Abdon Pamich, il campione che non ha mai lasciato Fiume

La Targa d’oro conferita dalla Città è il riconoscimento a una leggenda dello sport mondiale, ma soprattutto a un uomo che, dopo l’esodo, ha continuato a portare con sé la propria terra natale

297
0
Abdon Pamich, il campione che non ha mai lasciato Fiume
La sindaca Iva Rinčić, Abdon Pamich e il presidente del Consiglio cittadino, Robert Kurelić, alla consegna del premio (foto: Željko Jerneić)

Ci sono riconoscimenti che premiano una carriera e altri che restituiscono un’appartenenza. La Targa d’oro – Stemma della Città di Fiume conferita quest’anno ad Abdon Pamich appartiene a questa seconda categoria. Non celebra soltanto il campione olimpico, il due volte campione europeo e uno dei più grandi marciatori della storia dell’atletica italiana, ma rende omaggio al ragazzo nato a Fiume il 3 ottobre 1933 che, costretto ad abbandonare la propria città nel dopoguerra, non ha mai smesso di sentirla casa.

La Targa, assegnata dal Consiglio cittadino il 21 maggio e consegnata il 15 giugno durante la seduta solenne per la festa di San Vito, è uno dei più prestigiosi riconoscimenti civici fiumani. Nel caso di Pamich rappresenta molto più di una semplice onorificenza: è il simbolico abbraccio tra la città e uno dei suoi figli più illustri.
Per Pamich, Fiume non è mai stata soltanto un ricordo da custodire nella memoria. È rimasta una presenza costante nella sua vita, nelle sue parole, nei suoi ritorni e nell’impegno profuso per mantenere viva la storia della comunità degli esuli giuliano-dalmati. Anche dopo aver costruito altrove la propria esistenza, ha continuato a presentarsi con orgoglio come fiumano e a tornare regolarmente nella città natale.
La sua idea di Fiume, del resto, non è mai stata quella di una città chiusa dentro una sola appartenenza nazionale. “Eravamo tutti fiumani”, ha scritto ricordando una comunità nella quale convivevano origini, lingue e tradizioni diverse. Una città multiculturale, ma unita da un’identità comune che precedeva le divisioni imposte dalla storia.

La storia irrompe nella vita
L’infanzia di Abdon Pamich si intreccia con una delle pagine più dolorose della storia del novecento. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale e il passaggio di Fiume alla Jugoslavia, la famiglia Pamich, come molte altre famiglie italiane, si trovò davanti a una scelta drammatica. Il padre Giovanni aveva già lasciato la città, mentre la madre era rimasta con i figli. Abdon ricorda quegli anni con parole nette: la sua famiglia non era fascista e tra i parenti materni vi erano anche antifascisti, ma ciò non impedì che fossero sottoposti a pressioni. “Eravamo sotto pressione in quanto italiani”, ha raccontato.
Il 23 settembre 1947, dieci giorni prima di compiere quattordici anni, Abdon lasciò clandestinamente Fiume insieme al fratello maggiore Giovanni. La decisione fu comunicata alla madre soltanto quella sera, con una frase pronunciata nel dialetto della città e rimasta impressa nella sua memoria: “Mama, noi andemo via”. I due ragazzi uscirono di casa così com’erano, in maglietta e pantaloncini corti, con pochi soldi in tasca. Salirono su un treno diretti verso il confine, ma finirono per errore sul troncone che tornava a Fiume. Quando se ne accorsero scesero alla prima fermata e corsero per chilometri lungo i binari, esposti al rischio di essere scoperti o colpiti dalle guardie.
Riuscirono infine a confondersi con un gruppo di italiani in viaggio verso Trieste. Una coppia intuì la loro situazione e finse che fossero i propri figli, permettendo loro di superare i controlli. Era l’inizio di una nuova esistenza, costruita fra sacrifici, precarietà e la necessità di ricominciare da zero. Pamich ha raccontato più volte quegli anni senza indulgere nel vittimismo. Si è sempre definito un esule, ma nello sport trovò progressivamente un ambiente nel quale essere giudicato per ciò che sapeva fare, non soltanto per la propria provenienza.

