in un inferno se colpite da uno dei fenomeni più violenti sulla faccia della Terra: gli uragani. Eventi affascinanti e devastanti al tempo stesso, davanti ai quali è difficile restare indifferenti, indipendentemente se la sensazione provata sia paura o ammirazione. Ma è proprio la seconda a spingere alcuni a dar loro la caccia. Sono i cosiddetti cacciatori di uragani, gli hurricane hunters, per dirla all’americana. Se pensate si tratti di sprovveduti intenti a filmare la forza della natura per poi caricarla su YouTube o sui social nella speranza di racimolare qualche like vi sbagliate di grosso. Per carità, qualcuno ci sarà pure, ma i veri hurricane hunters sono scienziati e ricercatori che a bordo di appositi aerei studiano da vicino questi “mostri”, riportando a terra preziose informazioni sulla loro natura. E anche noi nel nostro piccolo possiamo vantare un cacciatore di uragani, anzi, una cacciatrice. Ana Juračić, giovane ricercatrice originaria di Mattuglie, con in tasca nientemeno che un Dottorato in Fisica conseguito al New Mexico Tech, è una grande appassionata di meteorologia che quest’estate è riuscita a coronare un sogno: prendere parte alla caccia.
Determinate condizioni
“Gli uragani sono l’ultimo stadio dei cicloni tropicali, ossia quando la velocità del vento al loro interno supera i 119 chilometri orari – ci spiega Ana, la quale ha condiviso la sua esperienza in un incontro tenutosi di recente nel centro interpretativo MOHO a Volosca –. Generalmente si formano nel periodo estivo-autunnale in tutta la fascia tropicale, vicino all’equatore. Ad esempio quelli atlantici si formano sul continente africano, dove peraltro hanno origine molte perturbazioni, ma solo alcune evolvono in uragani. In questo caso devono verificarsi determinate condizioni. La prima e fondamentale è la temperatura della superficie dell’oceano che non deve essere inferiore a 26 gradi dopodiché, se all’interno della perturbazione la pressione è molto bassa e i venti iniziano a spirare con un andamento a spirale, allora si forma la cosiddetta depressione tropicale. Se questi raggiungono poi i 60 chilometri orari, si formano le tempeste tropicali, quelle che portano nomi di persona come Katrina, Dorian o Harvey. Infine, se imprimono ancora più forza, allora ecco che si generano gli uragani. Anche loro vengono classificati in base alla velocità del vento e sono suddivisi in cinque categorie. Dalla terza in su hanno il loro caratteristico occhio”.
«Aereo meteorologico»
Lo scorso agosto Ana è volata in Costarica dove ha preso parte al progetto OTREC, incentrato proprio sullo studio di questi fenomeni.
“In realtà lavoro nel settore IT e mi occupo di tutt’altro – precisa –, ma quando alcuni colleghi con cui avevo collaborato ai tempi del Dottorato mi avevano proposto di unirmi al loro team, mi sono presa qualche settimana di ferie e acquistato un biglietto per la Costarica. Lì abbiamo lanciato palloni sonda, effettuato rilevazioni in una zona del Pacifico in cui spesso hanno origine tempeste tropicali e uragani, e inviato dati in tempo reale al Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (ECMWF) e al Sistema di previsione globale americano (GFS). L’obiettivo era recuperare quante più informazioni sulla loro formazione. Sono stata anche su un aereo impiegato proprio per volare nel bel mezzo degli uragani e a bordo del quale è montato un vero e proprio laboratorio meteorologico. È stata davvero una bellissima esperienza. Incontri ravvicinati con gli uragani? Purtroppo non ne abbiamo avuti. Un po’ perché in quel periodo non si erano sviluppati e un po’ perché il nostro focus era incentrato sullo studio della fase che precede la loro formazione”.
Il temutissimo Medicane
In Europa gli uragani sono un fenomeno molto raro. Tuttavia, negli ultimi anni alcuni hanno raggiunto le isole britanniche, mentre alla fine di settembre 2018 tra la Grecia e l’Italia meridionale si era formato il temutissimo Medicane (crasi di Mediterranean Hurricane), definito come il primo uragano della storia del Mediterraneo.
“Il Medicane ha sì delle caratteristiche molto simili, ma non è un uragano vero e proprio. Un uragano trae la propria forza da grandi distese d’acqua come gli oceani, mentre il bacino del Mediterraneo è troppo piccolo per poterlo alimentare. In seguito ai cambiamenti climatici le perturbazioni in questa parte del continente europeo stanno diventando sempre più violente, ma anche così è altamente improbabile la formazione di uragani. Viceversa, negli ultimi tre anni ben due uragani avevano investito il Regno Unito e l’Irlanda, tra cui Ofelia (ottobre 2017, nda) che fu abbastanza violento. Ciò è verosimilmente dovuto all’eccessivo riscaldamento dell’Atlantico che di fatto alimenta la loro forza. Pertanto, in futuro è molto probabile che gli uragani in quelle zone saranno più frequenti”, ha concluso Ana Juračić.

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