Foto: Roni Brmalj

La scoperta della marcia
Da ragazzo il suo primo amore era il pugilato. Lo zio Cesare, tecnico e organizzatore di boxe, lo aveva avvicinato a quella disciplina, e Pamich non ha mai nascosto quale sarebbe potuto essere il suo destino: “Fossi rimasto a Fiume con molta probabilità sarei diventato un pugile”. La marcia arrivò quasi per caso, seguendo il fratello che aveva cominciato a praticarla. Durante una gara Abdon chiese di poter correre anche lui e gli fu proposto di provare quella specialità. Non era lo sport che aveva immaginato per sé, ma divenne presto la valvola di sfogo di cui aveva bisogno.
La fatica, del resto, gli era già familiare. Con il fratello era abituato a lunghe escursioni in montagna, talvolta protratte per molte ore. Dopo la guerra, la fuga e i campi profughi, avrebbe spiegato, “la fatica era davvero l’ultima cosa che poteva spaventarci”.
Nell’aprile del 1952 esordì nella fase provinciale del Gran Premio Donato Pavesi. Da quel momento la crescita fu rapidissima. Allenato da Giuseppe Malaspina, entrò nella nazionale italiana e iniziò una carriera destinata a protrarsi per oltre due decenni, dall’esordio del 1952 all’ultima gara disputata nel 1975.
Pamich non era soltanto un atleta resistente. Affrontava l’allenamento con metodo, studiava il proprio corpo e imparava a distribuire lo sforzo lungo distanze capaci di mettere alla prova non solo i muscoli, ma anche la concentrazione e la volontà. Nella marcia trovò una disciplina adatta al suo carattere: tecnica, severa, solitaria e fondata sulla capacità di continuare quando la fatica suggerirebbe di fermarsi.

Il campione da battere
Tra la fine degli anni Cinquanta e la prima metà degli anni Settanta il marciatore fiumano fu uno dei protagonisti assoluti della scena internazionale. Partecipò a cinque Olimpiadi consecutive, da Melbourne 1956 a Monaco 1972, conquistando il bronzo nella 50 chilometri ai Giochi di Roma del 1960, l’oro dei Giochi di Tokyo del 1964, e imponendosi due volte ai Campionati europei, a Belgrado nel 1962 e a Budapest nel 1966.
Il 19 novembre 1961 stabilì allo Stadio Olimpico di Roma il primato mondiale dei 50.000 metri di marcia in pista, percorrendo 125 giri in 4 ore, 14 minuti e 2 secondi. In carriera ottenne inoltre tre vittorie ai Giochi del Mediterraneo e quaranta titoli italiani, costruendo un palmarès che ancora oggi lo colloca tra i più grandi marciatori della storia azzurra. Eppure Pamich non ha mai raccontato la propria carriera come una successione lineare di trionfi. Ha ricordato anche gli errori, le occasioni perdute e le gare nelle quali avrebbe potuto ottenere di più: il quarto posto di Melbourne, dopo una preparazione troppo pesante, e il bronzo di Roma, arrivato al termine di una prova condotta con eccessiva prudenza.

Tokyo, la gara perfetta
L’impresa destinata a consegnarlo definitivamente alla storia arrivò il 18 ottobre 1964. Sotto la pioggia di Tokyo, Pamich affrontò la 50 chilometri da favorito. A contrastarlo fu soprattutto il britannico Paul Nihill, capace di restargli vicino per quasi tutta la gara. A poco più di dieci chilometri dal traguardo, tuttavia, il marciatore fiumano fu colto da una violenta crisi intestinale provocata da un tè freddo bevuto durante un rifornimento. Fu costretto a fermarsi per alcuni istanti, coperto alla meglio dagli addetti presenti lungo il percorso. Nihill ne approfittò per prendere il comando e la vittoria sembrò improvvisamente compromessa.
Pamich ripartì. In appena due chilometri recuperò il britannico, lo raggiunse e lo superò. Anni più tardi avrebbe raccontato quel momento come un dialogo silenzioso con il rivale: “Non c’era rabbia”, soltanto la sensazione di potergli dire “questa volta ti ho acchiappato”. Entrò nello stadio e tagliò il traguardo in 4 ore, 11 minuti e 12 secondi, nuovo record olimpico, precedendo Nihill di meno di diciannove secondi. Nell’istante finale avvertì un singhiozzo improvviso: “Freddo, emozione. Chissà”.
Otto anni più tardi, ai Giochi di Monaco, gli venne affidato l’onore di portare il tricolore durante la cerimonia inaugurale, riconoscimento riservato agli atleti capaci di rappresentare non soltanto i risultati, ma anche i valori dello sport nazionale.

Foto d’epoca

L’uomo oltre il campione
Terminata la carriera agonistica, Pamich non ha mai lasciato lo sport. Laureatosi in Psicologia e Sociologia, lavorò come allenatore di marcia, responsabile della preparazione atletica e psicologo della nazionale italiana di pallamano, mettendo la propria esperienza al servizio di altri atleti. Anche in questo campo mantenne un’impostazione concreta. “Uno psicologo non ruba il lavoro all’allenatore”, spiegava: il suo compito era aiutare gli atleti a risolvere i problemi e a esprimersi con maggiore serenità.
Parallelamente è diventato una delle voci più riconoscibili nel racconto dell’esodo giuliano-dalmata. Attraverso incontri pubblici, testimonianze nelle scuole e l’autobiografia Memorie di un marciatore, pubblicata nel 2016, ha continuato a trasmettere la propria esperienza alle nuove generazioni.
Il suo obiettivo, ha spiegato, è conservare una “memoria storica senza ideologismi e nazionalismi”. Non una memoria utilizzata per alimentare contrapposizioni, ma uno strumento di conoscenza. “Noi rivendichiamo la cultura italiana, non l’italianità”, ha scritto parlando della storia di Fiume e del diritto degli esuli e dei rimasti a vedere riconosciuto il contributo italiano alla vita della città. La sua vicenda è stata fatta conoscere anche al grande pubblico dal film televisivo Il Marciatore – La vera storia di Abdon Pamich, trasmesso su Rai 1 il 10 febbraio 2026, in occasione del Giorno del Ricordo.

Fiume come partenza e arrivo
Molti campioni finiscono per identificarsi con le città nelle quali hanno costruito la propria carriera. Pamich, invece, ha sempre continuato a definirsi fiumano. Quando, dopo decenni, è tornato a visitare i luoghi dell’infanzia, ha ritrovato una città profondamente cambiata, ma ancora capace di evocare ricordi vivissimi. Non ha mai nascosto il dolore dell’esodo, ma non ha neppure permesso che quel dolore cancellasse l’affetto per la propria terra natale.
“Per non dimenticare”: è con questa espressione semplice che ha riassunto il senso della propria testimonianza. Ricordare la fuga, i profughi e le difficoltà dell’arrivo in Italia, ma anche ricordare la presenza degli italiani rimasti in Istria, a Fiume e in Dalmazia e la storia plurale delle terre dell’Adriatico orientale.
Per questo la Targa d’oro ricevuta dalla Città di Fiume assume un significato particolare. Non è soltanto il riconoscimento tributato a un campione olimpico. È il saluto riconoscente della città a un uomo che, pur avendo attraversato confini, campi profughi, stadi e continenti, non ha mai reciso il filo che lo univa alle proprie radici.
Pamich, d’altra parte, non sembra considerare la propria storia conclusa. Anche superati i novant’anni ha continuato a parlare del futuro, degli impegni e dei progetti ancora da realizzare: “Voglio pensare al domani”, ha detto, rifiutando l’idea di restare seduto ad attendere passivamente ciò che verrà.

Tutti i diritti riservati. La riproduzione, anche parziale, è possibile soltanto dietro autorizzazione dell’editore.

L’utente, previa registrazione, avrà la possibilità di commentare i contenuti proposti sul sito dell’Editore, ma dovrà farlo usando un linguaggio rispettoso della persona e del diritto alla diversa opinione, evitando espressioni offensive e ingiuriose, affinché la comunicazione sia, in quanto a contenuto e forma, civile.

No posts to display